Il testaio che ereditò senza chiedere permesso

Faccio la commercialista da ventidue anni, qui a Bergamo, e ho visto sfilare nel mio studio praticamente ogni forma di famiglia che si spacca su un pezzo di carta. Ma quella pratica lì, arrivata a fine agosto, me la ricordo ancora bene.

Si chiamava Loretta Bassani. Sessantotto anni, cappotto blu anche se fuori c'erano ventotto gradi, una borsa di pelle consumata agli angoli che teneva stretta come se dentro ci fosse il pane. Era la suocera di Marco Gandini, il ragazzo che per undici anni aveva mandato avanti l'officina meccanica di famiglia in via Broseta — quella con l'insegna scritta a mano, "Autofficina Bassani & Figli", sbiadita dal sole sopra la saracinesca.

Il marito di Loretta, il vecchio Bassani, era morto a marzo. Imbolsito dal diabete, se n'era andato in una settimana, senza fare testamento — o almeno così credevano tutti fino a quel pomeriggio in cui io tirai fuori la busta chiusa che lui stesso mi aveva consegnato l'anno prima, con scritto sopra: "da aprire solo dopo".

Nel mio ufficio c'era anche Marco. L'avevo visto arrivare col camice blu ancora addosso, le mani che sapevano di grasso motore anche dopo il sapone. Mi disse, appena seduto, che l'officina ormai la considerava sua: l'aveva rimessa in piedi lui da quando il vecchio si era ammalato, aveva pagato di tasca propria il nuovo ponte sollevatore, aveva assunto un apprendista. Sua moglie Elisa, la figlia di Loretta, lavorava part-time alla cassa del supermercato Esselunga qui vicino e portava a casa milletrecento euro al mese in due; l'officina era, disse proprio così, "l'unica cosa che ci tiene a galla".

Loretta, dall'altra parte del tavolo, non disse quasi niente. Aspettava che aprissi la busta.

Dentro c'era un atto di donazione, firmato dal notaio Ricci di piazza Pontida sei mesi prima della morte: il vecchio Bassani aveva intestato l'intera officina — muri, attrezzatura, avviamento — non a Marco, che ci lavorava tutti i giorni dalle sette del mattino, ma a un cugino di secondo grado che a Bergamo non si faceva vedere da anni, uno che abitava a Cremona e dell'auto sapeva giusto come si fa il pieno.

Marco impallidì. Chiese, con la voce che gli si rompeva a metà frase, se ci fosse un errore, se potessimo controllare la data, se forse era una vecchia versione superata da un'altra. Io scossi la testa. C'era solo quella.

Loretta allora prese la parola. Disse che suo marito non aveva mai fatto pace con l'idea che Marco fosse entrato in famiglia "dalla porta sbagliata" — un modo di dire vecchio, cattivo, che io avevo già sentito troppe volte in ventidue anni di questo mestiere. Disse anche, più piano, che lei quell'atto lo aveva scoperto solo il giorno prima, frugando tra le carte del marito in cerca del libretto della pensione.

Io restai fuori da tutto questo, come sempre. Il mio compito era leggere le carte, non giudicare chi ci stava dentro. Ma ricordo che mi versai un bicchiere d'acqua dalla brocca sulla scrivania e lo passai a Marco, perché aveva le mani che tremavano e non gli avevo mai visto smettere di stringere i pugni.

Elisa arrivò dopo, chiamata dal marito. Entrò ancora con la divisa arancione del supermercato, il cartellino col nome appeso di traverso. Guardò sua madre — non Marco — e le chiese perché non gliene avesse mai parlato, di quella carta. Loretta rispose che il padre gliel'aveva fatta giurare, il silenzio, prima di morire. Che lui, il vecchio, non voleva vedere "lo sfascio in vita".

Passarono tre settimane prima che tornassero da me. In mezzo, mi dissero poi, c'erano state telefonate col cugino di Cremona, che sulle prime voleva vendere l'officina a un fondo immobiliare per farci un minimarket, e una mediazione fallita da un avvocato pagato a ore che Marco non poteva permettersi.

Fu Loretta a tornare per prima, da sola, un martedì mattina. Aveva con sé una cartellina verde, di quelle da ufficio con l'elastico agli angoli. Mi chiese se un atto di donazione si potesse impugnare quando chi firma non è più lucido — il vecchio Bassani, mi disse, negli ultimi mesi confondeva i nomi dei nipoti, dimenticava di aver già mangiato. Io le spiegai che serviva una perizia medica retroattiva, difficile ma non impossibile, e il nome di un legale specializzato in successioni, in via Sant'Orsola.

Loretta non fece causa. Fece qualcosa di più semplice e, mi parve, più duro da fare: tirò fuori dalla cartellina verde il libretto di una polizza vita intestata a lei, che il marito aveva sempre tenuto come sua riserva personale — quarantaduemila euro, la cifra scritta a penna sul frontespizio — e con quella liquidò il cugino di Cremona, comprandogli la sua quota dell'officina prima ancora che il notaio finisse le carte del passaggio. Poi, davanti a me e al legale, firmò lei stessa il nuovo atto: l'officina tornava intestata a Marco, con una clausola che dava a Elisa la nuda proprietà del quindici per cento, "perché quella storia lì non si ripeta con un'altra generazione", disse.

Il cugino di Cremona si presentò in studio una settimana dopo, la faccia di uno che aveva sentito parlare di un affare migliore da qualche parte. Chiese di rivedere le cifre. Loretta era già andata via, ma aveva lasciato una copia dell'atto firmato in una busta chiusa sulla mia scrivania, apposta per lui — non c'era niente da rivedere, gli dissi, era tutto già passato dal notaio.

Marco tornò da solo, un mese dopo, per una firma di routine su un contratto di fornitura ricambi. Aveva ancora il camice blu, ma le mani, questa volta, non tremavano. Mi chiese se avevo il numero di Loretta — voleva invitarla a pranzo la domenica, disse, sua suocera non mangiava mai abbastanza. Io gliel'ho dato senza dire niente, come faccio sempre: il mio compito finisce quando le carte sono a posto, e quelle, ormai, lo erano.

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