Il notaio non c’entra niente

Faccio la portinaia da diciotto anni nello stesso condominio, a Cesena, viale Bovio, quello con i gerani rossi sui balconi che d'estate profumano fino all'ingresso. Vedo tutto quello che succede in questo palazzo, e la maggior parte delle volte non dico niente. Non è il mio compito giudicare. Ma quello che è successo alla signora Adele, al terzo piano interno 7, quello me lo ricorderò.

Adele Ferretti ha sessantotto anni, vedova da quattro. Suo marito Renzo aveva un'officina meccanica in via Cervese, specializzata in cambi automatici, una delle poche zone a farlo bene in tutta la provincia. Quando è morto d'infarto, un martedì di gennaio mentre controllava un motore, l'officina è passata per metà a lei e per metà al figlio, Marco, che ci lavorava già da anni come socio.

Io sapevo di questa storia perché la signora Adele, ogni mattina verso le otto, scendeva a buttare la spazzatura e si fermava cinque minuti a parlare con me davanti alla guardiola. Mi raccontava di Marco, di come fosse cresciuto lì dentro tra chiavi inglesi e odore di olio motore, di come il marito gli avesse insegnato tutto da quando aveva quindici anni.

Poi, un giorno di marzo, è scesa senza sacchetto della spazzatura in mano. Aveva una busta gialla, di quelle da corriere, stropicciata come se l'avesse aperta e richiusa dieci volte.

"Devo andare dal commercialista," mi ha detto solo. Non si è fermata a parlare, cosa che in diciotto anni non era mai successa.

Ho saputo il resto pian piano, come si sa sempre tutto in un condominio piccolo: un pezzo dalla ragazza delle pulizie che va anche su da lei, un pezzo dal fruttivendolo sotto casa dove la signora fa la spesa, un pezzo da lei stessa, quando a maggio è tornata a fermarsi davanti alla guardiola, ma con la faccia di chi non dorme.

Marco aveva convinto la madre, tre anni prima, a firmare una procura per "sbrigare le pratiche in banca più velocemente, che tu con la fila in posta ci metti un'ora." Lei si fidava, ovvio, era suo figlio. Con quella procura, nel giro di due anni, Marco aveva spostato la quota di Adele nell'officina intestandola a una nuova società di cui lui era amministratore unico. Sulla carta, tutto regolare: atti notarili, firme, timbri. Nella pratica, la signora Adele non aveva più un euro di quota nell'attività che suo marito aveva costruito in trentun anni di lavoro, dodici ore al giorno, sabati compresi.

Lei l'aveva scoperto per caso, aprendo una lettera della Camera di Commercio indirizzata a lei ma con dentro la visura della nuova società. Nessuna quota Ferretti Adele. Zero.

Un pomeriggio di giugno, era un mercoledì, me lo ricordo perché quel giorno passa il furgone dell'Amazon due volte, Marco è venuto al palazzo. L'ho visto salire, ho sentito le voci dal citofono della guardiola, che a volte capta i piani bassi quando qualcuno lascia la porta di casa aperta per il caldo.

"Mamma, era per proteggerti, se l'officina va in causa con un cliente ti portano via anche la pensione—"

"Portami via cosa, Marco. Non c'è nessuna causa. C'è tuo padre che ha lavorato una vita e io che firmo carte che non capisco perché tu me le fai firmare di fretta al bar, mentre bevo il caffè."

Non ho sentito altro. Ma quella sera, verso le sette, ho visto scendere la signora Adele con la sua borsa buona, quella di pelle marrone che tiene per le occasioni, e un dossier azzurro sotto il braccio. Andava dall'avvocato, mi ha detto, non dal commercialista stavolta.

L'avvocato, una donna giovane con lo studio in corso Sozzi, ha impiegato due mesi a ricostruire tutto. La procura era stata usata oltre i limiti concessi, la cessione di quota fatta senza il consenso reale e informato della madre: viziata, ha detto la parola esatta l'avvocato, "viziata da abuso di fiducia." A settembre è arrivata la causa civile, e a novembre, prima ancora di arrivare in aula, Marco ha accettato la mediazione: doveva restituire alla madre la quota, valutata trentottomila euro, o l'equivalente in denaro entro sei mesi.

Ha scelto i soldi. Non aveva liquidità sufficiente per far uscire la madre come socia senza sbilanciare l'officina, quindi ha venduto il furgone Fiorino aziendale e ha acceso un prestito.

Io il finale l'ho visto qui, nell'androne, un pomeriggio di gennaio di quest'anno. Marco è arrivato con una busta bianca, non gialla stavolta, e un bonifico stampato dentro. La signora Adele lo ha ricevuto in piedi, vicino alle cassette della posta, senza farlo salire in casa.

"Ecco, mamma. È tutto lì, trentottomila, come ha detto l'avvocato."

Lei ha aperto la busta, ha controllato la cifra, ha piegato il foglio e l'ha messo nella borsa marrone.

"Bene," ha detto solo. "Ora vai, che devo andare dal fruttivendolo prima che chiuda."

Non l'ho vista piangere, non l'ho vista urlare. L'ho vista contare, in mezzo alle cassette della posta, sotto la scritta INTERNO 7 – FERRETTI, come se stesse contando le arance dal fruttivendolo qui sotto. Poi è uscita, ha attraversato viale Bovio, ed è entrata nel negozio con la sporta della spesa in mano, la stessa di sempre.

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