La prima volta che ho sentito come quel buono a nulla parlava a mia figlia, stavo posando la forchetta e mi è andato di traverso il caffè. E dire che di cose nella vita ne ho viste, ho fatto la rappresentante di tessuti per trent’anni tra Napoli e Caserta, ne ho incontrati di marpioni. Ma un uomo che a quarantadue anni non ha mai staccato uno stipendio vero e si permette di umiliare una moglie che lo mantiene, quello dovevo ancora conoscerlo.
Mi chiamo Armanda e quando mia figlia Chiara si è sposata io ero a Stoccarda ad assistere mia sorella malata. Tornata dopo due anni, ho trovato il disastro. Chiara, la mia bambina, quella che a diciotto anni ti guardava con due occhi così accesi che sembrava dovesse mangiarsi il mondo, era diventata l’ombra di una donna. Sposata con Franco, istruttore di fitness part-time, zero contratti, tutto in nero, addominali scolpiti e il resto lasciamo perdere. Vivevano a Posillipo, nell’appartamento che io e mio marito avevamo comprato con quattrocento rinunce quando ancora si trovava qualcosa a un prezzo quasi umano. Gliel’avevamo intestato come regalo di nozze. O meglio, lo avevamo intestato a lei.
La sera della mia prima cena a casa loro, tre anni fa, non la scordo più. Chiara era in cucina dalle quattro del pomeriggio. Aveva preparato la parmigiana come piace a me, con le melanzane fritte al punto giusto, e un arrosto al limone che profumava tutto il pianerottolo.
Lui è entrato che erano le otto passate, ha guardato il tavolo, ha guardato lei e ha detto: «Tutto qui? Mia madre per mio padre faceva primo, secondo, contorno e dolce. E non era mai stanca.»
Chiara, col grembiule ancora addosso e il viso lucido per il vapore dei fornelli, si è messa quasi sull’attenti: «Amore, se vuoi ti preparo anche un primo veloce… ho il sugo della domenica in freezer, in dieci minuti butto la pasta…»
«Lasciamo perdere», ha sbuffato lui. «Ormai è tardi. Certo che dopo due figli ti sei proprio lasciata andare. Non dico in palestra, ma almeno un minimo di cura. Guarda Federica, la moglie di Stefano: tre bambini e sembra una modella.»
Mi è andata di traverso la costoletta alla milanese. Il sangue mi rimbombava nelle orecchie. Ma non ho detto niente, non quella sera. Ho aspettato che Franco andasse a cambiarsi e ho preso Chiara da parte in terrazza.
«Tesoro mio, ma questo schifo tutte le sere?»
Lei si è messa a sistemare il tovagliolo, poi i bicchieri, poi ha spento e riacceso la candela profumata sul davanzale. «Mamma, ha ragione. Mi sono trascurata. Devo dimagrire, lo so. Al corso preparto ho preso sedici chili e non li ho più persi.»
«Senti, io sto cercando di dirti un’altra cosa. Ma non lo capisci che ti sta annientando l’anima?»
«Ma io lo amo, mamma. Tu non puoi capire. Lui mi spinge a essere migliore.»
Per un po’ mi sono morsa la lingua. Ho pensato: forse sono all’antica io, forse adesso funziona così, forse le coppie moderne hanno dinamiche che mi sfuggono. Ma ogni volta che passavo a trovarli, lui trovava il modo di buttare giù Chiara con una frase, un’occhiata, una mezza parola detta a voce bassa che però ti colpiva come una frustata. E lei dimagriva, si faceva bella, correva dal parrucchiere a farsi i colpi di sole, teneva la casa che manco un albergo a cinque stelle, i bambini sempre stirati e profumati. E lui niente. Mai un complimento. Mai un «grazie». Mai uno sguardo che dicesse «sono fiero di te». Solo quella smorfia da chi ti fa un favore a starti accanto.
Tre settimane fa ho comprato da Gennaro, al mercato di Poggioreale, certi porcini che erano una meraviglia. Profumavano di bosco, umidi, appena raccolti. E ho pensato: vado da Chiara, gliene porto un cestino, le faccio trovare un pensiero. Non avevo avvisato. Arrivo che saranno state le undici e mezza del mattino. Busso, nessuno risponde, ma la porta non era chiusa bene e si è aperta da sola. Entro dicendo «Chiara, tesoro, ci sei?» e dalla camera da letto esce Franco. Solo che non era solo. Dietro di lui è comparsa una ragazza, venticinque anni al massimo, capelli rossi, maglietta attillata, la faccia di chi è stata beccata con le mani nella marmellata.
Io non sono una signora di chiesa. Ho fatto l’ambulante, ho contrattato con i peggiori commercianti di Campania, ho tenuto testa a morosi e strozzini quando mio marito è mancato. Le parole che gli ho urlato in faccia non ve le posso scrivere perché non è detto si possano stampare. Fatto sta che Franco indietreggiava sul corridoio, la tipa dei capelli rossi è sgattaiolata fuori in dieci secondi, e io mi sono piazzata in mezzo al salotto come un mastino.
«Adesso prendi le tue cose e sparisci. Chiamo subito Chiara e le dico che razza di verme ha sposato.»
Lui mi ha guardato con una calma che mi ha gelato il sangue. «Signora, lei non si azzardi. Chiara non le crederà. Sa perché? Perché io sono l’unico uomo che l’abbia mai guardata. E lei lo sa. Lei sa che senza di me resta sola.»
In quel momento è tornata Chiara con i bambini. Aveva le buste della spesa, il piccolo che piangeva, la grande che tirava la gonna alla mamma. Ha visto la scena, ha visto la mia faccia, ha visto quella del marito e ha capito tutto senza bisogno di parole.
E cosa ha fatto? Ha posato le buste. Si è seduta sul divano. Ha guardato Franco con due occhi da cane bastonato e ha detto: «Mamma, smettila. Non rovinare tutto. Parliamone con calma.»
«Con calma? Ma tu hai visto cosa stava facendo tuo marito mezz’ora fa?»
«Non mi interessa, mamma. Lui è mio marito. Noi abbiamo due figli. Ci amiamo. Non ti permettere di entrare in casa mia a fare scenate.»
Franco se ne è andato sbattendo la porta. Io sono rimasta lì, in mezzo al salotto, con il cestino di funghi in mano che non sapevo più dove mettere. E mia figlia, la mia carne, il mio sangue, mi ha detto a denti stretti: «Vattene anche tu. Adesso. Per favore.»
Non ho dormito per due notti. Al terzo giorno mi ha chiamato. «Mamma, volevo dirti che Franco è tornato a casa. Abbiamo chiarito. Era solo un momento di debolezza. L’ho perdonato e anche tu devi farlo, perché se mi vuoi bene devi rispettare la mia famiglia.»
Ho chiuso la telefonata. Mi sono seduta in cucina, con la radio accesa che trasmetteva Pino Daniele, e mi sono versata un bicchiere di falanghina. Mentre bevevo, ho guardato la fotografia di mio marito sulla credenza. Lui avrebbe saputo cosa fare. O forse no. Forse anche lui mi avrebbe detto di stare zitta.
Il fatto è che io conosco la gente. Conosco Napoli, conosco i vicoli, conosco chi si muove nel sottobosco e chi parla a mezza bocca nelle salette sul retro dei bar. E Franco, il bell’istruttore tutto muscoli e niente cervello, aveva un vizietto che non aveva raccontato a mia figlia. Le sue entrate ufficiali, quei quattro spiccioli dichiarati di corsi in palestra, erano una foglia di fico. Il resto arrivava da un giro di lezioni private pagate in contanti, un bel gruzzolo mai passato per commercialista né per dichiarazione dei redditi. Cinquantamila euro all’anno, forse di più, totalmente a nero. E ciliegina sulla torta, la palestra era a nome di un prestanome proprio per schermare i guadagni dalla finanza.
Sono stata cinque giorni a rimuginare. Poi sono andata da Peppino, il mio vecchio amico che per trent’anni ha lavorato alla Guardia di Finanza ed è andato in pensione l’anno scorso. Ci siamo visti al bar del Corso, quello dove fanno la granita alle mandorle più buona di tutta la città.
«Peppi’, ti devo raccontare una storia» gli ho detto. «Ascolta e dimmi se posso fare qualcosa.»
Tre giorni dopo, Franco stava parcheggiando il suo scooter nuovo davanti alla palestra quando due signori in borghese lo hanno avvicinato con un tesserino e un bel sorriso. Gli hanno fatto una visitina informale, gli hanno chiesto di spiegare la provenienza di quei centotrentamila euro netti non dichiarati degli ultimi tre anni. Lui farfugliava, sudava, gridava «io sono un lavoratore, io pago le tasse», ma i documenti raccontavano un’altra storia. Raccontavano la storia di un uomo che viveva sulle spalle di una moglie che credeva di non valere niente, mentre lui incassava mazzette di banconote da cinquanta in una borsa da palestra.
È scattato l’accertamento fiscale. Dettagliato. Con tanto di verifica bancaria. E mentre la palestra chiudeva temporaneamente per gli accertamenti e il prestanome si dileguava come neve al sole, a Franco sono piovute addosso sanzioni, interessi di mora e una bella ipoteca sull’unico bene che risultava intestato alla moglie: l’appartamento di Posillipo. Sì, proprio quello. Perché quando la Finanza bussa, la differenza tra chi ha intestato cosa non la fa. Congelano tutto e poi si vedrà. Mio genero l’ha scoperto quando ha provato a prelevare e si è visto la carta bloccata.
Chiara mi ha telefonato che erano le sette di sera. Piangeva. Singhiozzava. Dalle urla che arrivavano in sottofondo, ho capito che lui stava buttando all’aria il soggiorno.
«Mamma, sei stata tu. Lo so che sei stata tu, me l’hanno detto.»
«E se anche fosse?» le ho risposto. Pausa. Ho sentito qualcosa cadere e rompersi, poi la voce strozzata di Chiara: «Era mio marito, mamma! Eri tu che dovevi proteggermi, non distruggermi la vita! Come farò adesso con due bambini e la casa sotto sequestro?»
«Tesoro», le ho detto, lentamente, scandendo ogni parola, «è proprio perché dovevo proteggerti che l’ho fatto. Quell’uomo non ti avrebbe mai reso felice. Ti avrebbe succhiata fino all’ultima goccia di dignità e poi ti avrebbe buttata via come una buccia. Io ti ho solo restituito la tua vita. Adesso tocca a te decidere se vuoi tenerla o vuoi regalarla a lui.»
Lei ha riattaccato senza rispondere.
Sono passati dieci giorni. Il telefono zitto. Le persiane del suo appartamento abbassate quando passavo con la scusa di andare al mercato. Poi ieri mattina ha suonato il campanello di casa mia. Ho aperto. C’era Chiara, senza trucco, con una felpa larga e i capelli raccolti in un elastico storto. Dietro di lei, i due bambini che appena mi hanno vista mi sono corsi addosso gridando «Nonna, nonna!» e mi si sono aggrappati alle gambe.
«Mamma…» ha cominciato.
L’ho fatta entrare. Le ho preparato il caffè, quello buono, nella moka sul fuoco lento. Lei fissava il tavolo. Poi ha alzato gli occhi.
«Ha firmato. I miei avvocati hanno ottenuto la separazione con addebito. Per il fisco dovrò trovare un accordo, ma la casa per ora resta a me. I nonni di Franco hanno garantito per lui e sbloccato l’ipoteca. Lui è andato a vivere dalla madre a Secondigliano.»
Io non ho detto niente. Ho continuato a girare il cucchiaino nella tazzina.
«Mi ha fatto così male, mamma», ha detto all’improvviso, e la voce le si è spezzata. «Mi ha fatto male quando ho capito che neanche vedendolo con un’altra ero pronta a lasciarlo. Mi faceva più paura restare sola che essere tradita. Quello mi ha fatto più male di tutto il resto.»
Allora ho allungato la mano e ho preso la sua.
«Amore mio, adesso comincia la parte difficile. Quella in cui impari a volerti bene.»
Lei non ha risposto. Ma quando il piccolo le si è arrampicato in grembo sporcandole la felpa di marmellata, non ha sussultato, non si è scostata, non ha cercato uno strofinaccio. Lo ha abbracciato. E per la prima volta dopo anni, l’ho vista sorridere senza chiedersi se il sorriso le stava bene oppure no.
E niente, adesso vi saluto che devo mettere a friggere un po’ di zeppole. Stasera Chiara e i bambini dormono qui. Franco, invece, dorme nel suo lettino a casa di mammà. E dalla finestra della mia cucina si vede il Vesuvio che fuma appena appena.
