Naxos, due giorni prima di ferragosto

L'anello sull'anulare non era una notizia. Era un dettaglio, come il sale sui pomodori che Marisela Conti aveva ordinato al porto la sera prima, seduta a un tavolino di legno scrostato mentre sua figlia Anita, sedici anni, controllava il telefono per l'ennesima volta.

"Mamma, ci sono le luci sull'acqua stasera."

"Lo vedo."

Marisela non era una cantante. Era una restauratrice di mobili antichi con un piccolo laboratorio a Lucca, tre stanze piene di odore di vernice e colla di pesce, e una figlia che negli ultimi due anni le parlava sempre meno. Anita viveva col padre a Firenze da quando i genitori si erano separati — undici anni prima, quando lei aveva cinque anni e non capiva ancora cosa significasse "affido condiviso". Ora lo sapeva benissimo: significava due case, due spazzolini da denti, due versioni della stessa vita che non si incontravano mai.

Quella vacanza greca — due giorni rubati tra un turno di lavoro e l'altro, un traghetto da Bari e una camera con vista sbagliata che però dava sul mare se ti sporgevi — era un tentativo. Non il primo. Probabilmente non l'ultimo, ma di certo il più disperato: Marisela aveva rimandato un restauro urgente, un cassettone del Settecento per un cliente di Pisa che aveva già pagato l'acconto, pur di prendere quei due giorni prima che Anita partisse per uno scambio scolastico in Germania a settembre.

Tzatziki, salsedine, luna piena. Lo aveva scritto lei stessa sotto la foto che aveva mandato alla sorella, non a sconosciuti: non aveva profili pubblici, non le interessava. Ma quella frase le era rimasta in testa tutta la sera, mentre guardavano il mare da un molo di cemento, i piedi a penzoloni, un piatto di melanzane fritte tra loro due che nessuna delle due finiva.

"Papà dice che ti sei fidanzata."

Marisela guardò l'anello. Era di sua nonna, non di un fidanzato: una fede stretta, sottile, che portava all'anulare destro da quando aveva riaperto il cassetto dei gioielli di famiglia, tre mesi prima, cercando qualcosa da vendere per pagare l'affitto del laboratorio in un mese magro. Non l'aveva venduta. L'aveva messa al dito e basta.

"Non mi sono fidanzata."

"E allora perché la porti?"

"Perché era di mia nonna, e mi ricorda che le cose si possono tenere anche solo perché ti piacciono, non per forza per un motivo che devi spiegare a qualcuno."

Anita non rispose subito. Guardò il mare, poi il piatto di melanzane, poi di nuovo il telefono — ma questa volta non lo sbloccò.

Il vero nodo non era l'anello. Era arrivato un'ora prima, quando il padre di Anita, Sandro, aveva chiamato mentre erano ancora sul traghetto, e Marisela aveva sentito — perché il telefono era in vivavoce per sbaglio, o forse non per sbaglio — la voce di lui che diceva ad Anita di ricordarle di firmare "quella carta" prima di settembre, quella per la vendita della vecchia casa di Lucca, quella che era ancora intestata a entrambi anche se lei ci abitava da undici anni e ci aveva rifatto il tetto con i suoi soldi.

Sandro non aveva mai smesso di considerare quella casa un capitale da liquidare. Da tre anni proponeva la vendita, sostenendo che il ricavato andasse diviso a metà "come da separazione", ignorando bellamente i lavori, le tasse, i mutui che Marisela aveva pagato da sola mese dopo mese. E ora usava Anita come postino.

"Ha detto di dirtelo prima che te lo dimentichi," ripeté Anita, imbarazzata, sul molo, con la voce di chi sa di essere nel mezzo di qualcosa più grande di lei. "Dice che l'avvocato ha bisogno della firma entro fine mese."

Marisela posò la forchetta.

"Digli che gliela rimando io, la carta. Con una risposta."

Non alzò la voce. Non le serviva: aveva già deciso, in realtà, da settimane — solo aspettava il momento in cui non avrebbe dovuto spiegarlo a nessuno mentre lo faceva.

Tornarono a Lucca il ventiquattro agosto, il pomeriggio di un caldo che faceva ronzare le cicale come un allarme continuo. Marisela lasciò Anita a casa del padre — un saluto breve, un abbraccio più lungo del solito — e andò dritta nello studio del notaio, dottor Falconieri, in via Fillungo, sopra la pasticceria che vendeva ancora il buccellato tradizionale nella vetrina.

Aveva con sé una cartellina verde, di quelle da ufficio, dentro la quale c'erano gli estratti conto di undici anni di rate di mutuo pagate solo da lei, le fatture del rifacimento del tetto — quattordicimila euro, tutti a suo carico, tutti documentati — e la perizia che aveva fatto fare privatamente sul valore attuale dell'immobile.

"Voglio procedere con la richiesta di attribuzione esclusiva," disse al notaio, senza sedersi ancora del tutto. "In base ai pagamenti che dimostrano l'esclusivo apporto economico. E voglio che il mio ex marito riceva la comunicazione formale entro questa settimana."

Il dottor Falconieri lesse i documenti, annuì una volta — non per abitudine di scrittura, ma perché davvero non c'era altro da dire — e disse che, con quella documentazione, la richiesta aveva basi solide. La procedura sarebbe durata qualche mese, ma la lettera di intenzione, quella, poteva partire già il giorno dopo.

Sandro la chiamò tre giorni più tardi, di sera, mentre Marisela stava passando una mano di cera su un comò Luigi Filippo nel laboratorio, con la radio accesa su un programma di musica leggera che nessuno ascoltava davvero.

"Che diavolo significa questa lettera dell'avvocato?"

"Significa che la casa resta mia. L'ho pagata io, tetto compreso. Hai la ricevuta della tua metà di mutuo firmata nel 2019, quando hai smesso di versare la rata: puoi controllarla, ce l'ho anche stampata."

"Anita mi ha detto che eri strana in Grecia."

"Anita mi ha detto che tu le hai chiesto di farmi da messaggero per una causa civile mentre eravamo in vacanza. Non rifarlo."

Silenzio, dall'altra parte. Poi un respiro secco, quello di chi cerca ancora un argomento e non lo trova.

"Non puoi fare tutto da sola."

"L'ho già fatto per undici anni, Sandro. La firmi tu, quella carta, quando ti arriva. Buonanotte."

Chiuse la chiamata e posò il telefono sul bancone, accanto al barattolo di cera che sapeva di miele bruciato. Fuori, in cortile, il cane della vicina — un bastardino nero che rispondeva al nome di Prosciutto, per ragioni che nessuno ricordava più — abbaiò due volte a una moto che passava, poi tornò a dormire sullo zerbino.

Anita arrivò due settimane dopo, in laboratorio, senza preavviso, con lo zaino della scuola tedesca già pronto sulla spalla per la partenza di lì a pochi giorni.

"Papà dice che l'hai fregato con la casa."

Marisela non alzò gli occhi dal cassettone che stava levigando.

"Non l'ho fregato. Gli ho fatto sapere quello che è giusto, con le carte in regola, come si fa tra adulti."

Anita restò sulla porta un momento, poi entrò e si sedette sullo sgabello accanto al bancone, quello che usava da bambina per guardarla lavorare.

"In Grecia mi hai detto che tenevi l'anello solo perché ti piaceva. Non per spiegarlo a nessuno."

"Sì."

"La casa è uguale?"

Marisela posò la carta vetrata. Guardò sua figlia — non il telefono, non la porta, lei — e per un attimo pensò al molo, alle melanzane fritte che nessuna delle due aveva finito, alla luna piena che si era vista intera sul mare fino quasi all'alba.

"La casa è dove sei cresciuta. L'ho tenuta perché è mia per diritto e per undici anni di lavoro, non per fargliela pagare. Ma sì: è uguale."

Anita annuì, prese una striscia di carta vetrata dal barattolo e cominciò, senza che nessuna glielo chiedesse, a levigare l'angolo del cassettone che restava da finire.

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