La busta del caffè

Non volevo ficcare il naso, giuro. Lavoro da undici anni alla cassa dell’Ipercoop di Rovigo e di gente strana ne vedo passare abbastanza da non stupirmi più di niente. Ma quella donna continuava a tornare. Sempre il martedì pomeriggio, verso le quattro, quando il supermercato si svuota e noi cassieri tiriamo il fiato prima dell’assalto delle sei.

Lei entrava con una borsa di tela scolorita, girava tra gli scaffali per una ventina di minuti e poi si piazzava davanti alla mia corsia. Mai una volta che andasse da un’altra parte. Forse perché io non le facevo domande.

La prima volta che l’ho notata aveva un tailleur blu, scarpe basse eleganti, i capelli grigi raccolti in un nodo basso. Una di quelle signore che a Rovigo trovi a passeggio in via Angeli il sabato pomeriggio, con l’aria di chi ha sempre avuto i conti in ordine. Mi passò cinque barattoli di pelati economici, un pacco di pasta da mezzo chilo, una confezione di uova da quattro. Stop.

«Altro?» le chiesi.

Lei guardò il display con il totale: sette euro e quaranta. Aprì il portafoglio in pelle — di quelli buoni, con la chiusura a scatto — e lo richiuse senza tirar fuori nulla.

«Mi scusi, signora, non è scattato il bancomat?»

Scosse la testa, appoggiò il portafoglio sul ripiano e iniziò a contare le monete dal fondo della borsa. Cinque, dieci, venti centesimi. Le sistemò in piccole pile accanto al pos. Le mani le tremavano appena, ma finì il conto esatto. Imbustò tutto da sola, senza guardarmi, e uscì spingendo il carrello vuoto nel parcheggio.

La settimana dopo era di nuovo lì. Stessa corsia, stesso orario. Questa volta comprò una confezione di caffè in offerta, una busta di pane a fette e un pacco di zuppa di verdure surgelate. Nient’altro.

«Sono otto e novanta.»

Lei annuì e mi porse una banconota da dieci stropicciata. Quando le diedi il resto, si mise il caffè sotto il braccio e se ne andò senza ritirare il resto dal piattino. La chiamai, ma non si voltò.

La terza settimana ho capito che qualcosa non tornava. Aveva lo stesso tailleur blu della prima volta, ma la giacca faceva una piega strana sulla schiena, come se fosse diventata troppo larga. I nodi dei capelli erano meno curati, e sotto gli occhi aveva due ombre violacee.

Comprò solo un pacco di riso, due scatolette di tonno e una lattina di pelati. E quando il mio collega Davide le passò accanto con il carrello per rifornire gli scaffali, lei sussultò come se avesse visto un cane rabbioso.

«Va tutto bene, signora? Posso aiutarla?»

«No, no. Sto solo scegliendo con calma.»

Ma non sceglieva niente. Prendeva le cose più vicine che costavano meno, senza nemmeno guardarle.

Quel martedì, mentre le passavo il riso, notai una cosa. Dentro la borsa di tela, quasi nascosto da un fazzoletto, c’era un pacchetto di assorbenti e una confezione di biscotti secchi. E sopra, appoggiato di traverso, un foglio piegato con il logo di un’agenzia interinale.

«Quel posto da segretaria è ancora libero, vero?» mi chiese a bruciapelo, fissando il display.

Non capii subito. Poi mi ricordai che fuori, sulla bacheca all’ingresso, c’erano gli annunci del centro per l’impiego. Uno diceva: «Segretaria part-time, ufficio commerciale zona stazione.» Sessanta ore al mese, stipendio non indicato.

«Non saprei, signora. Dovrebbe chiedere all’info point.»

Lei fece un mezzo sorriso, di quelli che non arrivano agli occhi, e pagò con monete da un euro. Mentre infilava le monete nel palmo, le vidi le dita: la fede nuziale ormai larga sul dito, e una piccola crosta sulla nocca, tipo una ferita da taglio.

«Lavora in zona?» le chiesi, tanto per riempire il vuoto.

«Prima sì. Adesso… sono in pensione.» Ma lo disse come se la parola le bruciasse sulla lingua.

La quarta settimana tornò con una novità. Nella borsa di tela spuntava un barattolo di marmellata di more, di quelle artigianali che costano uno sproposito. Lo riconobbi perché mia moglie li compra per mia suocera: cinque euro e novanta a barattolo.

«Bella marmellata, signora. Regalo?»

Lei strinse la borsa al petto, come se avessi detto una cosa sconcia.

«No. Me l’ha data mia nuora. Per… per errore.»

«Per errore?»

«Sì. Lei fa la spesa per me, ogni tanto. Ma esagera. Non mi serve tutto quello che porta.»

Passò il barattolo sul nastro assieme a un pacco di spaghetti scontati del venti per cento. Il totale era di tre euro e dieci.

Mentre le davo il resto, aggiunse: «Mio figlio Luca dice che devo mangiare carne, proteine. Ma io non ho più l’età, capisce? Una volta a settimana mi basta. Il resto… lo metto in dispensa per quando vengono loro a trovarmi.»

Non capivo se stesse parlando con me o con se stessa.

Quel giorno non comprò nulla di consistente. Solo gli spaghetti e una scatola di fiammiferi. E il barattolo di marmellata lo tenne sul nastro davanti a sé, come se fosse un ostensorio.

La settimana successiva la vidi fuori dal supermercato. Non alla cassa, ma in fila davanti al bancomat esterno. Teneva in mano una carta, la infilava, digitava il pin, aspettava. Poi scuoteva la testa, infilava di nuovo la carta, pigiava i tasti. Dopo quattro tentativi, la rimise nel portafogli e restò ferma lì, a fissare lo sportello automatico come se volesse convincerlo a darle qualcosa.

Non so perché, ma mi venne da pensare a mia madre. Lei ha settantadue anni e vive sola a Badia Polesine. Quando ci vediamo, mi dice sempre: «Non ti preoccupare, sto bene.» E poi trovo il frigorifero con una confezione di yogurt scaduta da tre giorni.

Il martedì dopo, la signora entrò con una busta di plastica bianca già piena. La mise nel carrello e cominciò a girare. Prese una cipolla, due patate, una confezione di dado da brodo. Poi si fermò davanti al banco dei salumi e guardò per un bel po’ il prosciutto cotto a cubetti, quello da cento grammi che costa poco.

Alla fine non lo prese. Si avvicinò alla mia cassa con le tre cose in mano.

«Solo questo, signora?»

«Sì. Ho già mangiato. Ho fatto una pasta al pomodoro prima di uscire.»

Ma la busta di plastica nel carrello era semivuota, e dentro c’era un pezzo di pane vecchio, di quelli che vendono il giorno prima a metà prezzo.

Non dissi nulla. Passai le patate, la cipolla, il dado. Totale: due euro e trenta.

Lei aprì il portafoglio, tirò fuori due euro e quaranta in monete. Mentre le contavo il resto, notai che nella parte trasparente del portafoglio non c’era più la carta bancomat. O meglio, c’era, ma infilata dentro una bustina rossa, di quelle che usano le poste per gli estratti conto.

«Ha smesso di usare il bancomat?»

Non avrei dovuto chiederglielo. Ma ormai era uscito.

Lei ritirò la mano, come se il portafogli scottasse.

«È rotto. Devo andare in filiale a farlo riparare.»

«Certo, signora. Buona giornata.»

Ma la bustina rossa l’avevo già vista. Dentro non c’era la carta soltanto. C’era un foglio con il logo delle Poste Italiane e una cifra stampata in nero, in alto a destra. Non riuscii a leggere l’importo, ma notai che il foglio era spiegazzato, come se qualcuno lo avesse stretto in pugno molte volte.

Fu allora che tornò il figlio. Non lo conoscevo di persona, ma lo riconobbi dalla foto che la signora aveva nel portafogli — era la stessa foto che le cadde a terra mentre contava le monete: un uomo sui quarantacinque anni, con una bambina in braccio.

Luca entrò nel supermercato di corsa, sudato, con il giubbotto ancora mezze indosso. Guardò a destra e a sinistra, poi venne dritto alla mia cassa.

«Scusa, hai visto una signora con la borsa di tela? Capelli grigi, tailleur blu.»

«Sì, è uscita un minuto fa. Era… stava comprando qualcosa al banco.»

Non dissi la verità. Non dissi che aveva comprato il minimo indispensabile, che le avevo visto il pane vecchio nella busta, che il portafogli era pieno di monete e vuoto di banconote. Ma Luca non aspettò. Uscì di corsa, e io lo vidi attraverso le porte automatiche: raggiunse la madre in fondo al parcheggio, vicino alla fermata dell’autobus.

Lei stava seduta sulla panchina, con la busta di tela accanto e il barattolo di marmellata di more in mano. Luca le si avvicinò, si accovacciò davanti a lei come si fa con i bambini, e le prese le mani.

Non sentii le parole, ma vidi i gesti. La madre che scuoteva la testa, teneva gli occhi bassi, stringeva quel barattolo come se fosse l’unica cosa rimasta al mondo. Il figlio che le sollevava il mento con due dita, le parlava, aspettava.

Poi accadde una cosa che non mi scorderò.

Luca si alzò, prese il cellulare dalla tasca, compose un numero. Parlò per qualche secondo. Poi si voltò verso la madre, le porse il telefono.

Lei lo guardò senza capire.

«Parla tu. È pronto il posto. Ti aspettano domani alle nove.»

La signora rimase immobile. Poi prese il telefono con la mano destra e lo tenne contro l’orecchio per una decina di secondi. Le vidi le spalle che tremavano.

Quando chiuse la chiamata, Luca le mise una mano sulla schiena e la fece alzare. La madre era più piccola di lui di una testa, eppure in quel momento sembrava ancora più fragile, come se da un giorno all’altro si fosse svuotata.

Luca la prese sottobraccio e la portò verso una macchina parcheggiata in sosta vietata. Aprì la portiera, la fece sedere, chiuse.

Poi tornò indietro di corsa. Si avvicinò alla mia cassa e mi chiese se potevo tenergli da parte un pacchetto di biscotti e una confezione di caffè, quelli che preferiva sua madre.

«Mia madre non vi dà mai nulla da comprare?»

«Sì, signore. Ma lei compra sempre poco. Solo l’essenziale.»

Luca si passò una mano sulla faccia.

«Lo so. È da due mesi che non mi dice la verità. Ha perso il lavoro a cinquantasei anni. Non voleva dirmi che era rimasta senza un euro.»

Prese il pacchetto di biscotti e il caffè, pagò con una banconota da venti.

«Quanto le devo?»

«Niente, signore. Se li porti pure.»

«No, no. Voglio pagare. Quanto fa?»

«Undici euro e quaranta.»

Mentre Luca prendeva il resto, mi disse una cosa che non dimenticherò.

«Mia madre ha nascosto i problemi per settimane. Mangiava solo pane vecchio e zuppe surgelate. E mia moglie le dava ogni tanto qualcosa, ma lei rifiutava per orgoglio. Non voleva essere un peso.»

Si fermò, guardò fuori verso la macchina dove la madre aspettava.

«Oggi ho scoperto tutto. Le ho trovato la busta delle Poste con il mutuo scoperto. Quattro rate arretrate. Seicento euro di buco. E lei stava andando avanti a monete per non dirmi niente.»

Non aggiunsi nulla. Non era il mio posto giudicare. Ma qualcosa mi si mosse dentro.

Luca mi strinse la spalla, prese la busta con i biscotti e uscì.

L’ultima volta che ho visto la signora è stato tre settimane dopo. Venne sempre alla mia cassa, ma era diversa. Indossava una giacca nuova, verde scuro, e i capelli non erano più raccolti in un nodo, ma sciolti sulle spalle.

Prese un pacco di passata di pomodoro, una confezione di tortellini freschi, del parmigiano a scaglie. E anche una bottiglia di vino rosso da quindici euro.

«Signora, ha cucinato?»

Lei appoggiò la bottiglia sul nastro e mi guardò.

«Sì. Ho trovato lavoro. Mezza giornata, segretaria. Non è molto, ma mi pago la spesa da sola.»

Poi aggiunse: «Mio figlio ha insistito per comprarmi la macchina. Dice che non vuole più vedermi aspettare l’autobus sotto la pioggia.»

Non sapevo se crederci, ma vidi uscire dal portafogli una banconota da cinquanta nuova, ancora rigida. Pagò e mi diede anche due euro di mancia.

«Per il disturbo, signore. E… per le volte che non ho parlato.»

Non accettai la mancia. Girai i due euro nel pos.

«Non deve ringraziarmi, signora. Io sono solo il cassiere.»

Lei ritirò le sue cose e uscì. La vidi attraversare il parcheggio, salire su una Panda rossa parcheggiata vicino all’entrata. Al volante non c’era lei, ma un uomo: Luca, probabilmente.

E accanto a lei, dietro il finestrino, c’era il barattolo di marmellata di more. Mezzo pieno.

Non so perché, ma rimasi fermo lì a guardare la macchina allontanarsi. Poi tornai alla mia cassa, passai il badge e ricominciai a battere gli scontrini.

Ma quando arrivò la pausa delle sei, invece di prendere il caffè alla macchinetta con Davide, tirai fuori il cellulare e chiamai mia madre.

«Mamma, hai già mangiato?»

«Certo, figliolo. Ho fatto una minestra.»

«Sei sicura? Non ti manca niente?»

Ci fu un attimo di silenzio.

«No, sto bene. Perché?»

«Così. Passo domani. Ti porto delle cose dalla Coop.»

«Non serve, davvero. Ho tutto.»

«Mamma.»

Non le dissi altro. Ma il giorno dopo, uscendo dal turno, comprai una confezione di caffè, due pacchi di pasta, una scatola di pelati e una bottiglia di olio buono. Li misi nel baule della macchina. E mentre guidavo verso Badia Polesine, pensavo a quella signora con il tailleur blu e a come ci sente un figlio quando scopre che sua madre ha fame.

Non è la spesa. È il silenzio. Quel maledetto silenzio che ti dice che è tutto a posto, mentre fuori piove e dentro il frigo c’è solo un barattolo di marmellata.

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Uniad
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