Tre chili e due chiavi

Il gatto fece le fusa proprio quando Franco posò il mazzo di chiavi sulla panchina bagnata. Un suono piccolo, quasi ipnotico, che veniva da quella creatura di tre chili e mezzo accoccolata sulle sue ginocchia come se avesse trovato l’unico posto giusto del mondo.

Franco guardò le due chiavi sull’anello di metallo, con una piccola incisione sul lato. Una apriva il portone del condominio, l’altra l’appartamento al quarto piano. Il metallo era ancora caldo. Se le rigirò tra le dita, poi le lasciò lì, sotto la nebbia. Sembrava impossibile che due pezzi d’ottone potessero pesare così tanto.

Erano dodici anni che quelle chiavi lo tenevano fermo.

— Riportalo dove l’hai trovato.

La voce di Lucia era arrivata quella sera, in cucina, con la cadenza di sempre: piatta, senza nessuna inflessione che potesse lasciare spazio a una trattativa. Franco la conosceva a memoria. Conosceva anche le due parole che seguivano, quelle che chiudevano ogni discussione come si chiude un rubinetto.

— Ti ho detto.

Lei stava sulla soglia, le braccia conserte. Non aveva tolto il grembiule da sopra la vestaglia di flanella a quadri; la cerniera era rotta da tre inverni e Lucia teneva il bordo stretto con due dita, come se da quel pezzo di stoffa dipendesse qualcosa di essenziale. Sul lavello, il fondo della padella emanava ancora l’odore dell’olio rappreso del baccalà fritto. Un odore denso, che si attaccava ai vestiti, ai pensieri, alla voglia di parlare.

Franco teneva il gatto al petto, con la camicia a quadri che si era appena macchiata di pioggia. L’aveva trovato due sere prima, davanti al portone, acquattato dietro le biciclette della signora Rina. Era magro, rossiccio, con un orecchio sinistro strappato e due occhi verdi che lo seguivano come se lui fosse l’unico punto fermo in mezzo alla nebbia di Ferrara. Si era strofinato contro i suoi pantaloni, aveva cominciato a fare le fusa. Un suono incerto, quasi una scusa per esistere.

Franco aveva provato a spiegare. Due giorni sotto il portone. La pioggia. I gatti randagi che lo azzannavano. Ma Lucia non ascoltava. Non ascoltava quasi mai.

— Va bene, — disse lui.

Prese le chiavi dal piattino all’ingresso, accanto alla carta dei servizi condominiali e a due volantini del Conad che nessuno avrebbe letto. La porta si chiuse alle sue spalle con un colpo secco.

Sul pianerottolo del secondo piano, la lampada al neon stava morendo. Lampeggiava da anni, un ticchettio irregolare che tutti conoscevano ma nessuno si era mai preso la briga di riparare. Sul corrimano, la ruggine aveva lasciato una riga scura; dalla ringhiera pendeva una bicicletta con la ruota a terra, dimenticata da chissà chi. L’aria del vano scale sapeva di fumo freddo e di bucato steso troppo a lungo.

Franco scese un gradino alla volta. Il gatto si faceva più pesante a ogni passo, le zampe aggrappate alla giacca con una forza che non c’entrava niente con il suo peso. Si fidava. Nonostante tutto, quel randagio spelacchiato si fidava di lui.

Il terzo anno di matrimonio, Lucia gli aveva detto di buttare la chitarra. «Prende polvere e occupa spazio. Tanto non suoni più.» Era una Eko acustica, comprata con la prima busta paga alla Zanetti. L’aveva portata giù di notte, quando nel cortile non c’era nessuno. L’aveva appoggiata accanto ai cassonetti grigi. Era rimasto lì un minuto, poi se n’era andato senza voltarsi.

Poi erano arrivate le scarpe da corsa. «Perché le tieni in corridoio? Tanto non corri più.» Con quelle scarpe aveva finito la mezza maratona di Ferrara, l’unica impresa sportiva di cui andasse fiero. La suola aveva ancora l’odore di asfalto bagnato.

Ancora prima c’era stato Paolo. «Smettila di chiamarlo. Ti mette solo strane idee.» Paolo aveva continuato a telefonare per sei mesi. Poi aveva smesso anche lui. Era sparito come un’ombra al calar della sera.

E poi sua madre. L’anno scorso aveva chiesto se poteva venire per Natale. Franco stava per dire di sì, ma aveva visto Lucia scuotere il capo dietro le spalle. «Dopo le feste, mamma», aveva detto. «Va bene», aveva risposto lei. Con una voce così calma che era peggio di un urlo.

Fuori, la nebbia di novembre lo accolse come un’ospite vecchia e insistente. Si infilava sotto la giacca, stringeva la gola, confondeva i contorni delle case. L’asfalto era lucido di umidità; le foglie gialle dei tigli incollate ai bordi del marciapiede come fazzoletti usati. Il profumo dei caminetti accesi si mischiava a un vago sentore di terra bagnata proveniente dagli orti oltre le mura estensi.

Sotto il lampione, la panchina del cortile era vuota. Franco si sedette. Il gatto si sistemò sulle sue ginocchia, piegò le zampe sotto il corpo e riprese a fare le fusa, più forte adesso. Franco passò la mano lungo la schiena ossuta e sentì le costole una a una, sottili e ravvicinate come i fili di un vecchio steccato. Il gatto era ridotto a pelle e ossa, eppure faceva le fusa come se avesse appena ricevuto tutto quello che la vita poteva offrire.

Al quarto piano, la finestra della cucina era accesa. Dietro la tenda, la sagoma di Lucia passava da un lato all’altro. Stava lavando i piatti. C’era sempre un piatto pronto per lei, e per lui c’era un piatto in frigorifero con un biglietto: «Scaldalo da solo». Non era mai arrabbiata, mai violenta. Solo una sottrazione quotidiana, costante, come una lampadina che non si brucia mai del tutto ma perde luce un po’ alla volta.

Franco ripensò al primo anno. Quando Lucia lo aspettava sulla porta, il giovedì, e in casa c’era l’odore delle mele cotte e del mascarpone, perché preparava la torta di mele. Rideva, lo aiutava a togliere la giacca, chiedeva come era andata la giornata. E ascoltava davvero la risposta.

Poi, pian piano, le cose erano cambiate. La torta era diventata un pacchetto di biscotti del discount. Il «raccontami» era diventato «non mi disturbare». E il «facciamo insieme» era diventato «ti ho detto». Non c’era stata una lite furiosa, una parola definitiva. Solo un progressivo spegnersi, come quella lampada al neon del secondo piano.

Un anno prima, Franco si era ammalato: febbre alta, quasi quaranta. Era rimasto sul divano, sentendo Lucia che sbatteva le pentole in cucina. «Non fare la lagna, sono stanca anch’io!» aveva gridato da dietro la porta. E lui non si era lamentato. Aveva solo tossito troppo forte. Dovette alzarsi da solo, mettere l’acqua sul fuoco, prendere la tachipirina. Lei non entrò mai nella stanza.

Il telefono vibrò nella tasca. Sul display, il nome di Lucia lampeggiava nell’oscurità con una luce blu, troppo brillante per quella nebbia. Franco lo fissò per qualche secondo, poi premette il tasto rosso. Il rumore si spense. Non si sentì più nulla, solo il respiro regolare del gatto.

Anche il vento sembrava essersi fermato. Come se il cortile trattenesse il fiato.

Franco alzò gli occhi verso il quarto piano. La luce della cucina si era spenta. Lucia era passata in soggiorno. Avrebbe acceso la televisione, si sarebbe avvolta nel plaid, e si sarebbe messa davanti a una delle sue serie. Non sarebbe andata alla finestra. Non avrebbe chiamato di nuovo. Le aveva già dato l’ordine, e Franco lo aveva sempre eseguito. Dodici anni senza un solo atto di vera disobbedienza. Perché verificare ciò che non ha mai deluso?

Il gatto distese una zampa anteriore e la posò sul polso di Franco. Non cacciò fuori le unghie. Lo toccò soltanto. I cuscinetti erano ruvidi e freddi, ma il gesto era così pieno di fiducia, così semplice, che qualcosa dentro Franco cedette.

Fu come una corda vecchia che si spezza senza rumore. Non un’esplosione, non un dolore acuto. Solo la fine di una tensione durata troppo a lungo.

Franco infilò la mano nella tasca della giacca. Le dita trovarono subito il mazzo: due chiavi su un anello di metallo con una piccola incisione sul lato. Una apriva il portone, l’altra l’appartamento. Il metallo era caldo, così familiare che avrebbe riconosciuto quelle chiavi tra cento altre, solo toccandole.

Le tirò fuori. Le posò sulla panchina, accanto a sé. Due piccoli pezzi di metallo. Strano quanto poco pesasse ciò che per anni tiene una persona ferma nello stesso posto.

Franco si alzò. Strinse il gatto al petto e si mise in cammino. Attraversò il cortile, passò davanti al portone, superò il sottoportico e uscì nella strada principale. La nebbia trasformava i lampioni in sfere di luce diffusa. I tigli spogli si disegnavano contro il cielo come fili di una tela fitta.

Il gatto non tremava più a ogni passo. Stava aggrappato alla camicia, con una zampa agganciata allo stesso filo sfilato, e sembrava aver capito che stavano andando nella direzione giusta.

Dopo l’arco che conduceva alla via principale, la strada era quasi vuota. Qualche macchina passava piano, i fanali gialli nella nebbia. All’angolo, la vetrina di un minimarket aperto tutta la notte brillava come un faro. Franco entrò. Posò il gatto a terra vicino alla cassa. Il rosso si sedette subito, avvolse la coda intorno alle zampe anteriori e aspettò con una pazienza che sembrava antica.

Franco prese una lattina di cibo per gatti e un cartone di latte. La donna alla cassa lo guardò, poi guardò il gatto spelacchiato, ma non disse nulla. Pagò in contanti: una banconota da dieci e il resto in monete. Riprese il gatto e uscì.

Il telefono continuava a squillare. Una chiamata dopo l’altra. Franco non rallentò. Le chiavi erano rimaste sulla panchina, nel cortile.

Non lontano, verso mezzanotte, cominciò a cadere una pioggia fine. Le goccioline si posarono sull’anello di metallo, si raccolsero nei solchi delle chiavi e cominciarono a scivolare sulla panchina scura.

Lucia andò alla finestra solo il giorno dopo, verso mezzogiorno. Guardò giù, nel cortile, e vide la panchina vuota, i cassonetti chiusi, le foglie bagnate ammucchiate contro il muretto. Del gatto rosso nessuna traccia. E neanche di Franco.

Ricominciò a chiamare il suo numero. Ogni volta, solo squilli. Poi scrisse un messaggio: «Non fare il bambino». Nessuna risposta. Poi un altro: «Non sto scherzando». E infine: «Dove sei». Nemmeno il punto interrogativo. Non era una domanda, era un ordine che stavolta non aveva nessuno da eseguire.

Verso le tre del pomeriggio, il custode del condominio salì al quarto piano e suonò il campanello.

— Forse sono vostre, — disse, porgendo il mazzo. — Stavano sulla panchina.

Lucia prese le chiavi. Le girò tra le dita, e riconobbe subito la piccola incisione sull’anello. Poi strinse le chiavi così forte che le nocche diventarono bianche.

Dodici anni. Aveva ripetuto sempre la stessa parola. Butta via. Prima la chitarra. Poi le scarpe da corsa. Poi l’amico. Poi il cane randagio che veniva nel cortile. E alla fine il gatto rosso.

Solo che stavolta, da quella casa, non era sparito ciò che lei aveva ordinato di buttare.

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