Sentii tutto dalla tromba delle scale. Erano le sette e dieci di giovedì, io stavo rientrando con il pane caldo della panetteria di via Ospedale. Il portone si chiuse piano e la voce di Fabio rimbombò nel vano scale.
— Il cane lo lasciamo in cortile. Se campa, campa. Torniamo e vediamo.
Mi fermai sul pianerottolo del secondo piano, con il sacchetto del pane appoggiato al corrimano. La ciotola rossa era già lì, fuori dalla porta di casa loro, piena d’acqua piovana e di una crosta secca che non avrei saputo dire se fosse riso o polenta. Loro due si erano fermati davanti all’ascensore. Lui trascinava un trolley nero con una ruota ormai storta. Lei, Chiara, reggeva al guinzaglio un meticcio color miele con il petto bianco.
— Ma Fabio, non possiamo lasciarlo così — disse lei, senza troppa convinzione.
— Chiara, l’aereo parte alle undici. Non abbiamo tempo. Lo conosce il quartiere, no?
Il cane si chiamava Argo. Non so perché gliel’avessero dato quel nome, forse per via di un film. Per me era sempre stato solo “il cane del 3B”. Un incrocio tra un pastore e un cane da caccia, con le orecchie nere troppo lunghe e la coda sempre in movimento. Quando incrociavo Chiara per le scale, Argo si sedeva e mi porgeva la zampa. Lo faceva con tutti. Era un cane che non aveva ancora capito che la gente a volte non merita nemmeno la zampa.
Rimasi dov’ero, con le chiavi in mano, e ascoltai il seguito. Fabio sbuffò.
— Mia madre aveva ragione. Dovevamo portarlo al canile prima di partire.
— Ma via, due settimane al mare in Puglia non ci hanno fatto mai male. Staremo a Gallipoli, il cane non può venire in spiaggia.
— Appunto.
Poi lo sentii tirare su il trolley e avviarsi. Chiara lo seguì dopo qualche secondo. Il guinzaglio cadde a terra con un rumore secco. Argo si fermò davanti alla porta di casa, annusò la soglia, poi si strusciò contro il muro. Io scesi solo quando la porta del palazzo sbatté. C’era un silenzio strano, di quelli che si sentono quando l’ascensore è fermo e fuori inizia a piovere.
Il pomeriggio dello stesso giorno vidi la macchina di Fabio – una Fiat Panda rossa targata CG 482 FW – uscire dal cancello. Argo corse dietro fino al portone pedonale. Non abbaiò. Si fermò con il muso contro la serranda della panetteria qui sotto, poi tornò indietro e si accucciò davanti alla ciotola rossa. Vuota.
Io non ho mai avuto cani. Mio marito era morto sei anni fa a giugno, di sabato, mentre preparava lo spago per legare le piante sul balcone. Da allora vivevo da sola, pulivo troppo, e uscivo ogni mattina alle sette per il pane. In quel cortile io guardavo, e basta. Ma la ciotola vuota, con la pioggia che la riempiva piano, mi dava fastidio.
Il giorno dopo portai giù una ciotola piena d’acqua fresca e un pacchetto di crocchette scadute da due mesi, che avevo trovato in dispensa. Argo mi guardò con le orecchie alzate. Non mangiò subito. Annu… no. Fece un passo indietro e inclinò la testa. Poi mangiò in fretta, senza alzare il muso dalla ciotola.
— Ecco, bravo. Adesso aspettiamo, no? — gli dissi. Assurdo, lo so. Parlavo con un cane. A settantadue anni, con la pensione minima e il balcone pieno di basilico secco, si fanno anche queste cose.
Per una settimana fu così: io scendevo con l’acqua, e lui aspettava davanti al portone. Non si allontanava mai, neanche per fare i bisogni. Ogni volta che passava una Panda rossa, Argo scattava in piedi. La guardava passare, poi tornava a cuccia. Di notte dormiva sulla soglia, con il muso appoggiato alle zampe davanti. Il quartiere intero lo vedeva. La signora Lorena del 2C, quella che fuma sul balcone alle cinque del mattino, scuoteva la testa. Il gatto di mia sorella, un soriano grigio che si chiama Pepe, una sera passò accanto ad Argo e lui non lo inseguì. Restò lì, immobile. Nemmeno il gatto gli interessava. Quella immobilità mi faceva una specie di male allo stomaco, come quando aspetti una telefonata che sai non arriverà.
Il martedì successivo, all’alba, scoppiò l’inferno. Sentii il fischio dei freni dal letto. Un camioncino Ape Car, di quelli che vendono frutta, aveva sterzato per evitare una buca e aveva preso in pieno la ruota posteriore di Argo. Il cane guaì una volta sola, un suono acuto che mi trafisse. Corsi giù in vestaglia. L’autista, un ragazzo di nome Salvatore con la faccia piena di sudore, era sceso e gridava: “Non l’ho visto! È sbucato all’improvviso!”
Argo era a terra, sul fianco. La zampa posteriore destra penzolava in un angolo che non stava in nessun corpo di cane. Respirava forte. Mi inginocchiai sul porfido bagnato. Gli toccai il fianco, sentii il cuore che batteva veloce come un coltello sul marmo.
— Chiama il dottore. Subito. La clinica veterinaria San Francesco, in via Napoli. Vai, corri.
Il ragazzo non si mosse. Rimase con il telefono in mano, paralizzato. Gli urlai di scattare. Poi sollevai Argo con un telo di cotone che presi dal portone. Pesava più di quanto pensassi. L’autista mi aiutò a caricarlo sull’Ape, e partimmo traballando per le strade di Bari Vecchia, con le cassette di fagiolini che tremavano e il cane che mi leccava debolmente il dorso della mano.
Alla clinica il dottor Manfredi, un uomo massiccio con gli occhiali sporchi, guardò la radiografia e mi disse: “Frattura scomposta del femore. Serve un intervento. Costerà settecentoquaranta euro, forse di più con le medicine.”
Io ho un conto postale. L’ho aperto nel 1987 con cinquecento mila lire. C’erano poco più di duemila euro, messi da parte per il dentista e per il funerale, che da vedova si pensa sempre anche a quello. Guardai Argo sul tavolo d’acciaio. Stava fermo, con gli occhi scuri che mi seguivano. Non piangeva. Neanche io. Contai mentalmente: settecentoquaranta euro. Il ponte dentale poteva aspettare. Il funerale no, ma era un problema mio.
— Fate l’intervento — dissi.
Il dottore mi guardò. — È il suo cane?
— No. Ma pago io.
— Ha capito che poi il padrone può riprenderlo?
— Me lo sono chiesta anch’io. Ma se lo lascio morire, io cosa sono?
Non rispose. Firmai il modulo. Sulla carta, accanto a “intestatario”, scrissi il mio nome: Agnese Colella, nata a Bari il 14 marzo 1952.
Passarono due settimane. Argo rimase ricoverato. Io andavo ogni pomeriggio alle cinque, dopo la messa. Portavo pollo lesso e carote. Il dottore diceva che l’osso si stava saldando. “Anche il cuore, forse,” aggiunsi una volta. Mi rispose che per quello non c’è radiografia.
Quando lo dimisero, lo portai a casa mia. Un appartamento di due stanze e mezzo, con le piastrelle bianche e nere degli anni Sessanta, un quadro di San Nicola sulla parete e l’odore di caffè rancido quando piove. Argo zoppicava, ma camminava. Gli sistemai un angolo vicino al balcone, sopra una coperta di lana scura. La prima notte non dormì. Restò seduto davanti alla porta, a guardarmi con le orecchie ritte.
— Ti capisco — gli dissi. — Anch’io ho aspettato un ritorno che non è mai arrivato. Solo che il mio aveva un anello e un nome, il tuo aveva un biglietto aereo per Gallipoli.
Non lo so perché glielo dissi. Ma da quella notte Argo dormì ai piedi del mio letto, con il muso rivolto alla finestra.
Poi una sera tornarono. Li vidi dalla ringhiera, io stavo stendendo le lenzuola. La Panda rossa parcheggiò nel cortile, e Chiara scese con le stampelle? No. Scese con i capelli ancora umidi di salsedine e con una borsa di paglia piena di conchiglie. Fabio portava i bagagli. Erano abbronzati, euforici. Il sole di Gallipoli gli aveva asciugato il cervello.
Scesi. Argo mi seguì senza guinzaglio. Quando ci vide, Chiara si bloccò.
— Mamma mia, è vivo! — esclamò.
Argo si fermò. La guardò. Poi la coda iniziò a muoversi, ma solo un poco. Non corse. Fece un passo verso di loro, si voltò a guardarmi, poi tornò indietro.
— Signora Colella — disse Chiara, avvicinandosi. — Che ci fa con il nostro cane?
— Il vostro cane era per terra con una zampa rotta. Il vostro cane ha rischiato di morire mentre voi ballavate in spiaggia.
Fabio sbatté il portabagagli. — Senta, signora, la ringraziamo. Ma adesso ce lo riprendiamo.
Tirai fuori dalla tasca la fattura della clinica. Settecentoquaranta euro. La misi sul cofano della Panda.
— Molto volentieri. Basta che paghiate questo.
Chiara prese il foglio tra due dita, come se fosse un pezzo di carta moschicida. — Non è un po’… eccessivo?
— È il costo dell’operazione. Con gli scontrini.
Fabio non prese nemmeno il foglio. — Non le abbiamo chiesto noi di operarlo.
— No. Voi gli avete lasciato solo il cortile e una ciotola vuota.
— Questo è ricatto! — gridò lui. E fu in quel momento che capii che non era rabbia. Era vergogna.
Argo si sedette accanto a me. Non li guardava. Annusava il parafango della Panda, poi si ritrasse. Il gatto Pepe passò in quel momento e si sfregò contro il muro. Argo lo ignorò. Restò lì.
— Avete due giorni — dissi. — Poi vado io in clinica a fare una cosa. E vi assicuro che non vi piacerà.
Non aggiunsi altro. Girò le spalle e rientrai, con Argo dietro. Sentii i loro passi sul pianerottolo, la porta del 3B che si apriva e richiudeva. Erano a casa. Noi pure.
Due giorni dopo, alle otto del mattino, suonarono alla mia porta. C’erano tutte e due, questa volta. Chiara aveva un assegno in mano. Fabio no. Chiara aprì bocca, ma fu Fabio a parlare.
— Sentite, signora — disse, e notai che si rivolgeva anche ad Argo, che sporgeva il muso dal corridoio. — Non abbiamo settecentoquaranta euro. Abbiamo appena speso i risparmi per la vacanza.
— Quindi il cane non vale niente per voi.
— Ma no, è che…
— È che avete già deciso. Va bene.
Feci un gesto con il braccio, come per chiudere la porta.
Chiara mi guardò. Poi guardò Argo. E in quel momento, per la prima volta, mi accorsi che Argo si era voltato verso la finestra. Non verso di loro. Verso la pianta di basilico che stava morendo sul davanzale. Era la pianta di mio marito. Era morta anche lei, piano piano, per mancanza d’acqua.
— Tenetevelo — disse Fabio. — Non ne possiamo più di questa storia.
Chiara non disse nulla. Posò l’assegno sul pianerottolo, a terra. Poi se ne andarono.
Raccolsi l’assegno. C’era scritto: “Somma di 300,00 euro”. Avevano aggiunto mille cinquecento, forse per sentirsi in ordine con la coscienza. Non bastava. Ma io non volevo più niente da loro.
Il giorno dopo andai alla clinica. Presi un modulo. Feci cambiare il microchip.
— Intestatario: Agnese Colella. Animale: Argo. Numero di registrazione: 8849201.
Il dottor Manfredi firmò. Poi mi consegnò il certificato. Lo piegai in quattro e lo misi nel portafoglio, accanto alla foto di mio marito.
Sulla strada di casa comprai una ciotola blu, con il fondo antiscivolo. E una confezione di crocchette nuove, quelle con il salmone. Dissi al negoziante: “Mi faccia lo scontrino.” Lo disse anche lui: “È contenta? Ha l’aria stanca.”
— Stanca di essere buona senza motivo.
Non mi rispose. Tornai a casa. Argo mi aspettava davanti alla porta. Zoppicava appena, come un marinaio vecchio. Nel pomeriggio uscimmo insieme. Passammo davanti alla ciotola rossa, ancora lì, piena di acqua piovana e di una foglia secca. Non la toccai. Non la guardai nemmeno. Argo la annusò per l’ultima volta, poi si girò e mi seguì.
Adesso ogni mattina alle sette usciamo insieme. Io compro il pane, Argo aspetta fuori dalla panetteria. Poi andiamo sul lungomare di Bari, vicino al molo di San Nicola, e sediamo su una panchina a guardare i gabbiani. Argo si sdraia ai miei piedi, con il muso verso il mare. Non aspetta più nessuno. E per me è strano: io che aspettavo da sei anni una telefonata, adesso esco con un cane che mi aspetta solo quando vado a pagare il pane.
Qualche sera fa, Fabio e Chiara ci hanno incrociati in via Ospedale. Lui ha abbassato lo sguardo. Lei ha fatto finta di guardare una vetrina. Argo ha annusato l’aria, ha scodinzolato una volta – un gesto cortese, credo – poi ha tirato il guinzaglio verso la panetteria, dove il panettiere gli tiene sempre da parte un pezzo di focaccia.
L’ho accontentato. Ho comprato due pezzi di focaccia calda, una per lui, una per me. E ho pagato con i contanti. Il resto, due euro e quaranta, l’ho messo nella tasca del cappotto, accanto al certificato del microchip. Ci ho appoggiato sopra la mano, mentre tornavamo a casa. La strada era piena di moto e di voci. Il portone si è chiuso piano. Su al secondo piano, la porta del 3B era chiusa. La ciotola rossa non c’era più. L’aveva portata via il camion della nettezza urbana, forse, o l’aveva gettata qualcuno.
Non lo so. E non mi importa. Perché adesso, quando apro la porta di casa, c’è una ciotola blu piena d’acqua fresca. E un cane che non aspetta più.
