Il fioraio dell’ultimo piano

Faccio il portiere in via Solferino da ventidue anni, palazzo d'inizio Novecento, quello con l'ascensore che ancora oggi si ferma sempre mezzo centimetro sopra il pianerottolo. Conosco gli inquilini meglio di come conosco i miei nipoti, che vivono a Torino e li vedo due volte l'anno. E conoscevo bene la signora Adele Bertolini, quarto piano, interno 9, quella con la ringhiera del balcone piena di gerani anche a novembre, quando ormai il freddo li avrebbe dovuti uccidere da un pezzo.

Suo marito, il signor Bertolini, se n'è andato un venerdì di gennaio, all'ospedale Niguarda, dopo una malattia che si è portata via in sei mesi quello che in quarantatré anni di matrimonio non era mai riuscito a intaccare. Io lo sapevo perché il fratello di lei scendeva ogni sera a buttare la spazzatura e mi aggiornava, tanto per dire qualcosa, tanto per non stare zitto nell'androne che sa di cera e di umido.

Il giorno del funerale ho tenuto io la porta del palazzo aperta, con lo scaldino elettrico acceso perché faceva un freddo cane, meno tre gradi, e la gente entrava e usciva con le sciarpe tirate su fino al naso. La signora Adele è passata davanti a me con un cappotto grigio che non le avevo mai visto, gli occhi asciutti, la schiena dritta come se qualcuno le avesse messo un'asta dietro le vertebre. Mi ha detto solo: "Grazie, Ernesto, per lo scaldino." Niente di più. Ho pensato che fosse forte. Mi sbagliavo, ma questo l'ho capito dopo.

Per tre settimane non l'ho più vista scendere. Sua figlia Marta veniva la mattina con la spesa, suonava il citofono, restava un paio d'ore, se ne andava con la faccia tirata. I gerani sul balcone hanno cominciato a seccare, uno dopo l'altro, e nessuno li toglieva.

Poi un pomeriggio di febbraio, verso le sei, quando avevo già acceso le luci dell'androne perché a quell'ora buio, mi è arrivata al citofono la voce di Marta: fuori servizio da tre giorni, mi diceva, non risponde, ho le chiavi ma non voglio entrare da sola. Sono salito con lei. L'ascensore si è fermato al solito mezzo centimetro sbagliato, e io ho tenuto aperta la porta con il piede mentre Marta girava la chiave nella toppa con le mani che tremavano più delle mie, e io di anni ne ho sessantotto.

Dentro, l'appartamento era in ordine. Troppo in ordine. Adele era seduta in poltrona, in salotto, con addosso la vestaglia del marito — quella con i bottoni marroni, io la ricordavo perché gliel'avevo vista scendere in tasca il giornale mille volte — e non piangeva, non stava male, stava solo lì, con le mani in grembo, a guardare una fotografia sul tavolino. Non voleva più uscire, ha detto a Marta. Non riusciva più a guardare i gerani morti dal balcone perché era stato lui a piantarli, ogni primavera, con la terra sotto le unghie che lei gli rimproverava di non pulire mai bene.

Io sono rimasto sulla porta, non stava a me entrare in quella stanza. Ma ho visto una cosa che forse non dovevo vedere: sul tavolino, vicino alla foto, c'era un quaderno a righe, di quelli da scuola, con la copertina nera, e sopra c'era scritto a penna, con una calligrafia che tremava un po': "Le cose che voglio ricordargli ogni giorno."

Marta ha convinto sua madre a farsi seguire da una psicologa, una volta a settimana, giù in ambulatorio in via Vitruvio, quello convenzionato dove ci vanno un po' tutti in quel quartiere. Io lo so perché per un po' di mesi ho visto Adele uscire il martedì alle tre del pomeriggio, con la borsa nera e il cappotto grigio, e tornare un'ora dopo con la faccia meno tirata ogni volta. Piano.

Non sono affari miei, e infatti non ho mai chiesto niente. Ma un giorno di maggio, saranno passati quattro mesi dal funerale, l'ho vista scendere con un annaffiatoio e un sacchetto di terriccio comprato al vivaio dietro l'angolo. Ha rifatto i vasi sul balcone, uno per uno, e ci ha messo dei gerani nuovi, rossi come quelli vecchi. L'ho vista dal cortile, mentre controllavo i bidoni, e per un attimo ho pensato di dirle qualcosa, tipo che facevano bene, i gerani nuovi. Non gliel'ho detto. Ho solo annuito quando lei mi ha visto e mi ha fatto un cenno con la mano sporca di terra.

A giugno è successa la cosa che forse spiega tutto quello che è venuto dopo. Marta mi ha chiesto di aiutarla a portare giù degli scatoloni: i vestiti del signor Bertolini, quelli da regalare alla Caritas di corso Buenos Aires. Adele aveva deciso da sola, senza che nessuno gliela dicesse, che era il momento. Ha tenuto solo la vestaglia con i bottoni marroni e un paio di scarpe vecchie che teneva sotto il letto, di quelle da giardinaggio, piene di terra secca incrostata nella suola. Quelle, mi ha detto Marta mentre caricavamo lo scatolone in macchina, quelle non le butta nessuno finché campa sua madre.

Adesso è agosto. Ieri sera, verso le otto, con quel caldo umido che a Milano d'estate non dà tregua neanche di notte, sono salito per controllare una perdita d'acqua segnalata dal vicino del terzo piano. Sul pianerottolo del quarto, la porta dell'interno 9 era socchiusa, e dentro sentivo una voce di donna che parlava. Ho bussato piano, ho detto scusi signora Bertolini, sono Ernesto, per la perdita. Lei mi ha aperto con un bicchiere di vino in mano, un rosso leggero, e dietro di lei ho visto la tavola apparecchiata per due, con un piatto vuoto dall'altra parte e la sedia del marito tirata fuori come sempre.

Mi ha detto, quasi scusandosi, che ogni tanto le piace ancora cenare così, parlargli, raccontargli la giornata. Che la psicologa le ha detto che va bene, che non è una cosa da matti, che si chiama continuare a volergli bene in un altro modo. Io ho controllato il tubo sotto il lavandino, ho sistemato una guarnizione, e mentre uscivo ho visto sul balcone i gerani, rossi, pieni, che nessuno più lasciava seccare.

Non so se Adele Bertolini stia bene, davvero bene, come si stava prima. Non credo che esista un "prima" a cui si torna, in questi casi. So solo che ha ripreso ad annaffiare i fiori, che ha smesso di tremare quando gira le chiavi, e che quella vestaglia con i bottoni marroni, ogni tanto, la vedo appesa ad asciugare sul balcone accanto ai suoi vestiti, come se facesse ancora parte del bucato di casa.

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Uniad
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