Faccio la cassiera alla farmacia comunale di Prato, quella vicino al mercato di piazza Mercatale, da ventidue anni. Vedo passare mezza città, e con gli anni impari a leggere le facce meglio delle ricette. Quella mattina di novembre entrò la signora Adele Bernacchi, ottantun anni, sciarpa di lana grigia, la stessa borsa di finta pelle che porta da almeno un decennio. La conoscevo perché veniva sempre il giovedì a ritirare le medicine per la pressione, e ogni volta si fermava a guardare le caramelle alla propoli come se dovesse ancora decidere se meritarsele.
Quel giorno però non voleva medicine. Voleva solo sedersi un attimo sulla sedia vicino al banco, quella che teniamo per chi si sente poco bene mentre aspetta il taxi. Aveva un foglio in mano, piegato in quattro, consumato ai bordi come se lo avesse aperto e richiuso cento volte durante il tragitto in autobus.
Non l'ho letto, sia chiaro. Ma lei, mentre aspettava che le misurassi la pressione con l'apparecchio che teniamo dietro la cassa, ha cominciato a parlare da sola, o forse con me, non lo so bene. Diceva che suo genero, Marco, il marito di sua figlia Chiara, aveva convinto sua figlia a intestare a lui l'officina meccanica di famiglia. Quella in via Pistoiese, aperta nel 1987 dal marito di Adele, buonanima, e mandata avanti per anni dal loro unico figlio maschio, morto in un incidente sul lavoro undici anni fa. Da allora l'officina era rimasta intestata ad Adele, unica proprietaria, ed era lei che riceveva l'affitto dal meccanico che ci lavorava in subaffitto: milleduecento euro al mese, la sua unica vera entrata oltre alla pensione minima.
Mi raccontò, a bassa voce, che due mesi prima Marco l'aveva portata dal notaio dicendole che era "solo una formalità per gli oneri fiscali", che serviva mettere l'immobile a nome suo e di Chiara per evitare problemi con la successione. Lei aveva firmato. Non ci aveva capito niente, disse, aveva firmato perché si fidava, perché Marco l'aveva sempre chiamata "mamma" anche se non lo era, perché a ottantun anni certe carte scritte piccole non le legge più nessuno con attenzione.
Da allora l'affitto non arrivava più a lei. Arrivava a Marco.
Le chiesi se avesse detto qualcosa a sua figlia. Scosse la testa e disse una frase che mi è rimasta impressa, perché la disse guardando la vetrinetta degli integratori, non me: "Chiara mi ha detto che Marco ci sta pensando lui, che è meglio così, che io a ottantun anni non devo più avere pensieri." Poi aggiunse che da tre settimane, quando telefonava, era sempre Marco a rispondere per Chiara, e le diceva che la figlia era impegnata.
Io lavoro dietro un banco, non do consigli, non è il mio mestiere. Le ho solo versato un bicchiere d'acqua e le ho detto di stare seduta finché la pressione non si fosse abbassata, perché aveva 165 su 95 e non mi piaceva per niente. Fuori, in piazza Mercatale, c'era il solito mercato del giovedì, le bancarelle di stoffe e i venditori ambulanti che gridavano i prezzi della frutta, e lei restava lì, immobile, con quel foglio piegato in mano che ormai avevo capito essere la fotocopia dell'atto notarile.
Tornò il giovedì successivo. E quello dopo ancora. Ogni volta un po' più dritta sulla schiena, un po' meno tremante nella voce. La terza volta mi disse che aveva chiamato sua nipote, la figlia della sorella morta, che faceva la praticante in uno studio legale a Firenze, in via Cavour. Le aveva mandato la fotocopia dell'atto per posta, con un francobollo da 1,25 euro, perché Adele non usa lo scanner e non vuole saperne di mandare foto col telefono.
La nipote le aveva spiegato una cosa che a me, da dietro il banco, sembrò semplice ma che evidentemente nessuno aveva mai detto ad Adele con chiarezza: la firma sotto costrizione morale, o carpita con inganno su un atto che non era stato davvero spiegato, si può impugnare. C'era tempo, non tantissimo, ma c'era. E soprattutto: l'officina valeva, secondo una stima fatta da un geometra amico della nipote, circa centonovantamila euro. Non erano quattro spiccioli su cui sorvolare.
La quarta settimana Adele non venne il giovedì. Venne il lunedì, cosa che non aveva mai fatto in ventidue anni. Aveva un vestito blu che le avevo visto solo una volta, al funerale del marito del sindacato dei pensionati. Mi disse che andava dal notaio, lo stesso che aveva rogato l'atto, accompagnata dalla nipote, per depositare la richiesta di annullamento per vizio del consenso, e che aveva già un appuntamento fissato in tribunale a Prato per la causa civile.
Le chiesi, mentre le davo lo scontrino delle sue medicine, se avesse paura. Mi rispose una cosa che non mi aspettavo, e la disse guardando fuori dalla vetrina, verso il banco della verdura: "Ho paura di quello che dirà Chiara. Non ho paura del notaio."
Passarono due mesi. Il giovedì era tornato il suo giorno fisso. A gennaio, con la neve che imbiancava appena i tetti intorno a piazza Mercatale, cosa rara qui, entrò con la nipote. Aveva in mano una cartellina blu, di quelle da ufficio con l'elastico, e me la mostrò con un gesto quasi timido, come se volesse che qualcuno oltre alla nipote vedesse quella carta. Dentro c'era la sentenza: l'atto di trasferimento era stato annullato, l'officina tornava intestata a lei, unica proprietaria, e il meccanico che ci lavorava era stato informato di versare di nuovo l'affitto sul conto di Adele, aperto tre settimane prima alla Banca Popolare qui in centro, un conto solo suo, senza cointestatari.
Non mi disse cosa fosse successo con Chiara. Non mi disse se si fossero riparlate, se Marco si fosse presentato a discutere, se ci fossero state urla o silenzi peggiori delle urla. Io ho visto solo quello che si vede da dietro un banco di farmacia: una donna che il giovedì seguente venne a comprare, oltre alle medicine per la pressione, anche una scatola di cioccolatini, di quelli buoni, non quelli in offerta. Mi disse che erano per la nipote, per ringraziarla.
Poi si sedette un attimo sulla sedia vicino al banco, non perché si sentisse male, questa volta. Restò lì solo a guardare la gente passare in piazza, con la cartellina blu ancora stretta sotto il braccio, e quando le misurai la pressione per abitudine era 130 su 85. Le dissi che andava benissimo. Lei sorrise, ripiegò con cura il foglio che ormai non le serviva più portare sempre con sé, e lo mise in fondo alla borsa, sotto il portafoglio, come si fa con le cose che si sono finalmente sistemate.
