La contabile che non firmava contratti

Mi chiamo Ilaria, ho cinquantasette anni e da ventidue tengo i conti di una piccola officina meccanica qui a Pistoia, quella con l'insegna scolorita in via delle Fornaci. Non sono parte di questa storia, la guardo da dietro una scrivania piena di fatture e di caffè freddo. Ma quando qualcosa capita sotto i tuoi occhi per mesi, finisci per saperne più di chi ci vive dentro.

La signora Bruna veniva ogni martedì mattina, sempre alla stessa ora, con la sua Panda azzurra parcheggiata storta davanti alla vetrina. Ottantun anni, mani che tremavano un po' quando firmava, ma la testa lucidissima. Era la proprietaria dell'officina, l'aveva fondata il marito nel 1974, e da quando lui era mancato la gestiva con il genero, Massimo, sposato con sua figlia Carla da diciannove anni.

Io li vedevo insieme al banco, lui che le portava il caffè macchiato senza zucchero, lei che gli rimboccava il colletto della tuta da lavoro come si fa con un figlio. Non erano sangue dello stesso sangue, ma nemmeno io, guardandoli, avrei saputo dirlo.

Il problema è arrivato in primavera, quando Carla se n'è andata. Non è morta, badate: è scappata con un rappresentante di ricambi auto che veniva da Prato, ha lasciato una lettera sul tavolo della cucina e due valigie vuote nell'armadio. Massimo è rimasto. Con la suocera, con l'officina, con un mutuo di quarantatremila euro ancora da pagare sui macchinari nuovi.

Io mi aspettavo che la signora Bruna lo cacciasse. L'ho sentito dire più di una volta, in giro per il quartiere: "Quello lì non è più niente per me, la mia famiglia se n'è andata con Carla." Le chiacchiere del bar sotto casa mia dicevano che avrebbe tolto la firma di Massimo dai conti dell'officina, che avrebbe messo un amministratore esterno, che a settembre lui avrebbe dovuto sgomberare anche l'appartamento sopra il garage, quello dove abitava da quando si erano sposati.

Un martedì di giugno l'ho vista arrivare prima del solito, le otto e un quarto, la Panda parcheggiata bene per una volta. È entrata nel mio ufficio senza bussare, si è seduta sulla sedia di fronte alla mia scrivania e per un momento non ha detto niente. Ha aperto la sua borsa di pelle marrone, quella che porta sempre, e ne ha tirato fuori una cartellina blu.

"Ilaria," mi ha detto, "ho bisogno che tu prepari le carte per il passaggio delle quote."

Ho pensato: ci siamo, lo sta buttando fuori davvero. Ho tirato fuori il modulo, ho cominciato a scrivere il nome di un notaio che conoscevo in centro, quello di piazza del Duomo. Lei mi ha fermato la mano.

"No," ha detto. "Non è per togliergli niente. È per dargli tutto."

Mi sono fermata con la penna a mezz'aria. Le ho chiesto se avesse capito bene quello che stava dicendo, che con quel passaggio lui sarebbe diventato proprietario al cento per cento, che lei sarebbe rimasta fuori dai conti, fuori dalle decisioni, fuori praticamente da tutto quello che suo marito aveva costruito.

"Ho passato tre mesi a chiedermi perché è rimasto," mi ha risposto. "Sono venuta ogni martedì a controllarlo, aspettandomi di trovarlo che rubava dalla cassa o che mi chiedeva i soldi per andarsene anche lui. Non l'ha mai fatto. Ha continuato ad aprire alle sette, a chiudere alle diciannove, a portarmi il caffè macchiato senza zucchero. Una volta l'ho trovato che piangeva nel magazzino dei filtri dell'olio, pensava che non lo vedesse nessuno. Non per l'officina, Ilaria. Per Carla."

Ha aggiunto una cosa che io ho scritto, quella sera, su un foglietto che tengo ancora nel cassetto: "Ho passato la vita a costruire muri dopo ogni delusione. Mio marito è morto e ho pensato che nessuno mi avrebbe più protetta. Mia figlia se n'è andata e ho pensato che nessuno sarebbe rimasto per scelta. Massimo non ha cercato di buttare giù i miei muri. È rimasto fuori, ad aspettare, per tre mesi, senza chiedermi niente. Questo vale più di qualsiasi legame di sangue."

Il notaio è venuto in officina il venerdì successivo, non in studio: la signora Bruna ha voluto firmare lì, tra gli scaffali degli attrezzi, con l'odore di olio motore nell'aria e la radio della officina che trasmetteva, non so perché me lo ricordo ancora, una vecchia canzone di Lucio Battisti a basso volume. Massimo non sapeva niente fino a quel momento. Quando ha capito cosa stava firmando, si è seduto su uno sgabello e per un paio di minuti non ha detto una parola.

Io ero lì solo per portare i documenti fiscali, ma sono rimasta a guardare. Lui le ha chiesto perché, e lei gli ha risposto quello che aveva detto a me, più o meno le stesse parole, con la voce che le tremava appena sull'ultima frase.

Poi la signora Bruna ha aperto di nuovo la cartellina blu e ha tirato fuori un secondo foglio, che io non mi aspettavo. Era un contratto d'affitto: l'appartamento sopra il garage, intestato a lei, che diventava a canone simbolico — venti euro al mese — vitalizio per Massimo, con una clausola che nessuno gli avrebbe mai potuto chiedere di andarsene, nemmeno dopo la sua morte, nemmeno se Carla fosse tornata a reclamarlo.

"Perché tu resti," gli ha detto, "resti sotto lo stesso tetto dove tenevi il caffè caldo per me anche quando pensavi che ti odiassi."

Io ho firmato come testimone, in fondo alla seconda pagina, con la mia solita firma stretta che uso per le fatture. Poi sono tornata al mio ufficio, ho chiuso la cartellina dei conti dell'officina e mi sono resa conto che quella era l'ultima volta che avrei dovuto scrivere il nome di Carla su qualsiasi documento della ditta.

Da allora sono passati tre anni. La signora Bruna viene ancora ogni martedì, un po' più curva, ma con la Panda parcheggiata sempre storta. Massimo ha assunto un apprendista, un ragazzo di Quarrata che ha diciannove anni e le mani sporche di grasso fino ai gomiti. Il caffè macchiato senza zucchero, quello, continua ad arrivare tutte le mattine, alle otto in punto, prima ancora che lei si tolga il cappotto.

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