Il vento gelido di ottobre mi schiaffeggiava il viso mentre camminavo sul vecchio ponte delle Ferriere, sopra la gola scavata dal fiume Nera. Sentivo i suoi passi pesanti alle mie spalle, il respiro accelerato. Stringevo il bastone bianco e fingevo di tastare le assi di legno sconnesse. Ma dietro le lenti scure, i miei occhi vedevano tutto: le crepe nella pietra, l’acqua spumeggiante trenta metri più in basso, e lui. Leonardo. Mio marito. L’uomo che in pochi secondi avrebbe cercato di uccidermi.
Era la conclusione perfetta del piano che avevo architettato da mesi.
Ci eravamo conosciuti dieci anni prima a Bologna. Lavoravo in un’agenzia di comunicazione, lui era un architetto dal sorriso che faceva dimenticare ogni difetto. Due anni di passione, poi il matrimonio. All’inizio felici, complici. Poi la diagnosi: una neuropatia ottica autoimmune. In sei mesi il buio mi inghiottì completamente. Imparai a muovermi con il bastone, a cucinare a tastoni, a non lamentarmi. Lui, in pubblico, era l’eroe: «Povero Leonardo, così devoto alla moglie cieca.» A casa, invece, sbuffava, sbatteva le porte, diceva di essere stufo di un peso. Soprattutto dopo che mio padre, morendo, mi aveva lasciato quasi un milione di euro e la villa di famiglia sulle colline del Chianti. Tutto intestato soltanto a me. Se avesse chiesto il divorzio, non avrebbe visto una lira.
Poi l’odio divenne calcolo. Una notte, credendomi addormentata, parlò al telefono con la sua amante. «Presto, amore mio. Devo solo risolvere il problema della cieca. Conosco il posto perfetto, un ponte nelle gole della Valnerina. Un incidente… e quei soldi saranno nostri.»
Rimasi immobile, il respiro bloccato. La disperazione divenne un freddo bisogno di verità. Una settimana dopo, all’insaputa di tutti, volai a Ginevra. Un amico medico mi aveva parlato di una clinica sperimentale che eseguiva un intervento ricostruttivo del nervo ottico. Le probabilità erano basse, ma io non avevo scelta. L’operazione riuscì. Dopo anni di tenebra, la luce mi esplose negli occhi. Piansi in silenzio, e promisi a me stessa: Leonardo non avrebbe mai saputo che potevo vedere di nuovo. Non ancora.
Tornai a Bologna con gli stessi occhiali scuri e il bastone bianco. Ma ora vedevo ogni sguardo, ogni smorfia di fastidio. Vedevo la sua impazienza. Cominciai a registrare ogni conversazione, a copiare messaggi, a raccogliere prove. Il telefono in borsa era sempre acceso su registrazione vocale. E quando lui propose quel weekend romantico in montagna, «per rilassarci un po’», capii che il momento era arrivato.
«Che bella idea, amore» dissi, con il sorriso dolce di sempre. «Ne ho bisogno anch’io.»
Prima di partire chiamai mio fratello Marco, ex soccorritore fluviale. «Marco, lui mi spingerà giù da un ponte. Io sono pronta: sotto il maglione avrò un giubbotto gonfiabile sottile. Mi lascerò cadere e mi farò portare dalla corrente fino alla curva dopo il ponte, lì dove il fiume si allarga. Tu aspettami con un telo termico e una macchina per portarmi subito dai carabinieri.» Lui bestemmiò, ma disse sì.
Arrivammo nella frazione della Valnerina in una mattinata umida. Il ponte delle Ferriere era un arco di pietra medievale, stretto, senza ringhiere moderne, sospeso su un baratro di rocce e acqua vorticosa. Il luogo perfetto per un «incidente». Camminavo avanti, il bastone picchiettava sulle pietre, ma la mia attenzione era inchiodata sui suoi movimenti alle mie spalle. Lo vidi guardarsi intorno, deserto. Accelerò.
«Piano, amore, è pericoloso» bisbigliai, con un filo di incertezza nella voce.
«Tranquilla, ci sono io.» La sua mano sulla schiena. Un tocco gelido. Poi due mani forti tra le scapole, e una spinta secca, rabbiosa.
Il vuoto. La caduta in mezzo al rombo del fiume, il mio stesso grido. Colpii l’acqua come un macigno, il freddo mi mozzò il fiato. Le dita trovarono subito la valvola del giubbotto nascosto. Si gonfiò di colpo, mi riportò in superficie. Mi lasciai trascinare dalla corrente, evitando gli scogli, fino a quando Marco mi afferrò per un braccio e mi tirò sulla riva fangosa.
«Ci sei riuscita» mormorò, avvolgendomi in un asciugamano. «La polizia è già stata allertata.»
In quel momento, qualche centinaio di metri più a monte, Leonardo componeva il 112 con voce spezzata. «Correte… mia moglie… era cieca, è scivolata… non ho potuto salvarla.»
Due ore dopo, nel piccolo appartamento che avevamo affittato in paese, lui stava ancora recitando disperazione, quando bussarono alla porta. Due carabinieri.
«Signor Leonardo Bianchi, ci deve seguire, dobbiamo chiarire alcuni dettagli sulla scomparsa di sua moglie.»
Lui si mise una mano sul petto. «Certo, sono sconvolto…»
Ma quando entrò nel salotto e mi vide, il sangue gli si gelò nelle vene. Ero lì, in piedi, i capelli ancora umidi, senza occhiali scuri. I miei occhi puntati dritti nei suoi.
«Chia… Chiara… Tu… tu ci vedi.»
«Ti vedo benissimo, Leonardo. Ti ho visto mentre mi spingevi. E ti ho sentito quando al telefono dicevi che dovevi risolvere il problema della cieca. Ho registrato tutto, ogni parola.»
Tirai fuori il cellulare. Il carabiniere più anziano fece un cenno e il suo collega estrasse le manette. «Leonardo Bianchi, è in arresto per tentato omicidio pluriaggravato.»
Lui urlò, si divincolò, balbettò di un malinteso. Io non aggiunsi altro. Lo guardai mentre veniva trascinato fuori sotto la pioggia che aveva cominciato a cadere fitta.
Prima di salire in macchina con Marco, mi avvicinai alla riva del fiume. In mano avevo ancora quel bastone bianco che sapeva di oscurità. Lo spezzai in due con un colpo secco, e lo lanciai nella corrente. L’acqua lo inghiottì in un istante. Poi alzai lo sguardo verso le montagne. Finalmente, la luce era tornata davvero.
