Faccio la commercialista da diciannove anni, qui a Verona, uno studio in via Interrato dell'Acqua Morta, due stanze sopra una tabaccheria che profuma sempre di caffè bruciato. Vedo passare matrimoni, eredità, aziende che nascono e muoiono sulla mia scrivania. Non mi stupisco più di niente. O almeno così credevo, prima di conoscere Carla Bortolotti.
Carla aveva sessantotto anni, le mani segnate da chi ha impastato pane e cambiato pannolini per una vita intera, e un'officina meccanica a Poiana Maggiore che portava il nome del marito morto: "Da Renzo". L'aveva tenuta in piedi lei, dopo il lutto, insieme al figlio Matteo. Io la conoscevo perché ogni marzo mi portava le fatture in una busta di plastica del supermercato, sempre la stessa, riciclata da anni, con lo scontrino della spesa ancora dentro per sbaglio.
Quel giovedì di marzo però non aveva la busta. Aveva una cartellina di cartone, di quelle da centoventi centesimi in cartoleria, tenuta stretta contro il petto come si tiene un bambino che ha freddo. Era arrivata senza appuntamento, si era seduta senza togliersi il cappotto, e per un buon minuto non aveva detto niente. Io stavo finendo una dichiarazione IVA e non alzavo lo sguardo, pensavo aspettasse solo il suo turno.
Poi ha aperto la cartellina e ha tirato fuori una visura camerale.
«Puoi dirmi cosa significa questa?» ha chiesto. La voce le tremava, ma non era la voce di chi sta per piangere: era la voce di chi ha già smesso di credere a qualcosa e vuole solo la conferma scritta nero su bianco.
Ho preso il foglio. Officina "Da Renzo" S.r.l., titolare unico: Matteo Bortolotti. Nessuna quota per Carla. Nessuna menzione della cointestazione che io stessa avevo registrato con lei nel duemilaquattordici, quando il marito era mancato e Matteo aveva ventitré anni ed era tornato da Padova per aiutarla a non chiudere tutto.
Le ho spiegato che, sulla carta, da otto mesi l'officina non era più sua. Che qualcuno aveva fatto una cessione di quote, con firma autenticata da un notaio di Vicenza che non conoscevo, e che tecnicamente Matteo poteva fare quello che voleva: vendere, licenziare, cambiare l'insegna.
Carla non ha detto niente per un tempo lungo. Guardava il calendario appeso dietro di me, quello omaggio della banca, fermo sempre al mese sbagliato perché nessuno lo cambiava mai. Poi ha detto una cosa che ricordo parola per parola: «Gli ho firmato una delega per il conto corrente, l'anno scorso. Per pagare i fornitori quando ero all'ospedale per l'anca. Ha usato quella firma anche per il resto, immagino».
Io non potevo intervenire, non era il mio ruolo, non era nemmeno più il mio cliente su quel fascicolo — l'officina, da agosto, pagava un altro commercialista, scelto da Matteo. Potevo solo ascoltare, e consigliarle di andare da un avvocato. Le ho fatto il nome di una collega che si occupa di contenzioso societario, Studio Fanton, in centro, vicino a Porta Vescovo.
Ma quello che mi ha colpita non è stata la truffa in sé — purtroppo di storie così ne vedo, tra parenti che si spartiscono aziende come fossero bottino di guerra. Mi ha colpita quello che ha fatto dopo, tre settimane più tardi, quando è tornata da me con un'altra cartellina, questa volta gialla.
Aveva ancora tutto: il contratto di comodato della casa dove viveva Matteo con la fidanzata, intestato a lei; il libretto di risparmio postale, quello vero, cointestato con la sorella e mai toccato da nessuno; e un piccolo terreno a Lonigo, ereditato dalla madre, che l'officina usava da anni come deposito gratuito per i pezzi di ricambio, senza contratto, solo per buon cuore.
Si è seduta, ha aperto la cartellina, e mi ha detto: «Non voglio fargli causa per l'officina. Ha vinto, va bene così. Ma da oggi il deposito lo paga, oppure lo sgombera entro sessanta giorni. E la casa: o mi versa l'affitto di mercato, seicento euro al mese come fanno tutti a Poiana, oppure la libero e la do a mio nipote, che si sta per sposare e cerca casa».
Ha tirato fuori il telefono, ha aperto l'app della Bipop dove teneva i risparmi, mi ha mostrato il saldo — trentunmila euro, i risparmi di una vita di officina e di un uomo morto troppo presto — e ha detto: «Questi restano miei. Non risultano da nessuna parte legati alla società. Nessuno può toccarli senza il mio consenso, giusto?».
Ho confermato. Ha annuito, ha richiuso la cartellina gialla, e mi ha chiesto solo di prepararle una lettera formale di disdetta del comodato, con raccomandata A/R, da spedire al figlio.
L'ho scritta io stessa, quella lettera. Sessanta giorni di preavviso, richiesta di sgombero del terreno di Lonigo o pagamento di trecento euro mensili di locazione, e la comunicazione che dal mese successivo la casa sarebbe stata riconsegnata a lei in quanto proprietaria.
Matteo si è presentato in ufficio da me — non da Carla, da me — un martedì mattina di aprile, con la raccomandata ancora in mano, la busta aperta male, strappata di lato. Aveva trentaquattro anni e la faccia di chi non ha dormito. Mi ha chiesto se potevo parlare con sua madre, farla ragionare, dirle che era esagerato, che tra parenti certe cose non si fanno.
Gli ho detto la verità: non ero più autorizzata a parlare della sua situazione fiscale, il segreto professionale valeva anche per lui. Ma una cosa gliel'ho detta, perché non riguardava i conti, riguardava solo il buon senso: «Sua madre non le ha tolto niente che fosse suo. Ha smesso di darle quello che era suo».
Non so cosa sia successo dopo, tra loro due, nella cucina di quella casa a Poiana Maggiore che nel giro di due mesi è tornata a chiamarsi sua. So che a giugno Carla è passata di nuovo dal mio studio, questa volta con la solita busta di plastica del supermercato, quella riciclata di sempre, per la dichiarazione dei redditi. Mi ha detto che il terreno di Lonigo, Matteo l'aveva sgomberato in trentacinque giorni. Che la casa gliel'aveva lasciata, e ora viveva in affitto vicino Montecchio, con la fidanzata. Che non si parlavano più tutti i giorni come prima, ma che la domenica lui passava comunque a prenderla per portarla a messa, come aveva sempre fatto suo padre.
Non mi ha detto se l'aveva perdonato. Non gliel'ho chiesto. Ha solo posato la busta sul tavolo, si è seduta, e mi ha chiesto se quest'anno, con l'affitto della casa dichiarato, le sarebbe convenuto il regime forfettario o quello ordinario.
