Alessandro Riva non si voltava mai a guardare il tatuaggio. Era lì da dieci anni, una bussola incisa male sull'avambraccio sinistro, con l'ago che in un punto aveva sbavato e la punta della freccia spezzata. Se l'era fatto in una notte di fine estate a Torino, dopo aver litigato con suo padre e aver dormito sul divano di un amico. Quella notte aveva conosciuto una donna che si faceva chiamare Giulia. O forse era il suo vero nome, non lo aveva mai saputo. Avevano riso per ore, bevuto vino rosso in un bicchiere di plastica, e lei gli aveva raccontato che da bambina disegnava mappe di posti che non esistevano. Lui le aveva detto che un falegname con il vizio delle carte geografiche non avrebbe mai trovato la strada giusta. Poi l'alba li aveva separati.
Dieci anni dopo, in una mattina di ottobre a Verona, Alessandro era seduto su una panchina in Piazza Bra. Le foglie degli ippocastani grondavano umidità, i portici di Palazzo Barbieri erano lucidi di pioggia recente, e un venditore ambulante spingeva un carrello di caldarroste fumanti verso via Mazzini. Alessandro aveva una caffettiera da riparare nella borsa a tracolla e le mani scure di colla e segatura. La sua falegnameria era in Borgo Venezia, un locale stretto con una vetrina polverosa e un campanello che suonava solo quando qualcuno entrava per chiedere un mobile su misura e poi spariva quando sentiva il prezzo.
Tre bambine gli si fermarono davanti. Identiche. Cappottini blu, fiocchi nei capelli, scarpe lucide che non erano mai state in una pozzanghera. Sembravano uscite da un catalogo di abbigliamento per bambini bene. Una di loro indicò il suo braccio.
«Nostra mamma ha lo stesso disegno. Ma ce l'ha sulla spalla.»
Alessandro abbassò la cerniera del giaccone. Forse aveva sentito male. Forse il sonno delle quattro e mezza gli aveva montato la testa. Ma la bambina parlava con la sicurezza di chi ha già contato i dettagli.
«La bussola?» chiese lui senza riconoscere la propria voce.
«Sì, quella rotta» rispose un'altra. «Lei dice sempre che il nord si impara a memoria quando non hai una strada.»
Prima che potesse chiedere altro, una donna sui cinquant'anni in uniforme grigia le raggiunse di corsa. Le prese per le spalle, le tirò indietro, guardò Alessandro come si guarda un tipo che adesca le minorenni.
«Mi dispiace, mi dispiace tanto» biascicò senza pensarlo davvero. «Andiamo, la signora Conti vi sta cercando.»
Il cognome arrivò come uno schiaffo. Conti. Giulia Conti era la fondatrice di una delle aziende di design di interni più fotografate d'Italia. I suoi mobili apparivano sulle riviste di arredamento, i suoi showroom erano a Milano, Roma, Parigi. Alessandro l'aveva vista due anni prima a una fiera di settore, elegante dietro un microfono, con un tailleur color panna e una freddezza da donna che non ha mai aspettato nessuno. Aveva distolto lo sguardo quando le loro strade si erano incrociate per un secondo.
Le bambine salirono su una monovolume scura con i vetri fumé. Quella più piccola si girò un attimo. Aveva gli occhi grigi, fissi su di lui con un'attenzione che non sapeva colmare.
Quella sera Alessandro non cenò. Suo figlio Davide dormiva nella stanza accanto, un pesce palla di peluche infilato sotto il braccio. Alessandro accese il computer portatile, digitò il nome, guardò le fotografie. Giulia a una cena di gala. Giulia che tagliava un nastro. Giulia con tre bambine identiche per mano. Nessun marito. Nessun padre citato nelle didascalie. Solo sorrisi diffusi e una perfezione che non lasciava spazio alle crepe.
Poi trovò una foto di una sfilata. Giulia aveva una schiena scoperta. Sulla scapola sinistra c'era la bussola, identica. La stessa coda sbavata vicino alla freccia spezzata. La stessa promessa di una notte chiusa in un bicchiere di plastica.
Chiuse il portatile. Contò gli anni delle bambine sulle dita, due volte, come se il conto potesse cambiare. Dieci anni da quella notte. Le bambine ne dimostravano nove, forse dieci. Tornava. Bastava fare i conti giusti: erano nate l'estate dopo Torino. Tre gemelle, tre bugie, un solo tatuaggio a ricordarle entrambi.
—
La sede della Conti Interni occupava un palazzo di vetro e mattoni vicino alla stazione di Porta Nuova, a Verona. Alessandro si mise la camicia buona, quella senza macchie di resina, ma le unghie non riuscì più di tanto a pulirle. C'era una mezzaluna di colla sotto l'indice che non andava via nemmeno con l'acetone. In tasca aveva un biglietto di carta già spiegazzato. Voleva solo dirle una cosa, senza dirlo in faccia alla centralinista.
All'ingresso lo fermò una ragazza con un badge magnetico. «Ha un appuntamento?»
«No. Ma le dica che sono venuto per restituirle una bussola.»
La ragazza lo guardò come se avesse sbagliato porta. «La signora Conti non vede nessuno senza preavviso.»
«Allora le scriva questo.»
Prese un foglietto dal banco e scrisse: *Ho una bussola rotta sul braccio. Sono di Torino. Sono di quella notte. Sarò al bar dei Portoni per mezz'ora.*
Il foglietto sparì in una cartellina. Alessandro uscì. Comprò un caffè macchiato al bar davanti alla fermata del tram, lo lasciò raffreddare. Sedici minuti dopo una donna in tailleur color gesso attraversò la piazza. Non correva, ma i tacchi battevano con un ritmo più veloce di quanto le gambe volessero ammettere. Giulia Conti si sedette al tavolino senza chiedere nulla. Aveva le dita agganciate alla borsa come un'ancora.
«Non sei cambiato» disse, e non era un complimento.
«Tu invece sì. Più carta patinata e meno bicchieri di plastica.»
Lei serrò le labbra. Chiese un'acqua naturale. Il cameriere tardava. Alla fine disse, senza guardarlo: «Le bambine mi hanno raccontato del parco. Sei stato tu a parlare con loro?»
«Mi hanno parlato loro. Mi hanno detto che la mamma ha la stessa bussola.»
«Hanno nove anni e mezzo. Parlano con chiunque. Anche con i piccioni.»
«Giulia, perché non me l'hai detto?»
Lei aprì la borsa, ne tirò fuori un pacchetto di fazzoletti, lo rigirò tra le mani senza aprirlo. «Non sapevo come ti chiamavi di cognome. Tu mi avevi detto Alessandro e basta. Io non ti ho dato il telefono. Eravamo due estranei che avevano bevuto troppo.»
«Per dieci anni hai saputo dove trovarmi, se avessi voluto. Bastava scrivere "falegname Torino" su Google e il mio nome usciva. Io ho una partita IVA, non vivo in una grotta.»
Lei alzò lo sguardo. Non c'era più aria di comando, ma il modo in cui le sue dita smisero di torturare il pacchetto di fazzoletti, come se avesse deciso di posare finalmente qualcosa.
«Avevo ventinove anni. Mio padre era appena morto. Mia madre cercava di vendere l'azienda. Scoprii di essere incinta di tre gemelle un mese dopo Torino, e non avevo nessuna certezza su niente. Se fossi venuto fuori tu, il primo falegname con la faccia da bravo ragazzo, la stampa avrebbe distrutto tutto. "L'ereditiera incinta di uno sconosciuto". Lo capisci?»
«E quindi hai deciso che il padre delle tue figlie era un dettaglio da non dichiarare.»
«Ho deciso che le mie figlie non dovevano crescere in mezzo al mio caos.»
Alessandro batté il palmo sul tavolino. Il caffè tremò. «Io non ero il tuo caos. Io ero uno che ti aveva ascoltata per una notte intera. Uno che ti aveva disegnato una bussola sul braccio con l'ago e l'inchiostro di una penna che non scriveva più. Ti ho tenuta per mano fino alle sei del mattino, Giulia. Mi hai detto che da grande volevi una casa con un cortile in cui le tue figlie potessero correre. E ora quelle figlie ci sono. E io non lo sapevo.»
Lei girò il cucchiaino nel bicchiere. L'acqua non ne aveva bisogno. «Che cosa vuoi? Soldi? Un accordo?»
«Voglio vederle. Non in tribunale, non con gli avvocati. Voglio solo che sappiano che esisto. Che il disegno sulla spalla della mamma non è una mappa muta.»
Giulia bevve un sorso d'acqua. Posò il bicchiere con troppa attenzione, come se avesse paura che si rompesse. «Domani pomeriggio. A casa mia, vicino a Castelvecchio. Un'ora. Senza avvocati, senza registrazioni.»
«Non sono venuto per registrarti.»
«Lo so. È quello che mi fa più paura.»
—
Il giorno dopo Alessandro suonò al cancello di una villa in pietra rossa con un glicine ormai spoglio. Portava una scatola di caramelle mou e una bussola vera, presa da un rigattiere di corso Porta Borsari. Il regalo era per le bambine. La bussola non era rotta, ma glielo disse subito: «È il nord di scorta. Così se quella tatuata vi confonde, avete un piano B».
Le tre bambine lo fissarono dal divano. Zoe, Chiara e Bianca. Stesse guance, stessi occhi grigi, tre trecce perfette. La più coraggiosa, Zoe, si avvicinò per prima.
«Sei tu quello della bussola?»
«Sì. E tu devi essere quella che ha capito tutto prima delle altre.»
«Perché l'hai fatta rotta?»
Per un attimo Alessandro pensò alla notte di Torino. Al bar che chiudeva, alla pioggia sui sampietrini, alla voce di Giulia che diceva: *«Io non so dove sto andando, Alessandro. E non so se voglio arrivare da qualche parte.»* Poi si era piegata su di lui e gli aveva indicato il punto esatto dove avrebbero tatuato la stessa bussola. «Sbagliata» aveva detto. «Così non farà finta di sapere la strada.»
«L'ho fatta rotta» rispose a Zoe «perché per molto tempo anch'io non sapevo dove andare. Poi le cose cambiano. Però il disegno resta.»
Bianca gli chiese se sapeva riparare i mobili. «La mamma dice che nessuno ripara più gli armadi. Si comprano e basta.»
«Io riparo armadi, sedie, persiane, anche le maniglie che ballano. Se balla, io la fermo.»
«Anche il cassetto delle bambole?» chiese Chiara.
«Specie quello.»
Giulia rimase in piedi accanto alla finestra. Non intervenne. Guardava le figlie parlare con lui come si guarda una porta che si apre dopo anni. Poi Zoe chiese: «Hai un figlio?»
«Sì. Si chiama Davide. Ha otto anni. Gioca a calcio e disegna pinguini che sembrano melanzane.»
«Possiamo conoscerlo?»
Alessandro sentì il caldo salire dalle orecchie. «Certo. Vi insegnerà a disegnare un pinguino simile a una melanzana. È il suo talento migliore.»
Giulia fece un passo avanti. «Basta così, ragazze. Devo parlare con il signore.»
Uscirono in giardino. Il prato sapeva di terra bagnata. Giulia si strinse le braccia al petto.
«Le hai fatte ridere. Non ridevano così da quando è morto il mio cane, Arturo. Lo adoravano. Era un cane che abbaiava alle scope.»
«Mi dispiace per Arturo. Sembra un cane con un nome da scudiero.»
«Lo era.»
Per un pezzo non dissero nulla. Poi Giulia tirò fuori dalla tasca un foglio piegato in quattro.
«Questo è il numero del mio avvocato. Ha già preparato le carte. Se accetti di firmare una clausola di riservatezza — niente interviste, niente foto sui social, niente nome fuori da un tribunale — possiamo costruire un piano di visita da lunedì. Se non firmi, se parli anche solo una volta con un giornalista, ti faccio causa. Dieci anni di carte bollate, perizie, avvocati pagati per farti desistere. Ho i mezzi per farlo durare finché non ti stanchi. L'ho già fatto con un fornitore che voleva copiare un brevetto. Ci ho messo tre anni e mezzo, e lui ha chiuso l'azienda.»
Alessandro prese il foglio. Lo lesse davvero, riga per riga, il tempo che serviva a Giulia per capire che non stava bluffando quando disse: «Fallo.»
Lei sbatté le palpebre. «Cosa?»
«Fammi causa, se è quello che vuoi. Io non firmo un accordo che mi vieta di dire a mio figlio Davide chi sono le sue sorelle. Non firmo niente che trasformi le bambine in una clausola. Puoi tenermi lontano con gli avvocati per tre anni, per dieci. Ma ogni compleanno che perderò te lo farò pesare in aula, davanti a un giudice, con le foto che ho scattato ieri mentre giocavano nella ghiaia. Un giudice le guarderà e vedrà tre bambine che ridevano con un padre sconosciuto dopo dieci minuti. Tu quella scena in tribunale non la vuoi.»
Giulia strinse il foglio. Per un momento la sua faccia perse ogni compostezza da sala riunioni. «Non hai idea di cosa significhi avere il mio cognome addosso ogni giorno.»
«E tu non hai idea di cosa significhi scoprire di avere tre figlie in una piazza, da una bambina di nove anni che ti mostra un tatuaggio. Siamo pari, Giulia. Nessuno dei due ha vinto niente qui.»
Lei restò zitta a lungo. Poi strappò il foglio in due, poi in quattro, e lo lasciò cadere nell'erba bagnata.
«Niente clausole» disse piano. «Ma vai piano. Non voglio tre bambine che scoprono un padre e un fratello nel giro di una settimana e poi si spaventano.»
«Andrò piano. Ma non sparirò.»
—
Lunedì mattina Alessandro andò prima alla falegnameria. Rimise a posto le pialle, controllò una commessa per una libreria su misura, scrisse un messaggio a sua madre per chiedere se poteva tenere Davide il fine settimana successivo. Poi prese la cartelletta blu che teneva nell'ultimo cassetto della scrivania. Dentro c'erano le foto di Giulia e delle bambine. Non quelle patinate. Le foto che aveva scattato in giardino, con il permesso di Giulia questa volta: Zoe che mostrava la bussola alle sorelle, Bianca che si aggrappava alla manica del suo giaccone, Chiara che disegnava nella ghiaia con un rametto. Le aveva stampate da un chiosco che faceva anche fotocopie e caffè. Sessanta centesimi a stampa. Il commesso gli aveva chiesto: «Sono le sue?»
«Sì» aveva risposto Alessandro. «Adesso sì.»
Con la cartelletta attraversò il centro. Arrivò davanti alla sede della Conti Interni. Entrò nell'atrio, chiese della signora Conti. La stessa ragazza con il badge lo riconobbe questa volta e non fece domande.
L'ascensore di vetro saliva lento, Verona si apriva sotto come una mappa antica: i tetti di Castelvecchio, il nastro dell'Adige oltre piazza Bra. Le porte si aprirono su un ufficio immenso. Giulia era in piedi accanto a una parete di vetro. Indossava un completo blu scuro. Non aveva il controllo perfetto del solito: la cerniera della borsa era ancora aperta, un filo bianco pendeva dalla manica.
«Sei venuto a dirmi che hai cambiato idea?» chiese.
«No. Sono venuto a fare una cosa per me.»
Posò la cartelletta sulla scrivania. La aprì. Dentro c'erano le fotografie.
«Queste sono le mie. Non le do a nessun giornale, non le metto online. Le tengo per me, per i giorni in cui le bambine non vorranno vedermi, o tu cambierai idea su cosa posso essere io. Voglio solo che tu sappia che non ho bisogno di un tribunale per essere loro padre. Mi basta essere qui.»
Giulia guardò le stampe. Le dita andarono sopra quella di Bianca.
«Non ti ho mai chiesto scusa» disse piano.
«Non serve che tu lo faccia adesso. Le scuse non cambiano dieci anni. Le cambia quello che facciamo da oggi.»
«E cosa vuoi fare da oggi?»
Alessandro prese una sedia, si sedette. Era pesante, di noce chiaro. La rigirò un attimo, controllò un giunto. «Sabato porto Davide al campo da calcio, quello dietro San Zeno. Alle undici. Se vuoi, vieni con le bambine. Poi mangiamo la pizza nello spiazzo dietro la chiesa. Ci sono due panchine di legno e un tiglio che ha bisogno di una potatura.»
«Non so se sono pronta per una cosa così pubblica.»
«Allora vieni solo tu. E porta le bambine. Mezz'ora, poi tornate a casa. Senza carte, senza avvocati.»
Lei chiuse la cartelletta. La prese e la tenne contro il petto.
«Sabato, alle undici» ripeté.
«Sì. E porta anche un pallone. Davide ne ha due, ma litiga sempre con l'arbitro. Meglio abbondare.»
Giulia fece un mezzo sorriso — l'unica concessione che si permise. Poi si voltò verso la vetrata, verso la città.
Scendendo, Alessandro si fermò in piazza Bra. Le panchine erano vuote. Una commessa trascinava un'insegna di legno troppo alta. Uno stormo di rondini tagliò il cielo sopra l'anfiteatro. L'aria sapeva di pioggia e di castagne bruciate.
Trasse fuori il telefono. Scrisse un messaggio a Giulia.
«Sabato conta. Non importa se ti tremano le dita. Viene anche il nord di scorta.»
Lei rispose dopo tre minuti. Due parole soltanto.
«Sarò lì.»
Alessandro rimise il telefono in tasca e guardò la bussola sull'avambraccio, la freccia spezzata che per dieci anni non aveva indicato niente. Poi si incamminò verso Borgo Venezia, verso Davide che lo aspettava con un pinguino a forma di melanzana da mostrargli, e non si voltò più a controllare il tatuaggio.
