Il sacchetto della verità

Mi chiamo Rosa, ho sessantotto anni e non posso più alzarmi dal letto. Dopo l'ictus, la parte sinistra del corpo non mi risponde. Vivo a Bari vecchia, in un basso al piano terra, con i miei tre nipoti: Ada ha quattordici anni, Tito nove, Lina sei. La loro madre — mia figlia Carmela — se n'è andata tre anni fa con un camionista di Taranto. Dice che ci manda i soldi. Il mese scorso ha mandato cinquanta euro. Con la mia pensione di 680 euro e il reddito di cittadinanza che non arriva perché Carmela non ha mai fatto la domanda, facciamo i salti mortali.

Ogni mattina Ada va al forno di mastro Piero, due vicoli più in là. Lui le regala il pane avanzato del giorno prima, a volte un filone intero. Ada non si lamenta mai. Dice che le piace il pane duro, che lo intinge nel latte. Ma io so che il latte lo teniamo per Lina.

Ieri è stata diversa. Ada è rientrata con un sacchetto di carta lucida, tipo quelli dei negozi del centro. Dentro c'erano quattro cornetti appena sfornati, di quelli con la crema. Il profumo ha riempito il basso. Tito ha gridato. Lina si è svegliata. Anche il mio cuore ha cambiato ritmo.

— Chi te li ha dati? — ho chiesto.

— Un signore davanti al forno. Voleva fare una foto con i bambini per la pubblicità. Mi ha ringraziato coi cornetti.

Ada non sa mentire bene. Abbassava gli occhi, si strofinava i pollici contro l'orlo della maglietta. Ma non ho insistito. I cornetti erano veri, la crema colava sul bordo.

— Mangiate voi, — ha detto lei. — Io ho già mangiato a scuola.

E ha spinto il sacchetto verso Tito. Tito ne ha presi due, uno per mano. Lina ha morso quello di Ada. Ada le ha pulito il mento con la manica, senza staccare gli occhi dal muro.

Io non ho detto niente. Le ho solo fatto cenno di avvicinarsi. Le ho toccato la guancia. Era fredda, nonostante fuori ci fossero ventisette gradi.

— Sei stata in mensa? — le ho chiesto piano.

— Sì, nonna.

— Cosa hai mangiato?

Lei ha aperto la bocca, l'ha richiusa. Ha preso le briciole rimaste sul tavolo con l'indice bagnato. Le ha portate alla bocca. Non ha risposto.

In quel momento ho visto dalla porta, attraverso la tenda di plastica, un uomo fermo davanti alla finestra. Indossava una camicia chiara, sudata sotto le ascelle. Teneva il telefono in mano, ma non faceva foto. Guardava dentro, verso Ada. Verso il sacchetto vuoto. Verso me.

Mastro Piero mi aveva parlato di un cliente nuovo, un commercialista di Milano, che passava le mattine a osservare i vicoli. Diceva che cercava storie per un libro. Io non ci avevo creduto. Ma l'uomo era lì. Ha visto Ada leccarsi il dito con le briciole. Ha visto me che la guardavo. Ha lasciato cadere il braccio con il telefono. Si è tolto gli occhiali e si è strofinato il naso col dorso della mano, un gesto veloce, come per nascondere qualcosa.

Non sono santa. Ho capito subito cosa aveva visto. Una ragazzina che regala il suo cornetto ai fratelli e dice di aver mangiato a scuola, quando io so che a scuola non l'hanno fatta entrare in mensa per il debito di 180 euro. Lo so perché la bidella, che abita al numero 14, me l'ha detto una settimana fa. Ada non mangia a scuola da novembre.

Quella notte non ho chiuso occhio. Ada dormiva sul materasso per terra, con Lina addosso. Tito si è girato tre volte. Io fissavo il soffitto, dove l'acqua ha disegnato una macchia a forma di scarpa. Ho contato le mie medicine sul comodino: due scatole, ne basteranno per cinque giorni. Poi ho pensato ai soldi.

Sotto il materasso, cucito nella federa vecchia, c'è un sacchetto di plastica con dentro 940 euro. Li ho messi da parte in dieci anni, togliendo dieci euro al mese dalla pensione e aggiungendo i soldi che mi passavano le vicine per accudire i loro gatti. Quei soldi dovevano servire per il funerale. Non voglio che Ada e i piccoli debbano chiedere un prestito il giorno che chiudo gli occhi. Ma stanotte ho capito una cosa: i morti non hanno bisogno di mangiare.

All'alba, quando Ada è uscita per andare all'istituto alberghiero — ha vinto una borsa di studio, va anche se non ha i soldi per la divisa — ho chiamato la vicina, Assunta.

— Assunta, mi porti da un notaio? Prendiamo un taxi. Ti pago la corsa.

— E che devi fare, Rosa?

— Devo firmare una cosa. Ti ho messo i soldi per il taxi nella tasca del grembiule.

Assunta ha capito che non era il momento di fare domande. Mi ha aiutato a mettermi la vestaglia. Mi ha caricato sul taxi come un sacco di patate. Il tassista ha abbassato il sedile. Siamo andate in via Sparano, dove c'è lo studio del notaio Carrara. Costa. La consulenza per la donazione della casa mi è costata 350 euro, anticipo. Gli altri 500 li pagherò a rate, con calma. Il notaio ha spiegato a voce alta, perché sento poco dall'orecchio destro: per donare la casa ad Ada, serve il consenso di mia figlia Carmela, perché l'immobile è cointestato a lei per la metà. Quel maledetto basso l'ho comprato trent'anni fa con mio marito. Dopo la sua morte, la metà è passata a Carmela. Io ho solo la mia metà.

— E se la donassi solo per la mia quota? — ho chiesto.

— Si può. Ada diventerebbe comproprietaria con Carmela. Ma deve esserci l'atto, e resta un'intestazione fiduciaria fino alla maggiore età: sarà lei di fatto ad amministrarla, con un tutore che vigila.

— Va bene lo stesso, — ho detto. — Basta che nessuno gliela porti via.

Sono tornata a casa con un foglio timbrato e la testa che mi scoppiava. Ho firmato la donazione della mia metà del basso ad Ada. Il notaio ha detto che dopo l'atto la casa resterà a lei, qualunque cosa succeda. Carmela non potrà venderla senza il consenso di Ada. E Ada avrà qualcosa di suo, per sempre.

Poi ho preso il sacchetto di plastica con i 940 euro. Ho tenuto da parte cento euro, quanto basta per una bara semplice se dovesse servire in fretta — il resto, 840 euro, l'ho chiamato Ada per darglielo prima che rientrasse a scuola. Le ho messo il sacchetto nella tasca dello zaino, nella fodera, dove lei non guarda mai. Dentro ho infilato un foglietto piegato in quattro, scritto con la biro della posta:

*Questi sono per i debiti della mensa. Mangia. Non dire più che hai mangiato a scuola se non è vero. Se lo dici un'altra volta, vengo a scuola e pago il conto a modo mio. Ti voglio bene.*

Non ho scritto altro. I biglietti lunghi li legge per sbaglio e poi si mette a piangere.

La sera è venuto il commercialista di Milano. Si è fermato sul gradino del basso con un sacchetto nuovo. Dentro c'erano sei cornetti, due pizze di focaccia, un litro di latte fresco.

— Per la bambina, — ha detto. — E per voi.

— Non le faccia l'elemosina, — ho detto io. — Ada non vuole la carità.

Lui si è tolto di nuovo gli occhiali. Ha guardato Ada che lavava i piatti alla fontanella in cortile.

— Non è elemosina, signora. È solo quello che avrei voluto fare io, alla sua età. Mia madre faceva la stessa cosa: diceva di aver mangiato, e ci lasciava i cornetti.

Ho preso il sacchetto e l'ho appoggiato sul tavolo, senza aprirlo davanti a lui.

— La ringrazio. Ma quello che serviva a questa casa l'ho già trovato io.

Lui ha annuito, ha rimesso gli occhiali e se n'è andato senza insistere. Non l'ho più rivisto.

La mattina dopo è arrivata Carmela. Aveva saputo dal portinaio che ero andata dal notaio. È entrata senza bussare, con i capelli tirati indietro e la borsa nuova, di cuoio chiaro.

— Mamma, che hai combinato? La casa ad Ada? Sei matta?

Io le ho mostrato la copia dell'atto.

— È fatta, Carmela.

— La mia metà! Quella è la mia metà!

— La tua metà resta tua. Ma non puoi vendere senza il consenso di Ada. E Ada non firmerà mai per buttarmi fuori. Così la casa resta a tutti noi.

Carmela si è messa a urlare. Diceva che mi porta in tribunale, che sono una vecchia rincoglionita, che Ada è una ladra. Ada si è rifugiata dietro la tenda, le mani sulle orecchie. Tito ha cominciato a piangere. Lina si è nascosta sotto il tavolo.

Io non ho alzato la voce. Ho solo indicato la porta.

— Vai in tribunale, se vuoi. Porto il foglio della mensa e la denuncia che non hai mai pagato un euro di alimenti. Vediamo chi ci rimette.

Carmela si è fermata un istante, la mano ancora sulla maniglia. Ha guardato l'atto sul tavolo, poi Ada dietro la tenda. Non ha risposto. È uscita sbattendo la porta, rompendo la tenda di plastica con la borsa. Da quel giorno non ha più chiesto della casa: il notaio mi ha confermato al telefono, una settimana dopo, che nessun atto di vendita o ipoteca può passare senza la firma di Ada.

Ada è rimasta immobile, le spalle contro il muro, le labbra serrate. Non ha detto niente per dieci minuti. Poi è andata al lavandino, ha sciacquato i piatti, uno dopo l'altro, strofinandoli anche se erano puliti.

Mastro Piero è passato all'ora di pranzo, con la cassetta del pane. Ha visto la tenda rotta, le briciole sul pavimento, il viso di Ada. Si è fermato sulla porta con la cassetta in mano.

— Signora Rosa, che è successo?

— Mia figlia, — ho detto io. — Nient'altro.

Lui ha guardato Ada. Ada ha preso il pane duro, l'ha aperto e ne ha data una parte a Tito. Poi ha fatto per mettersi il pezzo in bocca. Si è fermata. Mi ha guardato.

— Nonna, io… non ho mangiato a scuola, è vero.

Mastro Piero ha appoggiato la cassetta a terra. Si è passato il dorso della mano sulla fronte sudata.

— Domani vieni con me al forno prima di scuola, — ha detto. — Ti faccio vedere come si registra il conto della mensa: ci penso io a saldarlo ogni mese, tu mi aiuti due ore il sabato a incartare il pane. Così non è carità, è lavoro.

Ada lo ha guardato senza parlare, poi ha annuito piano, con la testa, e ha stretto il pezzo di pane tra le mani.

Il giorno dopo, davvero, Ada ha portato Tito in mensa. La bidella l'ha aiutata a compilare il modulo per il pagamento rateale, firmato da me con la mano destra, l'unica che mi risponde ancora. Ada è tornata a casa con il cartellino della mensa appeso al collo, come una medaglia.

Quella sera ha detto, prima di dormire:

— Nonna, adesso mangio davvero a scuola. Non devo più dire bugie.

Io ho appoggiato la mano sul suo petto, sopra il cartellino.

— E quando non mangi, me lo dici. E troviamo un modo.

Lei ha stretto la mia mano. Poi si è addormentata lì, sul mio letto, con le dita incrociate come quando era piccola.

Ogni sabato mattina, adesso, Ada va al forno prima dell'alba. Torna con la farina sulle braccia e un sacchetto con due cornetti caldi. Uno lo mangia sulla soglia, in piedi. L'altro lo spezza in due e lo porge a Tito e Lina, ancora in pigiama, sulla porta di casa. Io guardo dal letto, attraverso la tenda nuova che Assunta ha cucito la settimana scorsa, mentre le briciole cadono sul pavimento e nessuno le raccoglie subito.

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