Il bastone lasciato al cancello

Faccio la guardia forestale nella riserva del Monte Cucco, in Umbria, da diciannove anni. Il sentiero che parte dal rifugio è ripido nei primi quattrocento metri, poi si apre sul pianoro. Molti non lo sanno finché non ci si trovano dentro, col fiatone, a chiedersi se valeva la pena partire.

Quel sabato di ottobre ero di turno alla biglietteria, quella baracca di legno all'imbocco del bosco dove vendiamo le mappe a due euro e teniamo il registro degli ingressi. Avevo il caffè freddo nel bicchiere di carta, la radio che gracchiava le previsioni per il weekend, quando è arrivato un pullmino bianco targato Perugia. Ne sono scesi una decina di anziani, forse del centro sociale di Gubbio, con quelle giacche a vento colorate che sembrano tutte comprate lo stesso giorno.

Tra loro c'era una donna, avrà avuto ottantadue, ottantatré anni, capelli bianchi raccolti con una forcina, che si è fermata davanti al cancelletto di legno e non si è mossa. Una mano stretta sulla sbarra di metallo, le nocche bianche, l'altra che cercava qualcosa nella tasca della giacca senza trovarlo. Il gruppo intanto si incamminava, le voci che si allontanavano su per il sentiero, e lei restava lì, ferma, a guardare il bosco come si guarda una porta chiusa da tempo.

Aveva un bastone da passeggio suo, di quelli con l'impugnatura ergonomica, ma la punta di gomma si era consumata da un pezzo e lei non l'aveva sostituita. Un ragazzo del gruppo, forse il nipote, è tornato indietro di qualche passo e le ha parlato piano, chinandosi verso di lei come si fa con chi ha paura di qualcosa che non si dice ad alta voce. Non ho sentito le parole. Ho visto solo che le ha preso la mano dalla sbarra e gliel'ha portata verso il cesto di vimini accanto al cancello, dove tenevamo sei o sette bastoni da trekking grezzi, tagliati da un ramo di nocciolo e lisciati con la pialla.

Li avevamo messi lì due anni prima, dopo che un escursionista tedesco ci aveva scritto una mail lunghissima raccontando di un'usanza vista in Giappone: bastoni lasciati liberi all'ingresso dei sentieri, presi da chi ne ha bisogno, restituiti da chi arriva alla fine. Nessun deposito, nessuna firma. Il direttore del parco all'epoca aveva alzato le spalle e detto: proviamo, tanto costano poco.

La donna ne ha preso uno, l'ha soppesato, ha battuto la punta sul terreno battuto due volte, come per testarne l'equilibrio. Poi ha guardato ancora il sentiero, un istante di troppo, prima di muovere il primo passo. Il nipote le è rimasto due passi indietro per tutto il tempo che li ho visti, finché la fila non è scomparsa dietro la curva dei noccioli.

Sono rimasto lì, a segnare sul registro undici ingressi invece di dieci — il bastone non si registra, ma io conto sempre le persone per abitudine. E non riuscivo a smettere di pensare a quella mano stretta sul cancello.

L'ho saputo solo più tardi, da lei stessa: suo marito era morto tre anni prima proprio su quel sentiero, un infarto a metà salita, e lei da allora non ci aveva più messo piede. Il centro sociale l'aveva convinta a salire sul pullmino quasi con la forza, dicendole che doveva tornarci almeno una volta, che non poteva lasciare che quel posto restasse solo un luogo di lutto.

Sono tornati dopo tre ore e mezza. Io stavo chiudendo il registro delle uscite quando li ho visti scendere dal pianoro, la fila un po' sparpagliata, qualcuno con le gambe indolenzite che si appoggiava alle spalle del compagno. Lei camminava per ultima, col nipote due passi indietro pronto a prenderla se fosse inciampata. Non è inciampata.

Si è fermata al cancello. Per un momento non ha fatto niente, il bastone ancora in mano, gli occhi fissi su un punto del sentiero che saliva alle sue spalle — forse il punto esatto, forse solo la curva dopo cui il bosco si richiude. Ha aperto la bocca come per dire qualcosa al nipote, poi l'ha richiusa. Le mani, quando ha abbassato il bastone verso il cesto, tremavano abbastanza da far tintinnare la punta contro il vimini prima che riuscisse a posarlo. L'ha sistemato con cura tra gli altri, la punta rivolta verso il basso, come tutti quelli già dentro, in ordine, come se metterlo a posto bene fosse l'unica cosa che le riusciva di controllare in quel momento.

Non le ho chiesto niente. Non era il mio ruolo, e in diciannove anni ho imparato che la gente racconta quello che vuole raccontare solo se non gliel'hai chiesto tu per primo. È stata lei ad avvicinarsi al bancone, con la scusa di ridarmi la mappa spiegazzata, la mano ancora un po' incerta mentre me la porgeva. Si è tolta la forcina dai capelli bianchi, se l'è rimessa più stretta, come per darsi qualcosa da fare con le dita. Poi mi ha detto che era la prima volta in tre anni che riusciva a stare su quel sentiero senza sentire il petto chiuso, senza dover contare i passi per non pensare a nient'altro.

Il pullmino è ripartito verso le sei, con la luce che si abbassava dietro i faggi e il vento che portava già l'odore di castagne bruciate dal fuoco di qualche baita più su. Io ho richiuso la baracca, ho contato il cesto: sette bastoni, tutti tornati, come sempre.

Non so se quella donna tornerà al Cucco. Non ho il suo numero, non le ho chiesto il cognome, e in fondo non è affar mio saperlo. So solo che quella sera, quando ho spento la luce della baracca e mi sono incamminato verso casa con la bicicletta a mano lungo la strada bianca, il cesto era di nuovo pieno, in ordine, pronto per chi sarebbe arrivato la mattina dopo — e per chi, come lei, avrebbe avuto bisogno di qualcosa a cui appoggiarsi solo per il tempo di attraversare la paura.

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