La domenica ho smesso di fare la tata

Il cucchiaino affondò nel tiramisù con uno schiocco umido. Mia nipote acquisita, Chiara, si leccò via la crema dal labbro inferiore con una lentezza studiata, da padrona di casa.

«Signora Giovanna, ormai è in pensione. Non avete più grosse spese. Io e Filippo abbiamo fatto due conti e abbiamo deciso di sospendere il contributo mensile.»

Sul tavolo, accanto alla sua tazzina, c’era una scatola di pasticceria ancora aperta. Ventidue euro a confezione. Pagata con la mia nuova pensione, perché in famiglia l’unica ad avere contanti liquidi in tasca ero sempre io.

Fuori pioveva su Milano. Un crepitio fitto contro la veranda dell’appartamento di via Padova.

«Sospendere?» chiesi, appoggiando il cucchiaio sul tovagliolo.

«In che senso, sospendere?»

Filippo, mio nipote, fissava un punto imprecisato sulla tovaglia. Sgranocchiava una mandorla pralinata senza guardarmi. Aveva le spalle curve di chi vorrebbe essere altrove.

«Zia, abbiamo il mutuo del bilocale, la rata della Golf. Chiara deve mettere l’apparecchio invisibile ai denti. Tu non esci mai, non ti servono mica tanti soldi.»

Chiara mi sorrise. Un sorriso di chi ti sta facendo un favore spiegandoti come gira il mondo.

Io guardai il tavolo. Le briciole. La candela accesa per creare atmosfera. Trent’anni di palcoscenico come costumista al Teatro Nuovo, e mi ritrovavo a recitare la parte della pensionata rimbambita nel mio stesso tinello.

«Non esco mai. Perché ogni pomeriggio vado a prendere Leonardo alla materna. Poi lo tengo qui fino a sera. Gli do la merenda, la cena, gli faccio il bagno. Quaranta ore a settimana, Filippo. A volte di più quando vi scappa la pizzata con gli amici.»

Chiara sbuffò. Posò il tovagliolo sul piatto con un gesto secco.

«E con questo? È vostro nipote, non un estraneo! Dovreste ringraziarci di avervi dato un erede a cui voler bene. I nonni non si fanno pagare.»

«Io non sono la nonna, Chiara. Sono la prozia. La madre di Filippo, mia sorella, è morta dieci anni fa. Io non ho figli. E non ho mai detto di voler fare la tata gratis a tempo pieno.»

Filippo batté il palmo sul tavolo facendo tintinnare i bicchieri.

«Zia, piantala. Ci siamo parlati con Chiara. Non è normale retribuire la propria famiglia per la compagnia di un bambino. I soldi che ti davamo erano un aiuto. Ora che hai la pensione, non ti servono più. Fine della discussione.»

Settecento euro al mese. Questa era la cifra. Glielo ricordai.

«Erano un aiuto o erano la mia busta paga, Fi?»

Chiara rise. Una risata secca, senza allegria. Ci fu un istante di silenzio. Poi mi alzai, andai al cassetto del mobile all’ingresso e tirai fuori il mazzo di chiavi di riserva del mio appartamento. Quelle che avevo dato a Filippo quando era nato Leo.

Tornai al tavolo. Le lasciai cadere davanti a lui. Il metallo tintinnò contro il bordo del piatto.

«E queste?» chiese Filippo aggrottando la fronte.

«Le chiavi. Se i miei servigi adesso sono solo affetto, allora i miei orari cambiano. Da domani Leo lo venite a prendere voi all’asilo. I giorni di malattia ve lo gestite voi. I weekend li passate insieme.»

Filippo si alzò di scatto. La sedia strisciò sul pavimento.

«Io lavoro!» sibilò Chiara, paonazza.

«Anch’io ho lavorato. Quarant’anni di teatro, notti a cucire orli e a subire le angherie dei registi. Ora riposo.»

Andai alla porta d’ingresso e la spalancai. Entrò una folata d’aria umida.

«Avete finito il caffè? Uscite.»

Se ne andarono senza nemmeno infilarsi bene i giacconi. Filippo farfugliava improperi sottovoce. La porta si richiuse spinta dal peso del silenzio. Richiusi il chiavistello magnetico che mio nipote non aveva mai degnato di uno sguardo.

Quella notte dormii meglio del solito.

Lunedì mattina mi alzai alle otto e mezzo. Niente risvegli con baby dance giapponese a tutto volume dalla smart TV. Niente ditate di marmellata sulla tappezzeria. Macchina del caffè carica con miscela arabica. Per la prima volta in cinque anni usai la tazzina buona di Ginori.

Il citofono impazzì alle otto e quaranta. Un trillo continuo e isterico, di chi tiene il dito schiacciato sul pulsante come se stesse affogando.

Mi avvicinai allo schermo del videocitofono. Sul ballatoio c’era Chiara. In una mano reggeva lo zainetto di Spiderman, con l’altra teneva Leonardo per il bavero del giaccone a vento. Il bambino piagnucolava. Aveva i guanti sporchi.

«Signora Giovanna! Apra, è chiuso!» urlò al citofono, mollando il pulsante solo per ripremerlo subito dopo.

«Sono ancora a letto, Chiara. Sto recuperando le forze.»

«Non faccia la matta! Io alle nove e un quarto ho una riunione con la direzione commerciale. All’asilo c’è un caso di scarlattina e non posso portarlo. Lo lascio dieci minuti sul pianerottolo e poi vado, mi ha sentito?»

Il suo tono era isterico, vibrante di un’autorità che non aveva più potere su di me.

«Lo lasci pure. La signora De Angelis, la vicina del terzo, è a casa. Se sente un bambino abbandonato in corridoio chiama subito i carabinieri. Dopo le spiego che la mamma è scappata al lavoro.»

Dall’altro capo del microfono sentii il suo respiro bloccarsi. Poi un sibilo cattivo.

«È pazza. È una vecchia pazza ed egoista.»

I tacchi di Chiara martellarono irritati lungo il ballatoio. La porta dell’ascensore sbatté. Sparirono.

Tornai in cucina. Il caffè era ancora caldo. Lo bevvi d’un fiato, con la schiena dritta e le mani che non tremavano affatto.

Filippo mi chiamò alle due del pomeriggio. Rifiutai la prima chiamata. Poi la seconda. Alla terza risposi.

«Zia ti hanno ricoverata? Perché non rispondi?» abbaiò nel microfono.

Era in vivavoce. Sentivo in sottofondo il clacson furioso dei tram in corso Buenos Aires.

«Che succede?»

«Che succede? Chiara ha fatto tardi alla riunione e il suo capo l’ha strigliata davanti a tutti. Ha dovuto mollare Leonardo da una baby-sitter a domicilio a quaranta euro all’ora. Per colpa tua! Ti sei bevuta il cervello?»

Presi la tazzina. La osservai controluce. Sembrava quasi trasparente.

«Fi, sei mesi fa mi hai chiesto un prestito di novemila euro. Dovevi cambiare la cinghia di distribuzione alla Golf e pagare l’anticipo del dentista. Te li ricordi?»

Un attimo di pausa. «Certo che me li ricordo. Te li sto restituendo.»

«L’ultima rata quando l’hai versata, esattamente?»

Silenzio. Poi un borbottio indistinto.

«Ascoltami bene. Ho ritirato i miei risparmi dal fondo pensionistico integrativo per darti quei soldi, Fi. Adesso prendo millequattrocento euro al mese. Meno quattrocento di spese fisse. Meno la rata del finanziamento che ho acceso per te. Lo sai quanto mi resta?»

«Io ti porto sempre la spesa!»

«Una busta di pasta e una di insalata ogni dieci giorni. Leo consumava ottanta euro a settimana solo di frutta fresca. Le merendine, gli omogeneizzati, il dentifricio, i pannolini quando era più piccolo. Li mettevo io. Perché tu e tua moglie vi dimenticavate sempre di comprarli.»

«Zia, non ricominciare con la lista della spesa. Sembri la guardia di finanza. Non ti riconosco più.»

«Nemmeno io riconosco più te, Filippo. Maleducato e ingrato. Prova a chiamare tua suocera a Roma, vedi se si sobbarca due notti senza lamentarsi.»

Riattaccai.

La sera mi arrivò un bonifico istantaneo. Duecento euro. Causale: «Per la spesa». Mittente: Filippo Bonardi.

Respinsi il pagamento. Cancellai la transazione senza scrivere motivazioni.

Passarono due settimane. I pomeriggi diventarono lunghissimi. Ma preziosi.

Portai il mio vecchio cappotto di cammello in una tintoria artigianale di Porta Romana. Presi un abbonamento al cinema Anteo per la rassegna del pomeriggio. Cominciai a leggere romanzi di Simenon. La solitudine non pesava. Aveva la consistenza del velluto.

Il venerdì mattina stavo impastando una torta di mele. La cannella inebriava la cucina. Volevo mangiarla tiepida, davanti alla finestra su cui batteva una pioggia leggera.

Suonarono alla porta. Non il citofono. Il campanello di casa, quello diretto.

Aprii. Fuori c’era Filippo. Aveva la barba lunga di due giorni e le occhiaie violacee. Dietro di lui, Leonardo con lo stesso giaccone sporco e il berretto calato sugli occhi.

«Zia, per favore, dacci una mano.» Filippo spinse il bambino all’interno quasi fosse un pacco ingombrante.

«Spiegati.»

«Chiara è in ospedale. Dolori all’addome. Sospetta appendicite. Io devo correre al San Giuseppe a parlare con i chirurghi prima che la operino d’urgenza. La suocera è a Roma, a lei non posso chiedere. Tienimi Leo fino a domani. Ti prego, zia.»

Guardai mio nipote. Lui teneva lo sguardo fisso sullo schermo del tablet, senza degnarmi di un’occhiata. «Leo. Togliti il giaccone e mettilo sull’attaccapanni.»

Lo fece sbuffando. Filippo era già scomparso oltre la porta prima che potessi chiedergli il numero del reparto.

Tornai in cucina. Tagliai una fetta di torta per Leo.

«Hai fame?»

«No, zia Gio. Abbiamo mangiato i nuggets all’autogrill.»

Mi fermai con il coltello a mezz’aria. «Autogrill? Non siete andati in ospedale?»

«No. Papà è venuto a prendermi a scuola e poi siamo andati dalla mamma in ufficio. Poi hanno litigato in macchina. Poi siamo tornati a casa. La mamma stava provando un vestito nuovo. Aveva le paillettes. Poi papà ha detto che dovevano scappare al lago. Per il compleanno della zia Elena.»

Deposi il coltello. Presi il cellulare. Aprii Instagram. Cercai il profilo di Elena Castelli, migliore amica di Chiara.

La prima storia era un video. Lo aprii. La musica rimbombava dai piccoli altoparlanti.

Sulla terrazza di un resort di lusso sul lago di Como, con le luci soffuse e le montagne innevate sullo sfondo, Chiara brindava con un calice di bollicine. Indossava un minidress color smeraldo. Labbra lucide. Capelli raccolti. Risata scintillante. La didascalia diceva: «Le regine del weekend. Grazie ai mariti che ci hanno regalato due giorni di libertà!».

La storia era stata pubblicata quarantacinque minuti prima. Il resort era a un’ora di macchina da Milano.

Sul telefono mi arrivò un messaggio WhatsApp. Filippo. «Falso allarme. Niente appendicite. Devono tenerla in osservazione per sicurezza. Restiamo qui da Elena fino a domenica. Tieniti Leo due giorni. Bacio.»

Fissai lo schermo. Poi spostai lo sguardo su Leonardo che faceva colare la glassa della torta sulla tovaglia appena lavata.

«Hai ancora il giaccone. Rimettilo.»

Il bambino sbatté le palpebre.

«Dove andiamo?»

«A farti fare un bagno caldo con la mamma. Al lago.»

Chiamai un’auto a noleggio con conducente. Un servizio privato, centocinquanta euro a tratta. Estratto conto della pensione. Li spesi volentieri.

Percorremmo la statale tra l’odore del cuoio dei sedili e il ritmo lento dei tergicristalli. Leo si addormentò quasi subito, la testa poggiata contro il finestrino gelido.

Arrivammo al resort. Una specie di castello moderno con colonne di marmo e luci al neon azzurre. Parcheggiammo. Scesi. Tirai giù Leo.

Alla reception chiesi cortesemente dove fosse il banchetto privato di Elena Castelli. L’addetta, una ragazza con un paniere di orchidee sul bancone, mi indicò la sala «Magnolia» al piano superiore. Mi chiese se volessi essere annunciata.

«No, la sorpresa è il regalo.»

Salimmo le scale. Leo inciampò due volte. Aveva un laccio slacciato e il berretto storto. Le scarpe bagnate lasciavano piccole impronte scure sulla moquette beige del corridoio.

Aprii la porta a battenti della sala Magnolia.

Dentro, una quarantina di invitati. Eleganti. Risate. Il clangore ovattato delle posate buone. C’era un enorme tavolo a ferro di cavallo, sommerso da vassoi di pasticceria e alzate di frutta.

Li vidi subito. Erano in fondo, accanto alla festeggiata. Filippo era di profilo. Teneva un calice di rosso, parlava con la testa buttata indietro. Chiara era seduta accanto a lui. Aveva lo stesso vestito di paillettes verdi che Leo mi aveva descritto. Stava mangiando un tiramisù.

Entrai. I miei passi risuonarono sul parquet come colpi di un martelletto da giudice. Tre o quattro invitati girarono la testa. Il brusio smise di colpo. Come un rubinetto chiuso di scatto.

Filippo si voltò. Il suo viso cambiò colore. Da acceso a cereo in un secondo. Deglutì. Le nocche bianche sullo stelo del bicchiere.

«Zia… tu…» balbettò alzandosi in piedi.

«Buonasera a tutti. Scusate il disturbo.»

La mia voce era perfettamente calma. Risonava per la sala con la precisione di un soprano che attacca un’aria in un teatro muto.

Chiara scattò in avanti come una molla. Le pupille dilatate. I gioielli che tintinnavano.

Mi avvicinai al loro tavolo. Spinsi delicatamente Leonardo davanti a me.

«Cari miei. Avete dimenticato il bagaglio. Ve lo riporto.»

Leonardo corse verso la madre. Le abbracciò le gambe infilando il naso sporco nel vestito di paillettes lucidissime.

«Mamma! Mi scappa la pipì!» strillò.

Qualcuno tra gli invitati soffocò una risata nervosa. Elena, la festeggiata, sbiancò. Posò il calice. Guardò Chiara con due occhiacci terribili.

Filippo mi afferrò per un braccio strattonandomi.

«Zia, dammi retta. Andiamo fuori. Non fare scenate.» Sibilò tra i denti con un alito che sapeva di Barbera e disperazione.

Non mi mossi di un millimetro. Abbassai lo sguardo sulle sue dita che mi stringevano l’avambraccio.

«Staccami la mano dal braccio, Filippo. Subito.»

Ubbidì. Come un bambino piccolo.

«Avete mentito. Di nuovo» dissi, scandendo le parole perché sentissero tutti. «Nessuna appendicite. Nessun ospedale. Avete scaricato vostro figlio come un pacco indesiderato e siete corsi qui a divertirvi. E mi avete preso in giro. Come avete sempre fatto.»

Chiara si mise in piedi di scatto. Il viso congestionato.

«Ci siamo fatti un weekend! Lo fanno tutti! Lei è la prozia, dovrebbe solo che vergognarsi di aver messo in imbarazzo un bambino!» ringhiò.

Io guardai Leonardo. Lui era aggrappato alla sedia, senza capire.

«Io non mi vergogno. Io sono riposata. Avete due giorni per trovare un asilo nido, una babysitter o una badante. Se domenica alle sette di sera Leo è di nuovo sul mio pianerottolo, chiamo l’assistenza sociale. Ho già salvato il video. E ho salvato la conversazione.»

Mi girai. Presi la mia borsa. Elena stava già sussurrando furiosamente con Chiara.

«Zia, non osare voltarmi le spalle!» urlò Filippo. Un urlo strozzato.

Non mi fermai.

Attraversai la sala a testa alta. La musica aveva smesso di suonare. Mi aprirono le porte come se fossi un’ospite d’onore.

Nel corridoio, il silenzio era denso.

Richiamai l’auto. Tornai verso Milano nel buio più assoluto. Dentro non avevo rabbia. Solo uno spazio vuoto e ordinato, come un guardaroba pulito dopo anni di costumi appallottolati alla rinfusa.

Sapevo cosa sarebbe successo. E successe.

Domenica mattina presto, il mio uscio di via Padova tremò. Prima un pugno. Poi il campanello a festa. Poi il mio cellulare, crivellato di chiamate senza risposta.

Mi versai un espresso. Macinato grosso. Crema densa.

Andai alla porta. Non la aprii. Appoggiai una mano al legno.

«Chi è?»

«Zia! Zia apri! Abbiamo provato per due giorni a chiamare un asilo aziendale, non funziona! Chiara ha il weekend di formazione, io ho la trasferta a Torino domani, non siamo attrezzati. Non fare la matta, riprenditi Leo!»

«Non posso.»

«Cosa vuol dire non posso?! Hai cambiato la serratura?!»

«L’ho fatta cambiare ieri. Cilindro europeo. Costa un po’, ma è sicuro. In casa mia entro solo io. Adesso.»

Sentii quasi il suo respiro ansimare oltre lo stipite.

«Zia, sono tuo nipote. Sei la mia unica parente. Non puoi abbandonarmi così. Sei malata. Sei sola. Poi non ti lamentare se non avrai nessuno che ti chiude gli occhi.»

Appoggiai la tazza sul mobiletto dell’ingresso. Sorrisi, anche se lui non poteva vedermi.

«Ho già dato mandato a un’agenzia di onoranze funebri. Ho pagato la pratica anticipata. Il mio corpo andrà all’università per gli studi di anatomia. Così non devi preoccuparti nemmeno del funerale, Filippo. Sei libero. Da tutto. Soprattutto da me.»

Un silenzio innaturale. Lungo. Dell’uomo che si rende conto di non avere più nessuna leva da azionare.

Poi passi pesanti che si allontanavano. Il tonfo dell’ascensore.

Tornai in cucina. Mi sedetti. Fuori aveva smesso di piovere. Un timido sole invernale illuminava il tavolo e la mia torta di mele ancora intatta.

Non avevo più nipoti che strillavano. Non avevo più parenti che contavano i miei soldi. Avevo il ticchettio lento del pendolo di mia sorella. Il profumo di cannella e pulito. E un pomeriggio intero, davanti a me, da riempire solo di me stessa.

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