L'agenzia mi aveva piazzato a Napoli quasi per sbaglio. Io avevo prenotato la Sicilia, ma un intoppo con i voli mi aveva dirottato su un tour diverso, uno di quelli per vedovi e pensionati solitari che cercano di riempire i pomeriggi vuoti. Mi trovavo lì senza particolari aspettative, con un paio di sandali comprati all'ultimo minuto e un libro di Sciascia che non aprivo mai. Da quando Elisa se n'era andata — un infarto silenzioso, una mattina di marzo — ogni viaggio mi sembrava un tentativo maldestro di scappare da un silenzio che mi aspettava paziente a casa.
Il secondo giorno ci portarono agli scavi di Ercolano. Il sole di settembre era ancora feroce, il termometro superava i trentaquattro gradi. La guida parlava di carbonizzazioni e strati di fango, e io sudavo sotto un cappellino dei Carabinieri comprato al mercatino. A un certo punto mi fermai a guardare un affresco in una domus semisepolta — una natura morta con pesche e una brocca. E una voce alle mie spalle disse: «Chissà se il pittore si lamentava del caldo pure lui».
Mi voltai. Era una donna sulla sessantina, capelli corti con qualche filo bianco, una camicia azzurra stropicciata. Occhi chiari, di un grigio quasi argento, con quelle rughe sottili agli angoli che raccontano più risate che preoccupazioni. Si chiamava Clara. Vedova anche lei, di Stoccolma — ma parlava un italiano lento e preciso, imparato da ragazza a Perugia. Viaggiava da sola perché, mi disse mentre bevevamo un caffè all'ombra di un muro antico, aveva smesso di aspettare il momento giusto per vedere il mondo.
Non so esattamente quando successe. Forse fu quando mi chiese cosa mi mancava di più di mia moglie, e io risposi «il rumore delle sue chiavi quando tornava a casa», e lei non disse nulla — mi guardò soltanto, con quegli occhi che avevano capito tutto. O forse fu la sera dopo, quando ci ritrovammo separati dal gruppo a Mergellina e camminammo fino al porticciolo, e lei si fermò a guardare i pescatori che sistemavano le reti, e la luce arancione dei lampioni le accendeva il viso come un Caravaggio.
Dopo tre giorni, il viaggio si era riorganizzato intorno a noi. Sedevamo vicini sul pullman, ci scambiavamo bottiglie d'acqua tiepida, sceglievamo lo stesso tavolo a colazione senza nemmeno più chiedercelo. Alcune signore del gruppo — le solite vipere con le collane di corallo — cominciarono a lanciarci occhiate. Una mi disse, con quel sorriso che non promette niente di buono: «Vedo che si è ambientato in fretta, commendatore». Non risposi. Clara rise, di quel riso svedese che non trattiene il fiato.
Era leggero, quello che avevamo. Non c'erano promesse, non c'erano definizioni. Ma la sera, sul terrazzo dell'albergo a Sorrento, con i limoni nei vasi di coccio e il Vesuvio nero contro il cielo viola, ci raccontammo cose che non dicevamo a nessuno da anni. Dei nostri figli che chiamano solo a Natale. Di come la casa diventa una tomba quando ci si siede sul divano e non si accende più la radio. Della paura che la parte migliore della vita sia già passata e non ce ne siamo nemmeno accorti.
L'ultima sera, a Napoli, prendemmo la funicolare fino al Vomero e poi scendemmo a piedi, senza meta, tra vicoli e scalinate. Finimmo in una piazzetta sconosciuta, con una chiesa chiusa e un bar che stava tirando giù la serranda. Lei si sedette su un gradino e io accanto a lei. Il selciato era ancora caldo.
«Torna a casa domani», disse Clara. Non era una domanda.
«Alle undici e quaranta. Volo per Linate, poi coincidenza per Genova».
Lei annuì. Si tolse un braccialetto di cuoio dal polso — una cosa semplice, da fiera dell'artigianato — e me lo mise. «Così non ti dimentichi che esiste il sole anche a Genova».
Poi successe. Mi guardò, e io guardai lei, e non ci baciammo — non ancora, non del tutto. Fu più come stare sul ciglio di qualcosa, con il cuore che batte dove non batteva da vent'anni. «Alfredo», mi disse, e bastò il mio nome pronunciato così, con quell'accento nordico che arrotondava la erre.
«Clara, io non so se questa è una cosa vera o se è soltanto Napoli».
Rise piano. «Forse è soltanto Napoli. Forse è la pasta alla genovese che ci ha confuso».
La mattina dopo, all'aeroporto di Capodichino, ci abbracciammo davanti ai metal detector. Un abbraccio che durò più del necessario. Sentii il suo respiro sulla clavicola, l'odore di sapone e di crema solare. Le diedi un biglietto — il conto del ristorante della sera prima, girato, con il mio numero di telefono e una frase scritta in fretta: «Genova è piena di scalinate. Magari ti faccio da guida».
Tornai a casa. Appoggiai la valigia nel corridoio vuoto. Il silenzio era lo stesso di prima, identico, eppure qualcosa era cambiato. Quel braccialetto di cuoio al polso mi teneva compagnia come una presenza discreta. Non chiamai per tre giorni. Il quarto giorno, mentre pulivo il piano di lavoro in cucina dopo una cena che non avevo voglia di mangiare, trovai ancora appeso con una calamita il foglietto del numero di Clara. Lo fissai per un tempo assurdo, asciugandomi le mani sullo strofinaccio.
Poi arrivò l'ostacolo che non avevo previsto. Mia figlia maggiore, Francesca, venne a trovarmi quella domenica. Mi vide con il telefono in mano, la foto di Clara sul display — ce la eravamo scattati davanti al golfo, con il vento che le spettinava i capelli e quel sorriso che non chiedeva permesso.
«Papà, chi è questa?»
Glielo dissi. Le parole uscirono impacciate, come quando confessi una colpa. Le raccontai di Ercolano, del caffè, del terrazzo di Sorrento. Mentre parlavo, la faccia di Francesca cambiava. Non era sorpresa. Era una glaciale indignazione.
«Mamma è morta da nove mesi. Nove mesi. E tu già in giro a fare il turista sentimentale con una sconosciuta?»
«Non è una sconosciuta. E non sto tradendo nessuno, Francesca. Tua madre —»
«Non nominarla. Non mentre tieni al polso quell'affare». Indicò il braccialetto di Clara come se fosse la prova di un reato.
Provai a spiegarmi. Parlai della solitudine, del fatto che a sessantacinque anni la vita non è finita, che l'amore per sua madre non sarebbe mai stato cancellato da niente e nessuno. Ma ogni frase rimbalzava su un muro. Lei vedeva solo un padre che aveva dimenticato troppo in fretta.
«Se quella donna mette piede qui, io non ci vengo più», disse. «E non portarmi i bambini in mezzo, perché non voglio che la vedano».
Se ne andò sbattendo la porta. Rimasi seduto al tavolo della cucina, con il telefono in mano e lo stomaco chiuso in un nodo. La paura tornò, quella vecchia, quella conosciuta. Il pensiero di litigare, di perdere i nipoti, di diventare l'argomento di conversazione velenoso nelle cene di famiglia. E se l'illusione era davvero quella — non Clara, ma l'idea di poter ricominciare? Forse mia figlia aveva ragione. Forse Napoli mi aveva confuso. Forse era meglio lasciar perdere, cancellare tutto, tornare a essere il bravo vedovo che tutti si aspettavano.
Passai la notte a fissare il soffitto.
L'indomani mattina, verso le sette, mio genero mi chiamò. Voleva parlarmi. Ci incontrammo in un bar di Nervi, due passi dalla passeggiata a mare. Lui era sempre stato un tipo pragmatico, un ingegnere che pesa le parole. Ordinò due caffè e restò in silenzio per un bel po'.
«Alfredo», disse, e non mi chiamava mai per nome così, «io ieri sera ho parlato con Francesca. E a nome mio, non suo, le chiedo scusa».
Lo guardai senza capire.
«Lei ha paura», continuò. «Non è rabbia, è paura. Paura che lei dimentichi sua madre. Che trovi qualcuno e ricominci. Perché se lei ricomincia, allora la vita va avanti. E andare avanti significa ammettere che sua madre non c'è più».
Bevve un sorso di caffè, guardò fuori verso il mare.
«Le dico una cosa. Io non so chi sia Clara. Ma se lei ha trovato qualcuno che la fa sorridere come non la vedevo sorridere da due anni, allora ha il dovere di chiamarla. Subito. Non per egoismo. Per dovere verso se stesso».
Tornai a casa. Presi il telefono. Lo sbloccai. Trovai il numero di Clara, quel contatto con il prefisso svedese che mi faceva battere il cuore. Guardai il braccialetto al polso. Guardai la foto sul comodino di Elisa — una cornice d'argento, lei che rideva sotto il pergolato di casa nostra.
Poi composi.
Due squilli. Tre. «Pronto?» Quella voce, con la erre morbida.
«Clara, sono Alfredo».
Un attimo di silenzio. Poi: «Finalmente. Cominciavo a pensare che fossi soltanto Napoli».
Scappò una risata a entrambi, una risata fragile, in bilico su un filo. Le dissi che ero un casino, che mia figlia mi aveva quasi convinto a mollare, che avevo paura di tutto e di niente. Lei mi ascoltò, come mi aveva ascoltato su quel terrazzo a Sorrento, senza interrompere. Poi mi disse una cosa semplice.
«Qui in Svezia c'è un detto. Il ghiaccio non sa di essere ghiaccio finché non sente il sole».
Fu in quel momento che decisi. Non le chiesi di venire a Genova. Le chiesi una cosa più difficile: di incontrarci a metà strada. Un weekend a Roma, fra due settimane. Neutrale. Senza bagagli pesanti. Un'altra prova, ma questa volta fuori dall'illusione del viaggio organizzato, nel mondo vero, con un biglietto comprato consapevolmente e una prenotazione fatta da sobri.
«A Roma», disse lei. E sentii il sorriso nella voce.
«A Roma».
Riattaccai. Mi sedetti sul balcone di casa mia, affacciato sul porto di Genova, con le gru lontane che si muovevano lente contro il cielo. Avevo il telefono ancora caldo in mano e quel braccialetto di cuoio che sapeva di Napoli e di Clara. Non sapevo se avrebbe funzionato. Non sapevo se mia figlia mi avrebbe mai perdonato. Ma per la prima volta in due anni, il silenzio intorno a me non era vuoto. Era pieno di domande — quelle giuste.
