Marco lo disse così, senza preamboli, mentre Chiara stava scolando la pasta nel lavello. La cucina profumava di sugo fresco e basilico, la radio trasmetteva un vecchio pezzo di Battisti. Un momento normale, di quelli che dovrebbero restare nella memoria per la loro tranquillità. Invece no.
«Ho usato i soldi del conto deposito per la festa di mia madre».
Chiara non si girò. Rimase con lo scolapasta sospeso a mezz’aria, le gocce d’acqua che cadevano sul fornello sfrigolando. Il vapore le appannò gli occhiali.
«Quali soldi?»
Marco si sedette al tavolo, allungando le gambe come se avesse appena annunciato di aver comprato il pane. «I nostri risparmi. Quelli della casa. Mi sono accordato con il ristorante “Da Rinaldo”, quello sul porto. Ho versato la caparra».
La casseruola finì nel lavandino con un tonfo sordo. Chiara si tolse gli occhiali, li pulì con uno strofinaccio, li rimise. Un gesto meccanico, mentre la testa cercava disperatamente un appiglio. Il conto della casa. Quattro anni di rinunce. Quattro anni in cui lei aveva detto no alle cene fuori, aveva rimandato la sostituzione della Panda 750 del ’96 che perdeva olio dal carter, aveva lavorato il sabato e la domenica nella falegnameria del padre per arrotondare. E lui aveva appena deciso che tutto questo poteva evaporare in una cena.
«Quanto?» chiese, la voce che usciva già diversa.
Marco tamburellò le dita sul tavolo di formica. «Quasi tutto. Ottantamila euro. Coperto a centotrenta euro a testa per quaranta persone, l’orchestra di liscio, la torta a tre piani. Ho dovuto bloccare la sala subito».
Fuori, dal terrazzino di quel quarto piano alla periferia di Bari, si sentirono i ragazzini giocare a pallone nel cortile. Il campanile della chiesa di San Marcello batté le sette e venti. Il tempo continuava a scorrere per tutti, tranne che per lei.
«L’hai già fatto».
Non era una domanda. L’aveva capito dal modo in cui lui evitava i suoi occhi, fissando un punto imprecisato sopra la sua spalla sinistra.
«Sì. Ho confermato tutto stamattina. Mamma compie settant’anni, Chià. Settanta. Non possiamo fare le cose a metà».
Chiara si lasciò cadere sulla sedia. Le gambe non la reggevano più. «A metà? Noi abbiamo trentaquattro anni, Marco. Viviamo in affitto da quando ci siamo sposati. Non abbiamo figli perché aspettiamo di avere una casa decente. Aspettiamo da dieci anni. E tu mi stai dicendo che abbiamo appena speso ottantamila euro per i fusilli al ragù e un liscio?»
«Ci sarà anche l’orchestra», aggiunse lui, come se questo migliorasse le cose. «Mamma adora il liscio».
La risata che uscì dalla gola di Chiara fu aspra, quasi un colpo di tosse. «L’orchestra. Chiaro. Per forza l’orchestra».
«Non ricominciare».
«A fare cosa?».
«A fare la vittima. Lo so che stiamo risparmiando. Ma è mia madre. Una volta nella vita si può fare uno strappo».
Chiara lo guardò come se lo vedesse per la prima volta. I capelli brizzolati sulle tempie, la camicia a quadri che lei gli aveva regalato a Natale, le mani da falegname con le unghie ancora sporche di colla. Suo marito. L’uomo che aveva scelto otto anni prima. E che evidentemente non conosceva affatto.
«Lo strappo lo abbiamo già fatto l’anno scorso», disse lentamente, scandendo le parole. «Ricordi? Quando hai pagato la crociera a tua madre e a tua zia Tina perché “erano depresse”. Altri settemila euro. E l’anno prima il montascale. E quello prima ancora la nuova cameretta per tuo nipote Antonio, perché tua sorella aveva bisogno di una mano. E io non ho mai detto niente, mai una parola. Ma qui parliamo di tutto, Marco. Tutto quello che avevamo».
Lui si alzò, prese una birra dal frigo, la stappò con un gesto nervoso. «Rimetteremo via. Piano piano. Basta lavorare un po’ di più».
«Io lavoro già settanta ore a settimana».
«Allora troverò altri clienti».
«Non è una questione di soldi». La voce di Chiara adesso era bassa, quasi calma. La calma che arriva dopo l’esaurimento della rabbia, quando resta solo il vuoto. «È che non mi hai chiesto niente. Non una parola. Hai deciso da solo. Come se io non esistessi. Come se questi dieci anni non contassero».
Marco bevve un lungo sorso, la gola che si muoveva su e giù. «Lo sapevo che avresti reagito così. È per questo che non te l’ho detto prima. Sei sempre così rigida sulle spese».
«Rigida? Abbiamo un mutuo da chiedere, Marco. Un mutuo. E le banche vogliono garanzie. Vogliono vedere che hai dei risparmi. Senza quei soldi sul conto, restiamo in questa topaia per altri dieci anni. E tu hai pagato il liscio».
Lui sbatté la bottiglia sul tavolo. «Non sopporto quando fai così. Sempre a contare i centesimi. La vita non è solo un estratto conto».
Chiara chiuse gli occhi. Vedeva la signora Franca, sua suocera, nella sua villetta a Triggiano. Sempre impeccabile, sempre con il golfino color pastello sulle spalle, sempre con quel sorriso dolce che sapeva essere una lama quando serviva. «Marco, amore della mamma, vieni un attimo qui». E lui accorreva. Da sempre. Da quando era bambino e lei lo vestiva con i completini uguali a quelli del nonno. Da quando, a vent’anni, era mancato il padre e Franca si era trasformata in una regina vedova che pretendeva dal figlio maschio devozione assoluta.
Lei, Chiara, era entrata in scena come un’intrusa. «Porta la focaccia domenica». «Vieni a sistemarmi le persiane». «Accompagnami dal cardiologo che non mi fido degli autobus». Tutto legittimo, tutto doveroso, tutto a senso unico.
«Sabato prossimo, allora», disse alla fine, alzandosi e prendendo la giacca dalla sedia. «Il grande evento».
Marco la guardò, incerto. «Vieni?».
«Certo che vengo. Non mi perderei lo spettacolo per niente al mondo. Ottantamila euro. Merita di essere visto».
La sera della festa, il ristorante era sontuoso. Affacciava sul porto vecchio, le luci delle barche che tremolavano sull’acqua nera. I tavoli erano apparecchiati con tovaglie di Fiandra, calici di cristallo, centrotavola di rose bianche. Al centro della sala, troneggiava una torta nuziale modificata: tre piani di pan di Spagna e crema chantilly, con la scritta «Auguri Franca» in glassa rosa.
La suocera entrò con un abito color lavanda, scortata da Marco come una regina. Abbracci, sorrisi, «ma come sei bella», «li porti benissimo», «settant’anni dove?». Chiara stava in un angolo, con un calice di prosecco che non beveva, e osservava la scena.
Enrico, un amico di vecchia data, le si avvicinò. «Tutto bene? Sembri un po’ assente».
Lei abbozzò un sorriso. «Solo stanca».
«Immagino. Organizzare una cosa del genere… avrete speso una fortuna».
Chiara non rispose. In quel momento, la suocera si materializzò alle sue spalle, esibendo un sorriso radioso. «Chiara cara, tutto bene? Non stai mangiando niente».
«No, sto bene. Davvero un bel ricevimento».
Franca si aggiustò la collana di perle, soddisfatta. «Merito di Marco. Ha pensato a tutto lui, sai? È sempre stato un figlio premuroso. Un uomo deve sapersi prendere cura di chi gli ha dato la vita».
Chiara sorseggiò il prosecco, sentendo il bollicine pizzicarle la lingua. «E di chi gli dà il resto della vita?».
Il sorriso di Franca si incrinò per un attimo, ma si ricompose subito. «Cosa vuoi dire, tesoro?».
«No, niente. Solo una riflessione».
La suocera la fissò con uno sguardo che oscillava tra la curiosità e la diffidenza. Poi si strinse nelle spalle e si allontanò, chiamata da un’amica che voleva complimentarsi.
Il momento clou fu il discorso di Marco. Salì sul piccolo palco, prese il microfono con l’aria di chi sta per annunciare un Oscar. «Mamma, oggi è il tuo giorno. Ogni euro speso per vederti felice vale più di qualsiasi cosa al mondo. Perché tu sei il cuore della nostra famiglia. Ti voglio bene».
Applausi. Tutti in piedi. Franca piangeva, abbracciata al figlio. Chiara batteva le mani meccanicamente, sentendo il rumore degli ottantamila euro che applaudivano con lei. Ogni battito di mani era un mattone in meno per la loro casa.
Nel vialetto, stretti nella Panda che sapeva di gasolio, il silenzio era assoluto. Il motore tossiva ai semafori.
«Sei stata tutto il tempo con quella faccia», attaccò Marco.
«Quale faccia?».
«Quella della martire. Hai rovinato la festa a tutti».
Chiara guardò fuori dal finestrino. Il lungomare scorreva, coi suoi lampioni arancioni e le palme polverose, immobili nell’afa. «Io non ho rovinato niente. Non ho detto una parola».
«Non serve parlare. Lo si capisce lo stesso. Sei sempre lì a giudicare. Non ti va mai bene niente».
«Mi andrebbe bene avere un marito che mi considera. Non un estraneo che decide della mia vita senza dirmi niente».
Lui frenò di colpo al semaforo, facendola sobbalzare contro la cintura. «Ti considero eccome. Ma ci sono delle priorità. Mia madre è sola, ha solo me. Tu sei giovane, hai un lavoro, una vita. Lei ha dato tutto per crescermi dopo che papà è morto. Non capisci?».
«Capisco», rispose Chiara, con una voce calma che non tradiva il terremoto interiore. «Capisco benissimo. Io sono la seconda. Anzi, forse la terza. Dopo tua madre, dopo tua sorella, dopo il nipote. E va bene così. Ma non chiedermi di sorridere mentre mi porti via la possibilità di avere una casa».
Arrivarono a casa in un silenzio ostile. Chiara andò in bagno, aprì il rubinetto per non farsi sentire, e pianse. Non singhiozzi violenti. Lacrime silenziosissime, di stanchezza. Di delusione. Di un amore che si era ridotto a un filo da rattoppare ogni sera.
Nei giorni successivi, la tensione era palpabile. Marco cercò un paio di volte di parlarle, ma i tentativi si infrangevano contro un muro di cortesia gelida. Lei preparava la cena, sparecchiava, dormiva (quando ci riusciva) voltata dall’altra parte. La casa era diventata un albergo per coinquilini.
Poi, una sera, lui la trovò in camera, davanti all’armadio aperto. Stava piegando dei maglioni in una borsa di tela.
«Cosa stai facendo?». La voce di Marco era allarmata.
«Vado da mia sorella, a Lecce. Pochi giorni. Mi serve aria».
Lui la prese per un braccio, non forte, ma con una urgenza che non aveva mai mostrato. «No. Non te ne vai. Parliamo. Adesso».
«Non c’è niente da dire, Marco. Hai deciso tutto tu. Come sempre».
«Allora ascoltami». Non era più il figlio devoto. Era un uomo spaventato, con le rughe intorno agli occhi improvvisamente più profonde. «Stamattina sono andato a trovare mia madre. Le ho detto la verità. Degli ottantamila, del mutuo che salta, di te».
Chiara smise di piegare il maglione. «E lei?».
Marco si lasciò cadere sul letto, la testa tra le mani. «Mi ha guardato e non ha aperto bocca per un minuto buono. Poi ha chiesto: “Ma Chiara lo sapeva?”. Ho detto di no. E lì è scattata. “Ma sei matto? Hai fatto una cazzata, Marco. Tua moglie doveva saperlo prima, non dopo.” Non me lo aspettavo. Non ha mai parlato così. Poi si è alzata, ha preso la borsa e se n’è andata in camera senza aggiungere altro».
Chiara si appoggiò allo stipite, la borsa dimenticata. Dentro le montava qualcosa di simile a un sollievo, ma troppo mischiato alla stanchezza per chiamarlo tale.
«Io ho sbagliato tutto», riprese Marco, alzando gli occhi. «Ho confuso l’amore per mia madre con la paura di deluderla. E ho finito per deludere te. Sei la persona più importante della mia vita, e io non te l’ho dimostrato. Dammi una possibilità per rimediare».
Lei non rispose. Il cuore le batteva forte, ma non era più rabbia. Era una porta socchiusa.
«La Panda vale qualcosa», disse Marco, come parlando a se stesso. «Il camioncino del lavoro pure. Domani chiamo mio cugino per l’officina. Se entro con lui, raddoppio le entrate. E questa volta i patti sono neri su bianco, con te. Ogni decisione la prendiamo insieme. Anche i dieci euro del regalo di compleanno. Senza eccezioni».
Chiara rimase in silenzio, poi si sedette accanto a lui. «Non sono bastate le parole fino a oggi», mormorò. «Voglio vedere i fatti».
Marco annuì, e quel gesto fu più pesante di qualsiasi promessa.
Tre giorni dopo, Chiara uscì dal turno in falegnameria e trovò un messaggio di Marco: «Sono all’officina di Daniele. Passa». Ci andò, senza aspettative. L’officina era un capannone di lamiera dietro lo svincolo, con l’odore di grasso e il rumore di un compressore. Marco era sporco di morchia, ma teneva in mano un foglio. «Ho firmato. Entro come socio al quaranta per cento. E il camioncino l’ho già venduto stamattina a un ragazzo di Triggiano. Diecimila tondi. Sono già sul conto».
Le porse il foglio. Lei lesse, sentendo la gola stringersi. Non era solo un contratto; era la prima volta che lui faceva un passo senza essere spinto da Franca. «E il resto?» chiese.
«La Panda la diamo via lunedì. Altri ottomila. Con quelli torniamo a cifra piena per il mutuo. E lavoro già da stasera sui preventivi di Daniele».
Chiara piegò il foglio, lo infilò nella tasca del giacchetto. «Ok», disse.
Marco rimase immobile, quasi non ci credesse. «Ok?».
«Ok. Però stasera pasta al pomodoro, niente fuochi d’artificio».
Un sorriso sbilenco gli attraversò il viso. «Pomodoro va benissimo».
Passarono settimane di aggiustamenti scomodi. Non fu facile: Marco imparava a dire «prima ne parlo con Chiara» e la prima volta che lo disse a sua madre, al telefono, lei sbuffò e attaccò. Ma lui non richiamò subito. La sera, a cena, Chiara gli passò il pane senza una parola, e quello bastò.
Un pomeriggio di dicembre bussarono alla porta di casa loro, ancora in affitto. Era Franca. Aveva una busta in mano. «Tieni», disse, porgendola a Chiara. «Non sono molti, ma così finite prima». La busta conteneva diecimila euro in contanti. Chiara la guardò, poi guardò Marco, che stava in disparte, zitto. «Grazie», disse piano. Franca fece un cenno col mento, il golfino color lavanda le stava un po’ storto, e se ne andò senza voltarsi.
Due mesi dopo firmarono il compromesso per una casa a Polignano a Mare, tre locali più una terrazza che guardava l’Adriatico. Il giorno del trasloco, Marco montò il dondolo di legno che aveva costruito nei ritagli di tempo. Lo sistemò sulla terrazza, il sole già basso. Chiara arrivò alle sue spalle, le mani ancora sporche di polvere degli scatoloni.
«Allora?» fece lui, senza girarsi.
Lei non rispose subito. Si sedette sul dondolo, diede un colpo leggero con i piedi per terra. Dondolò piano. Dentro casa, un timer suonò. Lei si alzò, andò in cucina. La focaccia comprata al forno all’angolo era ancora calda, avvolta nella carta paglia. Ne strappò un pezzo, lo spezzò in due. Raggiunse Marco, che era rimasto sulla terrazza, e gliene allungò una metà senza dire nulla.
Lui la prese, diede un morso. «È ancora calda», disse.
Chiara si sedette di nuovo sul dondolo, le gambe raccolte, guardando il mare che diventava arancione. «Già», rispose. E masticò adagio.
