Duecentotrenta euro al mese. Per tre anni, Rosanna Bellofiore li ha versati senza saltare una rata, sempre il cinque del mese, sempre con lo stesso bonifico: "Contributo canile Le Querce". Non le era mai pesato. Aveva settantuno anni, la pensione della scuola dove aveva insegnato matematica per trentotto anni, e un vuoto in casa da quando suo marito Ernesto se n'era andato lasciandole solo il gatto e troppe stanze silenziose.
Il canile stava sulla provinciale che da Chieti scende verso il mare, un capannone di lamiera con dodici box e un cortile di terra battuta dove i cani giravano in tondo aspettando qualcuno che non arrivava mai per la maggior parte di loro. Rosanna ci andava il mercoledì e il sabato, portava crocchette, portava le salsicce che comprava dal macellaio sotto casa a un euro e venti l'etto, portava sé stessa — due ore a spazzolare pelo, a parlare piano a chi si nascondeva in fondo al box.
C'era un cane, in particolare. Si chiamava Ercole, un incrocio di pastore maremmano, il pelo color paglia bruciata, un orecchio che gli stava sempre dritto e l'altro no. Era arrivato che nessuno lo voleva, morso da un altro cane sul fianco, e Rosanna lo aveva curato lei, di tasca sua, dal veterinario di Francavilla che le faceva lo sconto perché la conosceva da anni. Ottocentodieci euro di cure, in due mesi. Non lo aveva mai chiesto indietro a nessuno.
Poi un pomeriggio di aprile, un mercoledì come tanti, Rosanna arriva con il sacco di crocchette da quindici chili sotto braccio e trova il cancello chiuso con un lucchetto nuovo. Non quello vecchio, arrugginito, che apriva lei stessa con la combinazione che le avevano dato tre anni prima. Uno nuovo, lucido, ancora con l'etichetta del prezzo attaccata sul metallo.
Sul cancello, un foglio A4 plastificato: "Accesso riservato al personale e ai volontari autorizzati. Elenco disponibile in segreteria."
Rosanna resta lì, il sacco che le pesa sul braccio, a rileggere la frase tre volte come se cambiasse significato la quarta.
Telefona alla responsabile, una certa Loredana Sanvitale, che gestisce il canile insieme al marito da quando l'associazione si è trasformata — dopo un cambio di statuto che Rosanna aveva firmato senza leggerlo per intero, fidandosi, come si fida chi ha insegnato per una vita e non ha mai avuto bisogno di controllare le firme altrui.
— Loredana, sono Rosanna. Il cancello ha un lucchetto nuovo, io non ho la chiave.
— Ah, sì. Abbiamo dovuto riorganizzare gli accessi. Problemi assicurativi.
— E io dove sto, nell'elenco?
Un silenzio che dura tre secondi di troppo.
— Rosanna, guarda, ne parliamo con calma un'altra volta, adesso sono in mezzo a una cosa.
La chiamata si chiude. Rosanna resta davanti al cancello con il sacco di crocchette che ormai le fa male alla schiena, e attraverso le sbarre vede Ercole che si alza sulle zampe posteriori, la coda che sbatte contro la rete, senza sapere che qualcosa è cambiato.
Quella sera Rosanna non dorme. Non perché pianga — non piange, o almeno non subito — ma perché fa i conti. Sul tavolo di cucina, sotto la lampada che Ernesto le aveva regalato per il quarantesimo compleanno, tira fuori il quaderno dove segna le spese, quello con la copertina nera che usava già da insegnante per i voti. Ottomiladuecentoquaranta euro. È la cifra che ha versato al canile in tre anni, contando bonifici, cure veterinarie, sacchi di crocchette comprati di tasca sua quando la cassa dell'associazione era, dicevano, "in difficoltà temporanea".
Il giorno dopo torna, non per discutere al cancello, ma per parlare con Marco Iezzi, il ragazzo che fa il volontario del turno pomeridiano, quello che le apre sempre con un sorriso quando i titolari non ci sono.
— Marco, che succede? Perché hanno cambiato il lucchetto?
Lui abbassa la voce, guarda verso l'ufficio.
— Rosanna, io non dovrei dirlo. Ma Loredana e suo marito vogliono aprire un allevamento nel retro, dove teniamo i box vuoti. Hanno bisogno dello spazio. E vogliono… diciamo, ridurre le persone che girano troppo, che fanno troppe domande sui conti.
— Io faccio domande sui conti?
— Tu chiedi sempre dove vanno le donazioni. L'anno scorso hai chiesto il rendiconto in assemblea. Non l'hanno presa bene.
Rosanna ricorda quella sera. Aveva chiesto, semplicemente, di vedere dove erano finiti i milleduecento euro raccolti con la lotteria di Natale. Le avevano risposto con un sorriso e una frase vaga su "spese di gestione". Lei aveva lasciato perdere, perché non voleva litigare, perché a settant'anni non hai più voglia di litigare con nessuno, pensava.
Ma adesso, davanti al cancello chiuso, con Ercole che continua a scodinzolare senza capire, qualcosa in lei si sposta di un millimetro, come una pietra che dopo anni di pioggia finalmente cede.
Rosanna non urla, non fa scenate. Torna a casa, apre il cassetto dello scrittoio dove tiene le carte importanti — il testamento di Ernesto, l'atto della casa, e in fondo, piegata in tre, la fotocopia dello statuto dell'associazione che aveva firmato senza leggere fino in fondo. Questa volta lo legge tutto, riga per riga, con gli occhiali da vicino che usava per correggere i compiti.
All'articolo 9 trova quello che cerca: ogni socio che ha versato contributi documentati per un importo superiore ai duemila euro ha diritto di richiedere, per iscritto, la rendicontazione dettagliata delle spese, entro trenta giorni dalla richiesta, pena la decadenza del consiglio direttivo per inadempienza statutaria.
Rosanna sorride — non un sorriso dolce, uno di quelli che le venivano quando uno studente pensava di averla fregata con un compito copiato male.
Il martedì successivo, non va al canile. Va invece dall'avvocato Pasquale Di Nardo, uno studio sopra la farmacia in corso Marrucino, quello che le aveva seguito la pratica di successione dopo la morte di Ernesto. Porta con sé il quaderno nero, tutte le ricevute dei bonifici, le fatture del veterinario, e la fotocopia dello statuto con l'articolo 9 sottolineato in rosso.
— Rosanna, lei ha tutte le carte in regola. Con questa documentazione possiamo chiedere formalmente la rendicontazione, e se non arriva entro trenta giorni, come dice lo statuto, il consiglio decade. Può anche chiedere la restituzione delle somme versate come contributi vincolati, se dimostriamo che sono stati usati per fini diversi da quelli dichiarati.
— Non voglio i soldi indietro, avvocato. Voglio sapere dove sono finiti. E voglio che quei cani non restino nelle mani di chi vuole farne un allevamento.
L'avvocato prepara la lettera. Raccomandata con ricevuta di ritorno, protocollata il giovedì. Trenta giorni di tempo. Rosanna, nel frattempo, non sta ferma: parla con altri tre soci che avevano versato quote simili, gente che come lei si era sempre fidata e non aveva mai controllato niente. Scopre che anche loro avevano notato cose strane — bollette pagate in ritardo nonostante le donazioni, un furgone nuovo intestato al marito di Loredana, comprato "con fondi propri" proprio nel periodo in cui la cassa era "in difficoltà".
Il ventottesimo giorno, non arriva nessuna rendicontazione. Arriva invece una telefonata di Loredana, la voce tesa, diversa da quella sicura di sempre.
— Rosanna, ma perché fai così, dopo tutti questi anni. Noi ti consideravamo di famiglia.
— Loredana, io ho chiesto solo un foglio con i numeri. Se i numeri erano puliti, bastava mandarmeli.
Il trentesimo giorno, secondo lo statuto, il consiglio direttivo decade automaticamente. L'avvocato Di Nardo convoca un'assemblea straordinaria dei soci, come previsto, per eleggere un nuovo direttivo. Si tiene in una saletta parrocchiale a Francavilla al Mare, presa in prestito dal parroco che conosceva Rosanna da quando insegnava catechismo ai suoi nipoti.
Ci sono diciassette soci, più Loredana e il marito, seduti in fondo, le braccia incrociate. Rosanna prende la parola per prima, il quaderno nero aperto davanti a sé.
— Non sono qui per accusare nessuno di aver rubato. Sono qui perché in tre anni ho dato ottomiladuecentoquaranta euro a questo canile, e l'ultima cosa che ho ricevuto è stata un lucchetto nuovo su un cancello che aprivo io stessa da tre anni. Voglio un direttivo che risponda ai soci, non che li chiuda fuori.
Loredana prova a parlare, dice qualcosa sui "problemi assicurativi", sul "tentativo di proteggere i cani da troppe intrusioni". Nessuno le crede più, e si vede dagli sguardi che si scambiano i presenti. Il marito resta zitto, guarda il pavimento.
Si vota. Il nuovo direttivo viene eletto: Rosanna presidente, l'avvocato Di Nardo come consigliere legale a titolo gratuito, Marco Iezzi tesoriere. Tredici voti su diciassette.
Il giorno dopo, Rosanna torna al canile con la copia del verbale d'assemblea, protocollato in tribunale, e con un fabbro che aveva chiamato la sera prima. Il fabbro toglie il lucchetto nuovo — quello lucido, con l'etichetta del prezzo ancora attaccata — e ne mette uno vecchio stile, di quelli a combinazione, la stessa combinazione che Rosanna usava da tre anni: 0-9-4-1, il prefisso di Chieti.
Ercole la vede arrivare e si alza sulle zampe posteriori contro la rete, la coda che sbatte come tre anni prima. Rosanna entra, si siede sulla terra battuta accanto al box, tira fuori dalla borsa un sacchetto di salsicce comprate dal solito macellaio, e gliene dà una, piano, tenendola tra due dita come faceva sempre.
Loredana e il marito non si presentano più al canile da quel giorno. Passano tre settimane, poi arriva una lettera dal loro avvocato che chiede un incontro per "chiarire alcune questioni patrimoniali residue" — il furgone, dice Di Nardo con un mezzo sorriso, quello comprato "con fondi propri". Rosanna risponde con una frase sola, che detta al telefono all'avvocato perché la scriva nella risposta ufficiale: che il nuovo direttivo è disponibile a incontrarli, in presenza di un commercialista, per verificare ogni fattura degli ultimi tre anni, una per una.
Non arriva più nessuna richiesta di incontro.
