Faccio il fioraio da ventisei anni sotto i portici di Villa Serralunga, qui a Stresa, sul lago Maggiore. Vendo composizioni per matrimoni, funerali, e due o tre volte l'anno per quelle serate di gala che riempiono il parcheggio di Maserati e Bentley fino a notte fonda. Quella sera di settembre consegnavo io stesso le orchidee per i tavoli centrali, perché il ragazzo che di solito mi aiuta aveva l'influenza, e non mi fidavo a lasciare quaranta vasi di cristallo nelle mani di un fattorino qualunque.
Ero fermo vicino all'ingresso principale, con il furgone parcheggiato di traverso perché il custode mi aveva detto "cinque minuti, non di più", quando ho visto arrivare quella Lancia Flaminia d'epoca, color avorio, di quelle che si vedono solo nei rally di macchine storiche. Ne è scesa una donna sui trentacinque anni, vestito di seta bianca che le costava — a occhio, faccio questo mestiere da abbastanza tempo da valutare la stoffa dal modo in cui cade — non meno di quattromila euro. Orecchini che luccicavano troppo per essere finti.
L'autista le ha aperto la portiera. Un ragazzo alto, sui trent'anni, divisa blu impeccabile, il tipo di viso che in un altro contesto avrebbe fatto pubblicità agli orologi svizzeri. Ha detto qualcosa, piano, e io non ho sentito le parole esatte — ero a otto metri, con un vaso di orchidee bianche tra le braccia — ma ho sentito benissimo la risposta di lei.
«Che schifo. Con il mio autista? Nemmeno per sogno. Impara qual è il tuo posto prima di azzardarti a guardarmi in faccia.»
L'ho vista girarsi sui tacchi e sparire dentro, sicura di sé come chi ha appena vinto qualcosa. Il ragazzo è rimasto lì, vicino alla portiera aperta, e per un attimo ho pensato: poveretto, ora si prende una nottata di umiliazione a fare avanti e indietro con le chiavi in mano. Invece no. Si è tolto il berretto con un gesto lento, quasi teatrale, e sotto la giacca dell'uniforme c'era un panciotto di sartoria che io, da fiorista, riconosco benissimo perché certi clienti me li fanno vedere apposta quando vengono a ritirare i bouquet.
Ho pensato: qui c'è qualcosa che non torna.
Il custode, Renato, che lavora a Villa Serralunga da più tempo di me, mi ha dato una gomitata mentre passavo con l'ultimo vaso. «Quello è Alessandro Ferraris» mi ha detto sottovoce. «Il padrone. Fa così ogni tanto, guida lui l'auto di cortesia per vedere come lo trattano prima che sappiano chi è.»
Non ci ho creduto subito. Poi l'ho visto entrare dal portone principale, il maggiordomo che gli porgeva un calice di Franciacorta con un inchino vero, non di circostanza, e ho capito che Renato aveva ragione. Ferraris Motor Group, quello dei concessionari da Torino a Bari, quello con lo stabilimento vicino a Chivasso che dà lavoro a millequattrocento persone. Trentotto anni, ancora scapolo, e le riviste di gossip che ogni tanto ci provano a scoprire con chi esce e non ci riescono mai.
Sono rimasto ancora un'ora a sistemare i vasi vicino al bar, e da lì vedevo bene il salone. La donna — ho poi saputo che si chiamava Vittoria Malaspina, agente immobiliare di lusso, uno di quei nomi che girano nei salotti di Milano due — si è fatta largo tra gli ospiti con un sorriso costruito, cercando qualcuno. Quando la folla si è aperta e ha visto chi era al centro del cerchio, le ho visto il bicchiere tremare in mano. Da otto metri, con la luce dei lampadari sopra di lei, sembrava una statua che qualcuno aveva appena spinto giù dal piedistallo.
Lui non ha alzato la voce. Non ha fatto scenate. Ha solo sollevato il calice verso di lei, un brindisi silenzioso, e ha continuato a parlare con un imprenditore del settore vinicolo come se niente fosse. Ma quel gesto — l'ho visto io, con i miei occhi, mentre sistemavo l'ultima orchidea sul tavolo d'onore — valeva più di qualsiasi urlo.
Vittoria Malaspina è uscita dal salone poco dopo, da sola, senza salutare nessuno. L'ho vista attraversare il cortile con il bicchiere ancora in mano, appoggiarlo su un vassoio abbandonato vicino alla fontana, e sparire verso il parcheggio a piedi, sui tacchi, mentre la Lancia Flaminia restava ferma sotto i riflettori con l'autista-padrone ancora dentro a ricevere complimenti.
Il resto l'ho saputo un pezzo alla volta, da Renato, che ci parla ancora con la governante della villa. Pare che tre giorni dopo la festa, la Malaspina abbia ricevuto una mail dalla Fondazione Ferraris — quella che finanzia borse di studio per ragazzi di famiglie a basso reddito, e che ogni anno organizza un programma di volontariato al Cottolengo di Torino. Non era una proposta di lavoro. Non era un invito a cena. Era una richiesta di partecipare come volontaria, per sei mesi, in uno dei centri che la fondazione sostiene a Torino, quartiere Barriera di Milano. In fondo alla mail, una riga sola: "Tutti meritano una seconda occasione. La domanda è se sono disposti a coglierla."
Renato mi ha raccontato che Ferraris, da ragazzo, aveva vissuto proprio in quel quartiere. Che il padre era morto quando lui aveva dodici anni e la madre lavorava in una lavanderia industriale a turni doppi, e che lui consegnava giornali alle cinque del mattino prima di andare a scuola. Che una volta, portando la spesa a domicilio per arrotondare, una signora gli aveva sbattuto la porta in faccia dicendogli di non toccare il campanello con quelle mani sporche. Aveva quindici anni.
Qualche mese dopo, un sabato mattina, mentre consegnavo dei fiori per un battesimo vicino a corso Vercelli, l'ho vista di persona. Vittoria Malaspina, con un grembiule verde della fondazione addosso, seduta su una panca fuori dal centro diurno. Accanto a lei, un'anziana con un modulo per la pensione tra le mani tremanti.
«Qui, signora, la firma va qui in fondo» le diceva, indicando con un dito la riga tratteggiata. «Non si preoccupi se esce storta, tanto la controllano solo che ci sia.»
Niente tacchi. Sneakers bianche sporche di terra sul retro, dove probabilmente aveva aiutato a spostare delle fioriere. Niente Lancia Flaminia — quella era del padrone di casa, ovviamente, non sua. Un'utilitaria grigia parcheggiata in seconda fila, con il disco orario messo bene in vista sul cruscotto.
Non le ho parlato. Non era affar mio, e comunque avevo altri due indirizzi da consegnare prima di mezzogiorno. Ho sistemato le ultime rose nel secchio d'acqua sul furgone, ho chiuso lo sportello laterale — quel clic metallico che fanno sempre, un po' secco — e sono ripartito verso corso Vercelli, con l'odore di garofani e terra bagnata che mi è rimasto addosso per tutto il resto della mattinata.
