La valigia con una ruota rotta

Lavoro al bancone dell'ostello "La Stazione" da sette anni. È un posto piccolo, due passi dalla stazione di Palermo, con una macchina del caffè che fa rumore come un motorino in panne e un gatto rosso che dorme su una sedia impagliata. Ho visto cose strane, lacrime, gente che dorme con i documenti sotto il cuscino. Ma quella sera di gennaio, quando è arrivata Rosa, ho capito che c'è una differenza tra essere poveri e non avere un posto dove andare.

Rosa è entrata alle dieci e un quarto, bagnata fradicia, con una valigia a cui mancava una ruota. L'ha trascinata fino alla reception e ha detto:

— Una stanza per stanotte. La più economica.

Aveva i capelli grigi incollati alla fronte e le mani gonfie. Mentre compilavo il registro, dalla valigia è caduto un portafogli. Si è aperta e dentro c'era una fotografia piegata in quattro, tre bambini in posa da scuola. Lei l'ha guardata un secondo, poi ha infilato tutto nella tasca del cappotto senza una parola. Non la capivo, ma non era affar mio.

Le ho dato la camera 3, quella che sa di umido e di treno. Lei ha pagato in contanti, banconote da venti tenute in una busta trasparente. Poi si è seduta sulla panca di legno vicino alla macchina del caffè e ha preso il telefono.

Ho sentito tutto dal bancone. Non perché volessi spiare, ma in tre metri quadrati di hall anche un bisbiglio diventa un megafono.

Prima ha chiamato una figlia. Credo si chiamasse Angela.

— Sono io… sì, sono arrivata… no, l'autobus era in ritardo… Angela, senti, mi fai passare solo stanotte? Domani cerco qualcosa… come sarebbe non c'è posto? Nel tuo appartamento ci sono tre camere… lo so che la bambina piccola dorme male, ma io sto sul divano… no, non voglio restare per sempre… Angela…

Poi ha riagganciato. Ha fissato il telefono come se fosse un insetto schifoso, poi ha chiamato il figlio. Matteo.

— Matteo… solo una notte… no, non ho bisogno di essere accudita… Kasia non vuole estranei in casa? Ma io sono tua madre… sì, certo, capisco… il cambio di programma la disturba…

Alla terza chiamata, a Serena, non ha nemmeno finito la frase.

— Mamma, ti prego, non ricominciare. Ho gente a cena stasera, l'appartamento è piccolo, non c'è spazio per te.

La valigia con una ruota rotta è caduta a terra. Rosa l'ha guardata per qualche secondo, poi si è chinata, l'ha tirata su e l'ha appoggiata al muro. Nella hall c'era una puzza di bagnato e di detersivo scadente. Il gatto si è svegliato e ha cambiato sedia.

Non ho detto niente. Ho solo acceso il bollitore e le ho portato una tazza di camomilla. Lei ha chiuso le dita intorno alla tazza senza berne, tenendola ferma sulle ginocchia come per scaldarsi le mani più che la gola.

La mattina dopo Rosa aveva la febbre a trentanove e tre. L'ho trovata rigida nel letto, con il cappotto addosso. Ho misurato la temperatura con il termometro della reception, uno di quelli che compri in farmacia per dieci euro. Poi ho chiamato il medico della guardia medica di via Roma.

Mentre aspettavamo, mi ha raccontato tutto. Non in ordine, ma a pezzi, come chi non parla con qualcuno da mesi.

— Sono stata diciotto anni in Germania. Badante. Ho lavato pavimenti, cambiato pannoloni, spostato vecchi dal letto alla sedia. Mi pagavano millecinquecento euro al mese. Ogni mese, ottocento li mandavo in Italia. Per Angela, che si è sposata e aveva bisogno di una casa. Per Matteo, che senza una macchina non poteva vivere. Per Serena, che piangeva perché l'affitto le sembrava uno spreco. Gli ho comprato tre appartamenti. Tre. A Palermo. Non a New York. Qui, in questa città dove il sole brucia anche d'inverno e le arance cadono per strada.

Si è fermata. Ha bevuto un sorso d'acqua da una bottiglia di plastica con l'etichetta mezza staccata.

— Quando sono scesa dall'autobus ieri sera, ho pensato: adesso vado da Angela. Tanto ha il letto in più. Poi ho chiamato. Mi ha detto che non c'era spazio. Matteo ha detto che sua moglie non sopporta i cambiamenti. Serena ha detto che non potevo presentarmi così. E io… io ho capito che non ho più una casa. Ho tre case intestate ai miei figli, ma nessuna ha una stanza per me.

Non ha pianto. Ha guardato il muro. Ha chiesto se poteva stare due giorni in più, che avrebbe pagato.

Le ho detto di sì. Ho anche abbassato il prezzo della camera da trentacinque a venticinque euro, ma lei non se n'è accorta.

Dopo la febbre, Rosa è sparita per un mese. Poi un pomeriggio di febbraio è tornata, vestita bene, con borse della spesa. Ha piegato le labbra in su, un accenno appena, e mi ha detto che aveva affittato una stanza da una vedova di ottantatré anni in via Butera, dietro il mercato della Vucciria. Pagava duecentocinquanta euro al mese, tutto compreso.

— Mi faccio la spesa da sola. La signora mi paga dieci euro all'ora per farle la spesa e cucinarle il pranzo. E poi pulisco l'appartamento di una professoressa due volte a settimana. Altri venti euro a volta.

Sono rimasta zitta. Lei ha aperto la borsa e ha tirato fuori un barattolo di miele di zagara.

— È per te. Grazie per quella notte.

Non l'ho mai aperto. Sta ancora lì, sulla mensola dietro il bancone, tra il detersivo e la guida telefonica.

In primavera, Rosa è entrata nell'ostello con un uomo di mezza età. Era Matteo, suo figlio. Aveva una busta di frutta e un'aria da cane bastonato. Ho sentito solo l'ultima parte, perché ero dall'altra parte della hall con una scopa in mano.

— Mamma, ti prego, vieni a cena da noi. Kasia ha detto che puoi dormire nel terzo letto… in cameretta con il bambino.

Rosa stava in piedi, con le braccia conserte.

— Matteo, il terzo letto è per la bambina. E poi, voglio dire… io non voglio più dormire in una stanza con i giochi per terra e il pannolino puzzolente. Ho la mia stanza adesso. Ho una chiave. La metto nella toppa e la porta si apre. Non devo chiedere permesso.

Il figlio ha fatto un passo indietro.

— Mamma, ma tu… non ci vuoi più bene?

Rosa ha preso la busta di frutta, l'ha appoggiata sul bancone e l'ha spinta verso di me.

— Federica, tieni. Le mele erano sode. Le ho messe nel cestino della colazione.

Matteo se n'è andato senza salutare. Rosa è rimasta qualche minuto, ha sistemato la maglia del gatto rosso, che nel frattempo si era affezionato. Poi ha detto:

— Quando lavoravo in Germania, ogni domenica sera chiamavo i bambini. Loro mi chiedevano: "Mamma, quando torni?" E io rispondevo: "Presto, amore, presto". Poi sono tornata davvero. E "presto" è diventato "non c'è posto".

A giugno Rosa è venuta a dirmi addio. Non partiva, aveva trovato un'altra sistemazione. Un piccolo bilocale in affitto vicino a Porta Nuova, quattrocentocinquanta euro al mese. Era riuscita a mettere da parte abbastanza per il deposito cauzionale e il primo mese. Mi ha mostrato il contratto, firmato con una penna blu. Aveva le unghie curate.

— Ho aperto anche un conto di risparmio. Ho messo trecento euro. È la prima volta che risparmio per me.

Sono sincera: mi è venuta la pelle d'oca. Non so se era orgoglio o tristezza. Tutte e due, forse.

Alla fine di agosto, Angela è passata in ostello. Cercava la madre. Aveva un messaggio sul telefono, me lo ha mostrato. Rosa aveva scritto:

"Non ti chiedo più niente. Non mi chiedere niente. Ho una casa. Ho una chiave. Non bussate alla mia porta se non avete capito cosa significa una notte al freddo."

Angela piangeva. Ha detto che la madre non le apriva più, che non rispondeva alle telefonate.

Io sono rimasta con la scopa in mano, come una stupida. Non ho detto niente. Che cosa potevo dire? Che sua madre aveva dormito con il cappotto addosso perché aveva freddo? Che aveva pagato venticinque euro per una stanza che puzzava di muffa?

Non l'ho detto. Ho solo indicato la porta.

— Se vuoi, puoi lasciare un biglietto. Glielo do quando la vedo.

Ma non l'ho mai visto.

Oggi, quando apro l'ostello la mattina, a volte guardo il barattolo di miele sulla mensola, ancora chiuso, l'etichetta un po' scolorita dalla luce della finestra. Il gatto rosso si è fatto una cuccia con un vecchio scialle, proprio accanto alla valigia con la ruota rotta che Rosa ha lasciato indietro, il giorno che è andata a vivere da sola. Nessuno l'ha mai reclamata. Ogni tanto la sposto per pulire dietro, e ogni volta rimetto il gatto sopra, che si acciambella lì come se fosse casa sua.

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