L’officina di Prato

Marisa Contini aveva quarantasei anni e un garage a Prato, in via Pistoiese, che portava ancora il nome del padre sull'insegna: Autofficina Bruni. Suo genero Davide, sposato con sua figlia Elena da nove anni, aveva iniziato a lavorarci sei anni prima, dopo che il capannone dove faceva il rappresentante di ricambi era fallito.

Marisa gli aveva insegnato tutto. Come far quadrare i conti a fine mese senza far piangere la cassa, come trattare con i fornitori di Prato Nord senza farsi fregare sui prezzi delle marmitte, come tenere buoni i clienti storici che portavano lì la macchina dal 1998. Gli aveva dato le chiavi, la password del gestionale, la fiducia. Non gli aveva dato solo un lavoro. Gli aveva dato una vita.

Il colpo è arrivato un martedì di marzo, mentre fuori pioveva su quella strada sempre piena di camion diretti verso i capannoni tessili. Marisa era andata in banca per un bonifico ai fornitori e l'impiegata, una ragazza giovane con gli occhiali da vista troppo grandi, le aveva detto una cosa che non tornava.

«Signora Contini, ma lei non ha più la firma sul conto dell'attività. Da gennaio risulta solo il signor Ferretti come titolare.»

Marisa era rimasta in piedi davanti allo sportello, con la borsa di finta pelle ancora appesa al braccio, mentre la ragazza ripeteva la frase come se non fosse già abbastanza chiara la prima volta. Ferretti. Davide. Suo genero aveva cambiato l'intestazione della partita IVA, aveva trasferito la titolarità dell'officina a sé stesso, aveva chiuso il vecchio conto cointestato e ne aveva aperto uno nuovo, solo suo, dove ora arrivavano tutti gli incassi.

Quarantatremila euro. Era quello il valore che il commercialista, chiamato in fretta e furia il giorno dopo, le aveva messo davanti su un foglio: il valore stimato dell'avviamento e delle attrezzature dell'officina che, sulla carta, da gennaio non erano più sue.

Aveva chiamato Elena, sua figlia, prima ancora di tornare a casa, seduta in macchina nel parcheggio della banca con la pioggia che le batteva sul parabrezza. «Lo sapevi?»

«Mamma, è per il mutuo della casa nuova. Serviva un'intestazione pulita per la banca, Davide dice che così ottenevamo un tasso migliore.»

«E a me lo dovevate dire.»

«Non volevamo farti preoccupare.»

Non volevamo farti preoccupare. Marisa aveva ripetuto quella frase tutta la sera, mentre scaldava una minestra che poi non aveva mangiato, mentre il televisore in cucina trasmetteva il telegiornale regionale con le solite notizie di traffico sulla Firenze-Pisa-Livorno. Fuori, nel cortile del condominio, il cane della vicina del piano di sotto abbaiava a intermittenza, come faceva ogni sera verso quell'ora, e per una volta quel suono le era sembrato l'unica cosa normale rimasta nella sua giornata.

Aveva chiesto un incontro. Non una scenata, non una telefonata urlata: un incontro, in officina, un sabato mattina prima che aprissero, con Elena presente. Davide era arrivato con le chiavi in mano, quelle chiavi che un tempo gli aveva dato lei, e le aveva girate nella toppa con un gesto sicuro che a Marisa era sembrato quasi una provocazione.

«Marisa, ti sei fatta un'idea sbagliata. L'officina va avanti benissimo, tu prendi ancora la tua parte ogni mese.»

«Non voglio la mia parte, Davide. Voglio il mio nome sui documenti. Voglio sapere perché un notaio ha firmato un atto senza che io ci fossi.»

«Perché con la delega che mi avevi dato per il gestionale potevo operare anche sulla partita IVA, l'avvocato ha detto che era tutto regolare.»

«La delega era per pagare le bollette quando ero in ferie, non per prenderti l'officina di mio padre.»

Elena era rimasta zitta, appoggiata al bancone dove un tempo Marisa teneva il registro degli appuntamenti scritto a mano, prima del computer. Aveva gli occhi bassi, le braccia incrociate, e a un certo punto aveva detto solo: «Mamma, non fare così, tra vicini e clienti si viene a sapere tutto, fai brutta figura.»

Fare brutta figura. Come se il problema fosse l'apparenza e non le carte false, o meglio, le carte vere ma ottenute in un modo che non lo era affatto.

Marisa non aveva alzato la voce. Aveva preso la borsa, era uscita, ed era andata dritta dallo studio legale di piazza Mercatale, quello dove suo marito, morto quattro anni prima, si era rivolto per il testamento. L'avvocato, un uomo sulla sessantina con la scrivania piena di fascicoli e una foto della Fiorentina appesa dietro di sé, l'aveva ascoltata per venti minuti senza interromperla.

«Signora Contini, la delega che aveva firmato è generica, questo è un problema, lo ammetto. Ma lei ha ancora un asso nella manica: il capannone dove sorge l'officina è di sua proprietà esclusiva, ereditato da suo padre, mai stato intestato a suo genero. Lui ha preso la partita IVA e l'attività. Il muro, il tetto, il terreno sono ancora suoi.»

Era rimasta a guardare quel foglio con la planimetria catastale per un tempo che le era sembrato lunghissimo. Poi aveva chiesto: «Cosa posso fare?»

«Disdire il comodato d'uso gratuito che di fatto esiste tra lei e l'attività. E, se vuole, affittare il capannone a qualcun altro.»

Ci aveva messo tre settimane a decidere. Tre settimane in cui aveva continuato a passare davanti all'officina in bicicletta, la mattina presto, guardando dalla strada le saracinesche che si alzavano senza di lei. Tre settimane in cui Elena l'aveva chiamata due volte, brevi, senza mai dire la parola giusta.

Poi un giovedì di aprile, Marisa aveva mandato la raccomandata. Disdetta del comodato, sei mesi di preavviso come da contratto verbale registrato a fini fiscali anni prima, come le aveva consigliato l'avvocato di fare per prudenza già al tempo. Aveva parallelamente contattato un meccanico di Prato Ovest, un certo Fabio Renai, che cercava da tempo un locale più grande per la sua attività di elettrauto e che le aveva offerto un affitto di milleduecento euro al mese, il doppio di quello che percepiva formalmente da Davide come "quota" mensile, quando gliela versava.

La raccomandata era arrivata all'officina un lunedì. Davide l'aveva chiamata subito, la voce diversa da quella sicura del sabato mattina.

«Marisa, ma sei impazzita? Se perdo il locale chiudo, non ho un'attività senza quel capannone.»

«L'attività l'hai presa tu senza chiedermi niente, Davide. Il capannone resta mio, e io scelgo a chi darlo in affitto.»

«Ne parliamo, troviamo un accordo, ridai… ridammi… rimettiamo il tuo nome sui documenti, come vuoi tu.»

«Adesso è tardi per come voglio io. Sei mesi ce li hai, trova un altro posto, o rimetti l'officina a nome mio come era prima e allora ne riparliamo.»

Elena era arrivata quella sera stessa, senza preavviso, suonando al citofono alle nove passate mentre in televisione stavano dando le previsioni del tempo con l'annuncio di temporali sull'Appennino. Aveva gli occhi rossi, non aveva nemmeno tolto la giacca prima di sedersi al tavolo della cucina, lo stesso tavolo dove da bambina faceva i compiti mentre Marisa preparava la cena.

«Mamma, così ci rovini. Abbiamo il mutuo, abbiamo un bambino che parte tra due mesi per la gita delle medie, non possiamo permetterci di perdere l'officina.»

«Non sto rovinando niente, Elena. Sto solo smettendo di pagare, con il mio capannone, per qualcosa che mi avete tolto senza chiedermelo.»

«Ma è tuo genero, è il padre di tuo nipote.»

«Ed è quello che ha portato un notaio in officina senza avvertirmi. Non sono io ad aver rotto qualcosa, qui.»

Elena se n'era andata senza cena, sbattendo la porta con una forza che aveva fatto tremare il vetro smerigliato dell'ingresso. Marisa era rimasta seduta al tavolo, a guardare la tazzina di caffè che aveva preparato e mai versato, ancora con la moka sul fuoco spento.

Davide aveva provato altre due strade. Prima un avvocato, che dopo aver letto le carte aveva consigliato di lasciar perdere: il comodato gratuito annullabile con preavviso era pulito, la proprietà del capannone incontestabile. Poi, disperato, era tornato lui stesso da Marisa, senza Elena, un pomeriggio di fine maggio, trovandola in giardino mentre potava le rose vicino al muretto.

«Ti prego, non buttarmi fuori. Ti rimetto il nome sui documenti, al cinquanta per cento, come doveva essere. Ho sbagliato, lo so.»

Marisa aveva posato le cesoie sul muretto, si era tolta i guanti da giardinaggio uno alla volta, con calma, e lo aveva guardato.

«Non al cinquanta per cento, Davide. Voglio tutto tornare come prima: intestazione a mio nome, tu socio con delega limitata, come io e tuo suocero avevamo sempre fatto con chiunque lavorasse lì. E voglio vederlo scritto dal notaio, quello vero, con me presente.»

Lui aveva accettato. Non aveva altra scelta: Renai aveva già firmato una proposta d'affitto, e perdere il locale voleva dire chiudere davvero, con debiti verso i fornitori e un mutuo sulla casa nuova da pagare comunque.

L'atto notarile è stato firmato un mercoledì di giugno, nello stesso studio di piazza Mercatale. Marisa è tornata a essere titolare dell'attività, con Davide come collaboratore stipendiato e una delega scritta, precisa, che elencava esattamente cosa poteva e non poteva firmare. Ha aperto un conto nuovo, intestato solo a lei, dove ora arrivano gli incassi prima di ogni altra ripartizione.

Elena non ha mai chiesto scusa con quelle parole esatte. Ma il sabato dopo la firma è passata in officina, verso mezzogiorno, con il figlio che voleva vedere "la nonna che aggiusta le macchine", ed è rimasta a bere un caffè al bar di fronte insieme a lei, senza parlare del capannone, del notaio, dei quarantatremila euro. Hanno parlato della gita delle medie, di quanto costava lo zaino nuovo, di niente. Marisa ha pagato i due caffè, ha guardato il nipote che si allontanava di corsa verso il distributore di bibite, e poi è tornata dentro, a controllare le fatture di maggio, che finalmente tornavano tutte a nome suo.

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