Rosanna Ferretti ha fatto le prove per l'ultima volta il 3 marzo 1994, in un teatro di Bologna con le poltrone di velluto rosso consumato. Poi ha chiuso lo spartito e non l'ha più riaperto per vent'anni.
Non per mancanza di talento. Per una scelta fatta a tavolino, con suo marito Vittorio, davanti a un piatto di tortellini ormai freddi, la sera in cui ha scoperto di essere incinta di sei mesi e di aspettare gemelli.
«Uno di noi due deve restare fermo», gli aveva detto. «E io ho la voce, ma tu hai lo stipendio fisso.»
Vittorio Ferretti restaurava mobili antichi in un laboratorio di Via Saragozza, l'odore di gommalacca e trementina che gli restava addosso anche la domenica, quando andavano a messa insieme e le vicine gli chiedevano perché sapesse sempre di vernice. Lei, Rosanna, aveva cantato per otto anni nei teatri lirici del nord Italia, un soprano che i critici della Gazzetta dello Sport — pagina cultura, in fondo, tra il bridge e le parole crociate — avevano definito «una voce che fa tremare i lampadari».
Poi erano arrivati Nicolò e Bianca, e i lampadari avevano smesso di tremare.
Non che Rosanna avesse smesso di cantare del tutto. Cantava mentre stendeva il bucato sul terrazzo, tra le lenzuola che sbattevano nel vento di marzo. Cantava per far addormentare Bianca, che a differenza del fratello non chiudeva occhio senza un'aria di Puccini canticchiata piano. Cantava, un anno sì e uno no, per la festa del patrono del quartiere, e la gente si affacciava alle finestre come se fosse un concerto vero.
Vittorio non le aveva mai chiesto di rinunciare. Questo Rosanna lo sapeva, e lo sapeva anche meglio dopo, quando i figli erano grandi e lei aveva ripreso in mano quello spartito ingiallito. Era stata lei a decidere. Ma la decisione, una volta presa, l'aveva portata con la stessa cura con cui portava le uova dal mercato di Piazza VIII Agosto: attenta a non romperle, ma sapendo che qualcosa, prima o poi, si sarebbe comunque incrinato.
La crepa arrivò con Nicolò, non con Bianca. Bianca aveva ereditato l'orecchio della madre e a dieci anni cantava già i cori della scuola con una sicurezza che faceva sorridere le maestre. Nicolò no. Nicolò smontava i giocattoli per capire come funzionavano, poi a dodici anni smontava il motorino del vicino, e a sedici Vittorio gli aveva trovato un posto come apprendista nella sua stessa officina, tra le pialle e la colla di pesce.
Fu proprio Nicolò, a ventidue anni, a chiedere a Rosanna qualcosa che lei non si aspettava.
Era una domenica di ottobre, il cielo sopra Bologna di quel grigio perla che precede la pioggia vera. Erano tutti seduti al tavolo della cucina, quello con il piano di marmo che Vittorio aveva recuperato da una vecchia pasticceria chiusa, e Nicolò, tra un boccone e l'altro di lasagna, disse: «Mamma, ti devo chiedere una cosa. Ma non davanti a papà, dopo.»
Rosanna pensò a un prestito. Pensò a una ragazza, forse incinta. Non pensò mai a quello che venne dopo, quando restarono sole in cucina, l'acqua che scorreva nel lavandino, l'odore di ragù ancora nell'aria.
«Voglio che tu firmi le carte per intestare a me il laboratorio», disse Nicolò. «Papà sta invecchiando, la schiena non regge più otto ore in piedi. Io lavoro lì da sei anni. Ma per la banca, per i fornitori, serve che sia tutto a mio nome. E serve la tua firma, perché il laboratorio è anche tuo, per via della casa.»
Non era una richiesta strana, in sé. Era la logica di una famiglia che passa il testimone. Rosanna avrebbe detto sì senza pensarci due volte, se non fosse stato per il modo in cui Nicolò aveva aggiunto, guardando il lavandino invece che lei: «E converrebbe farlo mentre papà non è troppo lucido con questi discorsi. Sai come si confonde, ultimamente, con i documenti.»
Vittorio aveva sessantotto anni. Si confondeva, sì, qualche volta con i nomi delle vernici che usava da quarant'anni, ma non con le carte. Non con i soldi. E soprattutto non con il fatto che quel laboratorio era la sua vita intera, il posto dove aveva cresciuto due figli lavorando dodici ore al giorno mentre la moglie rinunciava a un palcoscenico per lui.
Rosanna non firmò nulla, quella domenica. Disse a Nicolò che ci avrebbe pensato, e andò a stendere i piatti mentre dentro di lei qualcosa si era già mosso, come una nota stonata in mezzo a un'aria altrimenti perfetta.
Nelle settimane seguenti, cominciò a notare cose che prima le erano sfuggite. Nicolò che arrivava presto in officina il sabato, da solo, prima che Vittorio aprisse. Una telefonata con un commercialista di Casalecchio, interrotta di colpo quando lei era entrata in salotto. Una cartellina blu, di quelle da ufficio, lasciata per sbaglio sul tavolo della cucina e poi sparita in fretta.
Fu Bianca, alla fine, a dirle la verità intera, una sera al telefono da Milano, dove lavorava come restauratrice di quadri. «Mamma, Nicolò mi ha chiesto di firmare una rinuncia all'eredità sul laboratorio. Dice che è giusto così, che è lui che ci lavora. Ma io gli ho chiesto: e se un giorno papà non ci fosse più, e tu decidessi di vendere tutto e mandare mamma in una casa di riposo qualunque? Lui non mi ha risposto.»
Rosanna restò con la cornetta in mano, il rumore della strada che filtrava dalla finestra aperta, un motorino che frenava di colpo in fondo a Via Saragozza. Pensò a Vittorio, che quella sera guardava la partita in salotto senza sapere niente, la schiena curva sulla poltrona di velluto marrone che avevano comprato nel 1989 per il loro decimo anniversario.
Non ne parlò subito con lui. Aspettò due settimane, il tempo di andare lei stessa dal notaio in Piazza Malpighi, un uomo con gli occhiali spessi e la voce ferma, il dottor Alessandro Ricci, che studiò le carte del laboratorio per un'ora intera prima di dirle: «Signora Ferretti, l'immobile del laboratorio è cointestato a lei e a suo marito. Se firma quella rinuncia, sua figlia perde qualsiasi diritto futuro, e suo marito, in caso di incapacità, potrebbe trovarsi senza voce in capitolo sui propri beni. Ci pensi bene.»
Rosanna ci pensò. Ci pensò per una notte intera, seduta sul terrazzo dove un tempo stendeva il bucato, guardando i tetti di Bologna illuminati, le antenne, i comignoli, il campanile di San Luca lontano sulla collina.
Il giorno dopo convocò Nicolò al laboratorio, non a casa. Voleva che fosse lì, tra le pialle e l'odore di gommalacca che aveva accompagnato tutta la vita di famiglia, quando gli avrebbe detto no.
Vittorio era presente, seduto su uno sgabello, la schiena finalmente a riposo. Rosanna posò sul banco da lavoro la cartellina blu — quella vera, non quella nascosta — e sopra ci mise un'altra cartella, quella del notaio.
«Non firmo la rinuncia», disse. «Ma non è una punizione, Nicolò. È perché tuo padre e io abbiamo deciso una cosa diversa, insieme, ieri sera.» Guardò Vittorio, che annuì piano. «Il laboratorio resta cointestato a me e a tuo padre finché siamo vivi. Tu ne diventi gestore con una procura, con uno stipendio regolare e una quota degli utili scritta nero su bianco: il trenta per cento. Alla nostra morte, si divide equamente tra te e tua sorella, come sempre avevamo deciso. Se un giorno vorrai comprare la tua parte da Bianca, ne parlerete voi due, da adulti, con un notaio, come persone civili.»
Nicolò arrossì, aprì la bocca per protestare, poi la richiuse. Fuori, in strada, passava un autobus della linea 20, i freni che stridevano nella curva verso Porta Saragozza.
«Non volevo fregare nessuno», disse alla fine. «Volevo solo essere sicuro del mio futuro.»
«Il tuo futuro c'è già, scritto in quella procura», rispose Rosanna. «Quello che non c'è più, da oggi, è la scorciatoia.»
Vittorio si alzò dallo sgabello, la schiena che scricchiolava, e per la prima volta da settimane guardò il figlio senza l'ombra di quel sospetto che gli aveva tolto il sonno. Rosanna raccolse le due cartelle, le richiuse, e le mise nella borsa. A casa, quella sera, tirò fuori di nuovo lo spartito ingiallito del 1994, lo aprì sul leggio in salotto, e cantò due strofe, la voce un po' arrugginita ma ancora capace di far tremare, se non i lampadari, almeno i vetri della finestra socchiusa sul cortile.
