Il piccione che aspettava sul gradino

# Il piccione che aspettava sul gradino

La signora Lucia aveva settantanove anni e da una decina di giorni occupava il letto numero sei della corsia B dell'Ospedale Civico di Palermo. Era entrata per una caduta sul balcone di casa, una frattura scomposta del femore e qualche accertamento sul cuore. I medici dicevano che sarebbe rimasta ancora almeno due settimane, forse tre.

Nessun mazzo di fiori sul comodino. Nessuna telefonata. Nessun passo di parenti che imboccava il corridoio.

La vicina di letto, una donna sui cinquanta con il braccio ingessato, riceveva ogni pomeriggio il marito e la figlia con le paste di mandorla della pasticceria Costa. Lucia li guardava parlare, si rigirava sul fianco e chiudeva gli occhi.

I suoi due figli vivevano all'estero da quasi vent'anni. Uno a Francoforte, l'altra a Bristol. Le telefonate erano corte, di circostanza, una volta a settimana, e adesso nemmeno quelle perché «in ospedale con la suoneria disturbi gli altri, mamma, non ti preoccupare, ti richiamo». Non richiamavano mai.

L'unica cosa che Lucia aveva avuto per anni, ogni santo giorno, erano i piccioni. Quelli del parco di Villa Bonfiglio, dove andava ogni mattina alle otto e mezza con un sacchetto di briciole di pane raffermo. Ne conosceva la gerarchia, i litigi per un pezzo di mollica, le coppie che si corteggiavano sulla balaustra. Ce n'era uno in particolare, con una macchiolina bianca sulla zampa destra e un'ala leggermente storta, che non scappava mai quando lei si avvicinava. Lo chiamava «lo Storto» e ogni tanto, se non c'era troppa gente, gli lasciava qualche briciola direttamente sulla panchina.

Poi il ricovero, e addio panchina.

Era un martedì sera, le sette e venti passate, e il sole di ottobre calava dietro il monte Pellegrino. Lucia teneva il viso girato verso la finestra, gli occhi aperti senza guardare nulla. La stanza sapeva di disinfettante e minestrina. D'un tratto, un frullio di ali la fece sobbalzare.

Sul davanzale, appena oltre il vetro socchiuso, un piccione la fissava con la testina inclinata.

Lucia aggrottò la fronte, si mise a fuoco gli occhiali sul comodino e guardò meglio. Il piccione fece tre passettini laterali, sollevò la zampa destra e la appoggiò di nuovo con quell'andatura claudicante che lei conosceva benissimo.

«Lo Storto» mormorò, con un filo di voce.

L'infermiera, una ragazza sui trentacinque anni con la coda alta e la divisa azzurra, entrò un attimo dopo per controllare la flebo. Si chiamava Chiara, gliel'aveva detto il primo giorno. Quando vide il piccione si bloccò sulla porta.

— Signora Lucia, ma da dov'è entrato? Il vetro era aperto? Guardi che non si può, con le infezioni, poi mi sgridano.

Lucia fece un gesto lento con la mano, senza staccare gli occhi dall'animale.

— Non è un piccione qualunque, quello. Mò le spiego.

Il piccione intanto si era accovacciato sul marmo del davanzale, tranquillo, come se fosse a casa sua. Lucia raccontò a Chiara delle mattine al parco, del pane avanzato, dello Storto che non aveva paura. Glielo raccontò a bassa voce, con quella cadenza palermitana che allungava le vocali, e intanto l'infermiera, senza accorgersene, si era seduta sulla sedia di plastica accanto al letto.

— Da quant'è che non esce di casa? – chiese Chiara dopo un po'.

— Dal giorno della caduta. Sarà… quasi un mese e mezzo, ormai. Loro al parco avranno trovato qualcun altro che gli butta il pane. E invece guarda questo scemo, è venuto fin qui.

— E come avrà fatto a trovarla?

Lucia scrollò le spalle. Sorrise per la prima volta dopo giorni. Fu una smorfia leggerissima, l'angolo delle labbra increspato, ma a Chiara bastò per decidere di non mandare via l'intruso. Chiuse la porta, si mise d'accordo con la caposala e disse solo che «una parente aveva portato un portafortuna».

Da quella sera, lo Storto tornò ogni giorno.

Arrivava verso le sette, puntuale come un orologio. A volte restava dieci minuti, a volte mezz'ora, a volte solo il tempo di infilare la testa dentro, tubare due volte e svolazzare via. Lucia aveva ripreso a parlare. Parlava con l'infermiera, parlava con la vicina di letto – che adesso ascoltava la storia del piccione più volentieri delle lamentele sul marito – e parlava pure col piccione, cose senza senso, «hai mangiato oggi?», «che caldo che fa, sto sudando con 'sta coperta», frasi buttate là a mezza voce mentre fuori il traffico di via Pindemonte si faceva più rado.

La frattura guariva. I controlli al cuore erano stabili. Ma la data delle dimissioni slittava sempre, e Lucia cominciò a preoccuparsi non tanto per l'ospedale, quanto per il piccione.

— E se quando torno a casa non mi trova più? Magari pensa che l'ho abbandonato. Magari cerca la finestra e non ci sono.

— Lo sa il cielo, signora, che se l'è scelto lui l'ospedale. Mica è stupido un animale che campa per strada – rispondeva Chiara, ma nei suoi occhi c'era un velo di tenerezza.

Venne il giorno delle dimissioni. Un mercoledì mattina, il quattordici novembre. Fuori c'era una luce bianca, tagliente, e un vento di tramontana che puliva le strade.

Chiara aiutò Lucia a infilarsi il cappotto, le mise la borsa in grembo e la accompagnò con la sedia a rotelle fino all'atrio. Al piano terra, verso l'uscita principale, c'era una rampa di gradini che portava al parcheggio. Lucia guardava dappertutto, cercava lo sguardo, stringeva il borsello con le dita livide.

Niente piccione.

— Forse oggi è tardi, signora. Le sette di sera sono un'altra cosa. Adesso è ancora mattina.

— Sì. Sarà così – disse Lucia. Ma la voce le si spense in gola.

La sedia a rotelle superò la porta automatica. L'aria fredda le schiaffeggiò il viso. Un inserviente spingeva la carrozzina verso l'auto che il comune aveva mandato per il trasporto assistito.

Proprio quando le ruote toccarono il primo gradino ribassato, Lucia alzò la testa di scatto e si mise a ridere. Una risata roca, libera, che fece voltare tre passanti.

Sul terzo gradino, immobile come una sentinella, c'era lo Storto. La macchia bianca sulla zampa, l'ala un po' storta, lo sguardo puntato dritto verso di lei.

— Uh, picciriddo mio – soffiò Lucia allungando una mano. Il piccione fece un saltello, si avvicinò e le beccò delicatamente il dito, come aveva fatto centinaia di volte sulla panchina di Villa Bonfiglio.

L'inserviente si fermò, interdetto. Chiara, che era rimasta sulla porta per un saluto, vide la scena e sentì qualcosa premere dietro gli occhi. Poi, senza pensarci troppo, tirò fuori il cellulare dalla tasca e compose un numero che non chiamava da quasi due anni.

Squillò due volte. Rispose una voce di donna, assonnata.

— Mamma? Sono io. Senti… ti devo raccontare una cosa.

Dietro di lei, nell'atrio, la signora Lucia veniva sollevata dolcemente dai barellieri per entrare in macchina, mentre lo Storto, placido, le si accucciava sulla gonna come se nulla fosse. La corsia B era già lontana. La panchina del parco, invece, non lo era mai stata davvero.

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