La sposa che la Toscana derideva

Roma non aveva mai visto un banchetto nuziale così affollato e così velenoso. La chiesa di Santa Maria in Monticelli rigurgitava nobiltà, pizzi e mormorii, e tra gli invitati non c’era una sola anima venuta per augurare del bene alla sposa.

Erano lì per lo spettacolo.

Si erano passati la voce per settimane, da un salotto all’altro del quartiere Trieste: il figlio del conte Martini stava per prendere in moglie la figlia deforme dei De Angelis. Un patto tra famiglie in disgrazia, dicevano. Soldi in cambio di un cognome. Lui avrebbe dovuto fingere di non notare quel volto per il resto della vita, e per farlo gli avevano svuotato le tasche del padre.

Arianna De Angelis aspettava in fondo alla navata, a testa alta. Ventisei anni, troppo alta per le mode di quel settembre romano – torreggiava su quasi tutti i gentiluomini presenti. Il corpo solido da nuotatrice, ereditato prima che sua madre morisse e prima che suo padre decidesse che una femmina così non meritava cure.

Sulla guancia sinistra le si allargava una voglia violacea, quasi nera, che scendeva giù per il collo fino a sparire sotto il pizzo del corpetto. L’occhio sinistro, offuscato da un’escrescenza che nessun chirurgo aveva mai voluto operare gratis, lacrimava appena.

Dietro una panca, una dama con un ventaglio di madreperla rise piano. *Sembra una maschera di carnevale andata a male.* Arianna lo sentì. Lo sentirono tutti.

Ma quella mattina non portava il velo. Il merletto le ustionava la pelle come ortica, e poi – forse per la prima volta nella sua vita – aveva deciso di smettere di nascondersi. Le sue scarpe basse, comperate di nascosto dal cerimoniere di palazzo perché nessuno le aveva procurato un paio da cerimonia, scricchiolavano sul marmo mentre avanzava.

All’altare l’aspettava Leonardo Martini.

Trent’anni, spalle da canottiere e mascella tirata di chi ha preso una decisione spiacevole e ha già sepolto i dubbi troppo in fondo per ritrovarli. Le cronache mondane lo chiamavano «il martire di via Condotti» e già qualcuno aveva proposto di fargli un monumento.

Quando la vide, non trasalì. Nessun sorriso finto, nessun voltarsi dall’altra parte. La guardò semplicemente arrivare, come un pilota che osserva una turbolenza che ha già calcolato di attraversare.

– Hai freddo? – le chiese sottovoce, meccanicamente, quando lei gli fu accanto.

– Un po’ – rispose Arianna, sorpresa che avesse fatto una domanda invece di offrirle il braccio in silenzio.

Lui si sfilò la giacca del frac e gliela posò sulle spalle. Davanti a tutti. Prima ancora che il prete aprisse bocca.

Nella chiesa calò un silenzio di tomba. La dama col ventaglio smise di sventolarlo. Un gesto minuscolo, ma fu il primo atto di lealtà che chiunque avesse mai visto rivolto a quella ragazza dentro le mura di una chiesa. E nessuno, in quel momento, capiva cosa avrebbe scatenato.

Recitarono le promesse. Arianna gli scrutava il viso cercando quello che ormai cercava in chiunque la guardasse più di cinque secondi: l’increspatura di disgusto nascosta dietro le buone maniere.

Non la trovò. Ma non trovò nemmeno calore.

Solo una calma terrificante, peggiore della crudeltà. La crudeltà la conosceva. La calma nascondeva segreti.

Quando il registro fu firmato, suo padre – Goffredo De Angelis, conte senza più un soldo ma con l’alito che sapeva di grappa alle dieci del mattino – le strinse la spalla con una mano che sembrava affettuosa.

Arianna ebbe un sussulto così violento che la penna si spezzò tra le dita.

Leonardo se ne accorse.

Non disse niente in quel momento. Lo annotò soltanto. Come un commercialista davanti a una cifra che non torna.

La festa fu un supplizio di tartine, brindisi falsi e parenti che facevano battute sulla notte di nozze.

– Almeno al buio non noterai la differenza, eh Leo? – gli aveva detto ridendo un cugino, stringendogli il gomito. Leonardo non aveva riso. Aveva posato il calice, si era voltato, e aveva guardato suo cugino dritto negli occhi finché quello non aveva smesso di sorridere e si era allontanato senza aggiungere altro.

Alle undici e mezza di sera Arianna varcò la soglia della suite nuziale all’Hotel Hassler. La stanza era un trionfo di velluti bordeaux e gigli bianchi.

Leonardo la seguì pochi minuti dopo, chiudendo la porta dietro di sé. Si allentò il papillon con due dita e si sedette su una poltrona vicino alla finestra.

– Adesso puoi toglierla – disse lei, in piedi al centro della stanza.

– Cosa?

– La giacca. Me l’hai messa alle undici del mattino. È settembre a Roma, non fa così freddo.

Lui accennò un sorriso. Poi lo spense.

– Non l’ho fatto per il freddo.

Arianna lo fissò, in attesa. Era abituata a decifrare le mezze verità.

– L’ho fatto perché dovevano vedere che non ti tratto come un pacco postale – aggiunse lui. – E non intendo farlo. Mai. Ma ho bisogno di sapere una cosa.

– Cosa.

– Cosa ti ha fatto esattamente tuo padre.

Lei impallidì. Non tremò, non pianse – Arianna De Angelis aveva smesso di piangere a quattordici anni, quando aveva capito che le lacrime non ammorbidiscono gli uomini violenti, li annoiano soltanto.

– Perché vuoi saperlo proprio adesso?

– Perché alla chiesa ti ha toccato la spalla e tu stavi per cadere a terra. Non è disgusto per il matrimonio. È paura. Di cosa?

La finestra era socchiusa. Dalla terrazza dell’hotel arrivava l’odore dei pini di Trinità dei Monti.

– Voltati – gli disse.

Lui aggrottò la fronte.

– Voltati. E dammi un minuto.

Leonardo obbedì. Si girò verso la finestra, le spalle alla stanza. Sentì il fruscio della seta, lo scatto dei gancetti, il respiro di lei che si faceva più corto.

– Adesso puoi guardare.

Si voltò.

Arianna era in sottoveste, la schiena rivolta verso di lui. La pelle tra le scapole e giù fino alla vita era un atlante di cicatrici. Alcune vecchie, biancastre, distese dal tempo. Altre più scure, più recenti. E sull’orlo della spalla sinistra, una striscia rossa – quella dove il padre l’aveva afferrata la mattina stessa, stringendo un livido fresco sotto il pizzo del corpetto nuziale.

Leonardo non disse una parola per quasi trenta secondi.

Poi, lentamente, si mise in ginocchio.

Non in modo teatrale. Le ginocchia toccarono il parquet con un tonfo sordo, le mani restarono lungo i fianchi, e la testa si chinò appena. Come un soldato davanti al suo comandante.

– È stato lui – mormorò lui, senza fare una domanda.

– Da quando avevo dieci anni – rispose Arianna, senza voltarsi. – Quando è morta mia madre. Diceva che dovevo essere perfetta per meritarmi il suo nome. Solo che non potevo. Non con questa faccia. Così mi ha insegnato a essere perfetta nel resto. La schiena dritta, il silenzio, l’obbedienza. E quando non obbedivo abbastanza, usava la fibbia della cintura. Quella riga rossa, quella è di stamattina. Perché ho detto che non volevo il velo.

Leonardo si alzò. Fece un passo verso di lei. Poi un altro. Le appoggiò le dita sulla spalla sana, delicatamente, come avrebbe toccato un petalo che rischia di staccarsi dal gambo.

– Non glielo permetterò più – disse, con quella calma di ghiaccio che lei aveva scambiato per indifferenza.

Arianna si girò finalmente a guardarlo, e per la prima volta in tutta la sera i suoi occhi erano lucidi.

– Lo dici perché sei mio marito.

– Lo dico perché adesso so qual è la guerra. E non è questa faccia. Non è mai stata questa faccia.

– Ma ti hanno pagato per sposarmi.

– Sì. Mio padre doveva un milione e trecentomila euro alla banca. Il tuo ha comprato il debito, poi ha detto: sposi mia figlia o ti rovino.

– E tu hai accettato.

– Ho accettato perché mi ha dato due giorni per decidere, e io in due giorni ho saputo cose su di te che i salotti romani non sapranno mai.

– Cosa hai saputo?

– Che sei tu a mandare gli assegni mensili all’orfanotrofio di San Lorenzo, non tuo padre. Che hai finito giurisprudenza a ventidue anni mentre stavi chiusa in camera a curarti le ferite. Che l’anno scorso hai denunciato l’amministratore del palazzo De Angelis per appropriazione indebita e hai vinto la causa da sola, contro l’avvocato migliore di tuo padre.

Lei lo fissava senza battere ciglio.

– E allora? Non significa che il matrimonio non sia una condanna per te.

– Forse sì. Forse no. Ma stanotte non voglio parlare di condanne. Voglio parlare di cosa faremo domani.

– E cosa faremo domani?

Leonardo andò alla cassaforte della suite e tirò fuori una cartellina di cuoio. La aprì: conteneva fotografie, referti medici datati, una dichiarazione notarile.

– Ho un chirurgo a Firenze, specializzato in malformazioni facciali. Mi ha detto che il tuo caso è operabile. Mi sono fatto mandare un preventivo tre giorni fa.

Arianna lesse i fogli.

– È un intervento da quasi centomila euro.

– Che ho già pagato. Con i soldi che tuo padre ha dato a mio padre.

– Non ha senso. Quei soldi dovevano coprire il debito della vostra tenuta.

– Ho convinto la banca a concedermi una ristrutturazione del debito in trent’anni. Tuo padre non lo sa ancora. E quando lo saprà, dovrà fare i conti con me.

– Ti distruggerà.

– Ho passato gli ultimi trent’anni a sopravvivere ai creditori di mio padre. Tuo padre è solo un creditore con la grappa.

Arianna richiuse il dossier.

– Non mi hai risposto. Cosa faremo domani?

Leonardo sorrise. Un sorriso stanco, ma finalmente caldo.

– Domani andiamo a colazione in terrazza. Tu ti prendi due brioche, io chiamo il mio avvocato e gli do istruzioni per rendere pubblico il certificato medico. Non il mio – il tuo. Quello che dice che le lesioni sulla tua schiena non sono cadute dalle scale.

– Mio padre verrà arrestato.

– Per lesioni aggravate, sì. Ed è solo l’inizio.

– Tu stai rischiando tutto.

– No. Io stanotte ho smesso di rischiare. Perché ho capito che la cosa più pericolosa che poteva capitarmi nella vita era restare indifferente. E io non ci resto più.

Rimasero in silenzio mentre la città saliva piano verso l’alba. A un certo punto Arianna si avvicinò alla finestra e la spalancò, respirando l’aria di settembre. Lui le si mise accanto, le spalle che quasi si sfioravano.

– La giacca posso tenermela un altro po’? – mormorò lei.

– Finché vuoi.

– Anche quando farà caldo?

– Anche quando farà caldo.

Il giorno dopo, alle undici del mattino, Goffredo De Angelis venne prelevato dalla polizia nella sua villa di via dei Colli della Farnesina. Aveva ancora il tovagliolo infilato nel colletto della camicia.

E suo genero, il «martire di via Condotti», lo guardò andare via dalla finestra della biblioteca della tenuta Martini, la mano posata su una copia del codice penale e accanto c’era sua moglie, che per la prima volta da quando aveva dieci anni non aveva paura di restare da sola in una stanza con un uomo.

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