La foto della caduta

Faccio la fotografa di eventi da dodici anni. Matrimoni, battesimi, anniversari, cene aziendali. Ma quella sera a Ferrara, la festa dei sessant'anni della signora Adele, la ricordo perché quando il libro toccò terra non riuscii a smettere di premere l'otturatore.

Era novembre e pioveva da tre giorni. L'acqua scorreva lungo i muri di via delle Volte e io arrivai al ristorante con i piedi bagnati, perché il parcheggio più vicino era accanto al Castello Estense, a tre isolati dalla sala. Avevo un altro lavoro dopo, un cocktail in un hotel in via Saraceno a ottanta euro, inizio alle undici e mezza. Speravo di fare in fretta. La direttrice di sala mi aveva assegnato la stanza privata al piano superiore: travi in legno, un affresco slavato, una lampadina nel corridoio del bagno che continuava a lampeggiare con un ticchettio intermittente. Ogni volta che passavo di lì, quel rumore mi entrava in testa.

La signora Adele era già dentro. Sessant'anni, abito blu scuro, perle al collo. Camminava sul marmo con tacchi talmente alti che il suono rimbalzava sulle pareti. Spostava le bomboniere, raddrizzava i centrotavola, diceva al cameriere che i bicchieri erano storti di mezzo centimetro. Il figlio, Matteo, le stava accanto con un sacchetto firmato ancora vuoto tra le mani. Aveva la faccia di chi ha già perso due volte prima di sedersi.

Poi arrivò Elena, la moglie. Abito grigio, capelli raccolti, una custodia di legno sotto il braccio. La suocera la squadrò da capo a piedi e non disse nulla. Solo un'espirazione che sentii anche da dove stavo, in fondo alla sala.

Il pranzo durò ore. Tortellini in brodo, tagliatelle al ragù, panna cotta con frutti di bosco. Io fotografavo tutto: piatti, brindisi, risate forzate. Quando cominciarono i regali, mi spostai vicino al tavolo d'onore. Elena aprì la custodia di legno con due mani. Dentro c'era un libro rilegato in pelle, con una crepa sul bordo inferiore e pagine che sembravano scritte a mano, non stampate. Lo teneva come si tiene un gatto spaventato: con attenzione, senza stringere.

La signora Adele prese il libro con due dita. Lo scosse davanti agli invitati. «I genitori di tua moglie sono dei poveracci?» chiese al figlio, con il microfono ancora acceso. «Ecco la loro eredità: polvere, crepe e discorsi lunghi.» Poi lo lasciò cadere.

Il tonfo si propagò nel marmo. Io feci tre scatti in rapida successione: il libro che cadeva, il libro aperto per terra, il foglio volato via.

Elena si chinò. Raccattò il foglio per i bordi e lo tenne controluce, un attimo, prima di appoggiarlo sul tavolo. Poi raccolse il libro. Non urlò. Fece qualcosa di peggio: tolse il microfono dalle mani della suocera. La sua voce era calma come se stesse dettando un verbale. Io continuai a fotografare senza nemmeno accorgermene.

«Questo foglio è la perizia di mio nonno, del 1962. C'è la sua firma, e la data della cartiera è verificabile: la stessa del carteggio che l'archivio comunale cerca da tre anni per completare il fondo Bassani. Non è polvere. È un documento che vale più di questa casa.» Poi tirò fuori dalla borsa un estratto conto. «E visto che siamo in tema di eredità: duemilaquattrocento euro. Dal conto comune. Prelevati senza la mia autorizzazione, la settimana scorsa.» Matteo si alzò di scatto e cercò di afferrare il foglio. Elena lo infilò in una cartellina di plastica. Il dottor Conti, seduto al tavolo d'onore, non intervenne. Non era imbarazzato. Prendeva appunti su un taccuino, come chi sta già pensando a un incarico.

La festa finì in fretta. Elena avvolse il libro in un tovagliolo di lino, lo rimise nella custodia e uscì con i suoi genitori. Nessuno li salutò. La signora Adele cominciò a piangere, ma erano lacrime da attrice. Matteo rimase seduto con il sacchetto vuoto in mano, mentre il dottor Conti lo fissava dall'altra parte del tavolo.

Quella notte, dopo il cocktail in hotel, scaricai le foto e le guardai una per una. La migliore era la terza: il libro per terra, il foglio volato, la mano della signora Adele ancora sospesa in aria. Non la cancellai. Non so spiegare perché. Forse perché era l'unica prova che quel pomeriggio non me l'ero sognato.

Due mesi dopo, Elena mi chiamò. Aveva trovato il mio numero su Internet. Voleva delle foto per il suo laboratorio di restauro di libri e documenti. Accettai. Trecentocinquanta euro per mezza giornata. Non era molto, ma era una giornata piena.

Il laboratorio stava in una traversa di via Garibaldi, al piano terra di un palazzo con il portone verde. Una stanza sola: due tavoli di legno, un torchio antico, scatole di cartone con strumenti, e sul davanzale una piantina di basilico. Non chiesi perché tenesse il basilico in un laboratorio di restauro. C'erano cose che non avevano bisogno di spiegazioni.

Mentre preparavo le luci, vidi il libro. «Le lettere del Nord» — era lì, sulla panca, con la crepa ancora visibile. Era stato restaurato, rinforzato, rimesso in sesto. Elena non ne parlò. Mi indicò dove sistemare i pannelli, dove puntare il flash, quali scatole fotografare per il catalogo.

«Il dottor Conti ha visto quella perizia sul pavimento del ristorante», mi disse a un certo punto, senza alzare gli occhi dal libro che stava spolverando. «È presidente della commissione per il fondo Bassani. Mi ha chiamata la settimana dopo. Ha detto che chi tratta un documento così, anche da sotto un tacco, sa distinguere una crepa di cent'anni da un graffio.» Sorrise appena, guardando le proprie mani sporche di colla. «Mi ha affidato il restauro del carteggio aziendale. Duemila euro il preventivo. Più del doppio di quello che Matteo aveva sottratto dal conto.»

A un certo punto suonarono alla porta. Elena non si scompose. Andò ad aprire con la calma di chi sa già chi c'è dall'altra parte. Era la signora Adele. Aveva una scatolina bianca tra le dita e un soprabito troppo elegante per quella via. Entrò senza chiedere il permesso.

Io ero dietro una paratia, vicino al torchio. Sentii tutto.

La suocera appoggiò la scatolina sul tavolo. «Prenditi gli orecchini. Ridagli i soldi a mio figlio. Basta avvocati.»

Elena non rispose subito. Sentii il rumore di una pila di cartone che cadeva: la signora aveva urtato le scatole con il gomito. I fogli si sparsero a terra. Lei non si chinò a raccoglierli. Rimase ferma, con un foglio sotto il tacco della scarpa — lo stesso gesto del ristorante, ripetuto senza che se ne accorgesse.

Elena si inginocchiò, tirò via il foglio da sotto quella scarpa con due dita, come aveva fatto con la perizia due mesi prima, e lo appoggiò sullo scaffale, lontano dai piedi di tutti. Solo allora si alzò.

«Gli orecchini se li tenga. Per i soldi ci sono già gli avvocati, come dice lei. E questa» disse indicando la scatola con il carteggio Bassani ancora da restaurare «è la mia risposta al resto. La porta è dietro di lei.»

La signora prese la scatolina, la infilò in borsa e uscì. Il suono dei suoi tacchi sul cemento era più vuoto di quello sul marmo al ristorante.

Finii il mio lavoro. Elena mi pagò in contanti. Firmai la ricevuta. Mentre mettevo via l'obiettivo, la vidi prendere «Le lettere del Nord» e sistemarlo sullo scaffale di vetro, dritto, accanto al carteggio Bassani ancora avvolto nella carta velina. Lo allineò con un dito, come si sistema qualcosa che non deve più muoversi.

Poi firmò la bolla di consegna per il corriere che aveva portato nuove scatole di giornali, senza guardarmi. Presi la borsa degli obiettivi e uscii nella traversa di via Garibaldi, dove il portone verde si chiuse alle mie spalle con un tonfo molto più leggero di quello che ricordavo dal ristorante.

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