Avevo deciso cosa mettere nella busta gialla dodici giorni prima. Per quasi due anni avevo finto che andasse tutto bene, per paura di restare vecchia e sola in un appartamento di città. Così inghiottivo, sistemavo gli angoli, correvo dalla mattina alla sera per non dare fastidio.
Quella domenica di settembre, nella casa sulle colline dietro Rimini, l'aria sapeva già di mosto. Dalla finestra della cucina vedevo il campanile di San Martino in Venti e, più sotto, la striscia blu dell'Adriatico. Avevo comprato quella casa con mio marito Bruno nel 1998, quando i soldi erano pochi ma le braccia tante. Lui se n'era andato nel 2019, un infarto mentre potava l'ulivo dietro il garage.
Da allora, la casa era diventata il mio posto. Le persiane verdi, il portico con la vecchia altalena, i limoni in vaso che d'inverno spostavo in serra. Quando mio figlio Nicola aveva sposato Eleonora, ero stata io a proporre di passare lì le estati. Pensavo: cene al fresco, chiacchiere, magari una mano alle rose.
All'inizio Eleonora mi chiamava "mamma Clara". Poi i confini si erano spostati, un millimetro alla volta. Prima mi chiedeva di lavare i piatti perché aveva appena fatto la manicure. Poi lasciava i vestiti sulla sedia del soggiorno con un "buttali in lavatrice, tanto sei lì". Io lavavo, stiravo, cucinavo. Mi dicevo che erano sciocchezze, che i giovani lavorano e sono stanchi.
Quella domenica, alle sette del mattino, ero già in piedi davanti alla piastra. Faceva un caldo da impazzire. La vecchia piastra per la piadina, quella in ghisa nera, pesava come un'incudine. La tenevo sul fuoco da vent'anni, da quando la facevo a Bruno la domenica mattina.
Eleonora aveva invitato la famiglia per il suo trentaquattresimo compleanno. Tutti i suoi: la madre, la sorella, il cognato, due cugine. E aveva preteso che preparassi "la cosa romagnola", come diceva lei. Piadine fatte in casa, squacquerone, prosciutto di Parma.
— Clara, mi raccomando, leggere, — mi aveva detto il giorno prima, toccandosi i capelli appena ossigenati. — E non bruciarle come l'ultima volta.
Alle undici avevo già impastato. Le mani mi dolevano, la farina era incastrata sotto le unghie. Nicola era seduto al tavolo di cucina con l'iPad, guardava video di moto. Non aveva alzato lo sguardo quando sua moglie mi aveva tolto il matterello dalle mani.
— Così vengono dure, — aveva sbuffato. — Fai riposare l'impasto almeno mezz'ora, guarda che te l'ho già detto.
Poi aveva guardato il vassoio di affettati.
— Il crudo va a fette sottili, questo sembra tagliato con l'accetta. E lo squacquerone tiralo fuori dal frigo adesso, sennò a pranzo è un sasso.
Avevo stretto il matterello. L'avevo appoggiato sul piano di marmo. Ero andata in bagno, mi ero sciacquata la faccia. Nello specchio, una donna di settantadue anni con i capelli raccolti in una crocchia stanca.
Gli ospiti erano arrivati all'una. La madre di Eleonora, Giancarla, con un regalo avvolto nella carta argentata. La sorella Patrizia, sposata con un commercialista di Forlì. Le cugine, due ragazze identiche che ridevano già dal cancello.
— Che meraviglia questo posto! — aveva sospirato Giancarla, togliendosi gli occhiali da sole. — Sembra un agriturismo.
— Stiamo pensando di rifare la terrazza, — aveva detto Eleonora. — Magari una pergola in ferro battuto. Abbiamo visto un progetto bellissimo a Riccione.
Stavo portando in tavola una zuppiera di tagliatelle al ragù. Il "stiamo pensando" mi era entrato nel petto come un ago. La terrazza l'aveva progettata Bruno. L'avevamo costruita insieme, mattone dopo mattone, nell'estate del 2004.
Il pranzo era cominciato tra chiacchiere e bottiglie di Sangiovese. Io mi ero seduta in fondo, vicino alla porta della cucina, il posto da cui ci si alza di continuo per prendere il pane, cambiare i piatti, portare l'acqua.
Eleonora parlava di un viaggio a New York, di un corso di pilates, di quanto costava il parquet della nuova casa in centro a Rimini. Nicola annuiva, versava vino, rideva alle battute del cognato.
Io avevo appena mangiato due cucchiaiate di tagliatelle quando Eleonora si era sporta sul tavolo.
— Oh, questa qui ha la crosta, — aveva detto, infilzando con la forchetta il pezzo di guanciale che stava nel mio piatto.
L'aveva morso. Aveva masticato due volte. Poi si era fermata, aveva arricciato le labbra.
— C'è una cartilagine, — aveva borbottato.
E l'aveva sputata. Lì, sul bordo del mio piatto. Un grumo masticato, umido, posato con delicatezza sulla ceramica bianca. Poi aveva spinto il mio piatto lontano da sé, con la punta delle dita.
— Comunque è un po' stopposa la pasta, Clara, — aveva aggiunto, già girandosi verso la sorella.
Nessuno aveva detto niente. La madre di Eleonora si era servita un altro po' di vino. Nicola aveva guardato fuori dalla finestra, masticando piano.
Io avevo appoggiato la forchetta. Avevo guardato quel grumo sul mio piatto. Bruno, se ci fosse stato, non avrebbe mai permesso una cosa del genere. Ma Bruno non c'era più. E Nicola non alzava lo sguardo.
Dopo il dolce, una crostata di prugne che avevo sfornato prima dell'alba, era arrivato il momento dei regali.
Eleonora aveva scartato il bracciale d'oro di Nicola, una borsa firmata dalla madre, un weekend in Toscana dalle cugine. Poi si era alzata in piedi, battendo il cucchiaino contro il bicchiere.
— Un attimo, un attimo, — aveva detto, con un sorriso che le andava da un orecchio all'altro. — Manca il regalo più importante.
Aveva preso un sacchetto di tela sotto la sedia. L'aveva aperto con lentezza teatrale.
— Clara, vieni qui.
Mi ero alzata. Le gambe erano pesanti, ma la schiena era dritta.
Eleonora aveva estratto un grembiule. Rosa confetto, con una scritta nera ricamata sul petto: "GOVERNANTE DELL'ANNO". Sotto, in caratteri più piccoli: "Lavoro per vitto e alloggio".
Le cugine avevano riso. La madre aveva fatto un mezzo sorriso, come se non capisse. Nicola si era passato una mano sul collo, scrutando il bordo del tavolo.
— È per te, Clara, — aveva detto Eleonora, con voce squillante. — Così cucini con più allegria. Guarda che i tuoi grembiuli sono tutti vecchi e macchiati.
Aveva fatto per infilarmelo. Io ho alzato una mano e le ho bloccato il polso. Con calma. Ho preso il grembiule dalle sue dita. La stoffa era ruvida, sintetica, odorava di plastica nuova.
— Grazie, Eleonora, — ho detto.
L'ho piegato, angolo su angolo, in un quadrato perfetto. L'ho appoggiato sulla tovaglia.
— Molto spiritoso. Apprezzo il tuo umorismo. Però anch'io ho un regalo per te.
Eleonora ha sgranato gli occhi. Le piacevano i regali, soprattutto quelli che si potevano tradurre in euro. Probabilmente si aspettava una busta con dei soldi. Avevano appena prenotato la pergola per la terrazza, un acconto di quattromila euro.
— Davvero? — ha chiesto, inclinando la testa.
Sono andata in camera. Ho aperto il cassetto del comò, sotto le magliette di Bruno che non avevo mai avuto il coraggio di buttare. C'era una busta gialla, chiusa con lo spago. L'avevo preparata dodici giorni prima, dopo che Eleonora aveva urlato perché avevo lavato una sua camicia di seta con l'ammorbidente sbagliato. Allora non avevo avuto il coraggio di darla. Pensavo: magari passa.
Sono tornata in sala. Tutti mi guardavano.
Ho teso la busta a Eleonora.
— Apri.
Lei ha sorriso. Ha sciolto lo spago, ha estratto due fogli A4 piegati a metà. Il sorriso era ancora lì quando ha cominciato a leggere.
Poi è sparito.
Gli occhi correvano sulle righe. Le dita tremavano.
— Cosa…? — la voce le si è rotta.
— È il rogito di vendita, — ho detto, rivolta a tutta la tavolata. — Questa casa, il terreno, il garage. Ho firmato venerdì scorso dal notaio Bonetti, a Rimini. La proprietà è stata trasferita.
Nicola si è alzato di scatto.
— Mamma, cosa stai dicendo?
— Ho venduto, Nicola. Ho venduto tutto. Gli acquirenti sono una famiglia di Verona, marito e moglie in pensione. Mi hanno pagato trecentottantacinquemila euro, già sul mio conto.
Eleonora ha lasciato cadere i fogli sulla tovaglia, tra i piatti sporchi e le briciole della crostata.
— Sei impazzita! — ha urlato. — Questa è casa nostra! Abbiamo appena pagato l'anticipo per la pergola! Abbiamo messo i soldi per le finestre nuove!
— Questa era casa mia, — ho corretto. — Voi eravate ospiti. E gli ospiti, quando la festa finisce, vanno via.
Ho indicato il secondo foglio.
— Qui sotto c'è la data del passaggio di consegna. Mercoledì, alle dieci. Ho tempo fino a martedì sera per liberare tutto. Vi consiglio di portare via le vostre cose entro domani. La nuova proprietaria vuole fare dei lavori prima dell'inverno.
Nella stanza è sceso un silenzio di ghiaccio. Si sentiva il vento tra le foglie dell'ulivo.
— Mamma, — Nicola si è avvicinato, il viso chiazzato di rosso. — Hai venduto tutto alle nostre spalle? E adesso dove lo passiamo l'anno prossimo, il compleanno di Eleonora? Come hai potuto?
L'ho guardato. Per la prima volta in due anni, senza pietà. Senza quel nodo in gola che mi prendeva ogni volta che lo vedevo troppo magro o troppo stanco.
— Ho potuto, Nicola. Ho potuto perché lavorare per vitto e alloggio in casa propria non è vita. E io, la vita che mi resta, voglio viverla in un posto dove nessuno mi dica come si taglia il prosciutto.
Mi sono voltata. Ho preso la mia borsa, appesa allo schienale della sedia. Il mio vecchio maglione, quello color ruggine che Bruno mi aveva regalato a Urbino.
— Buon compleanno, Eleonora. La crostata è in cucina. I piatti li lavate voi.
Sono uscita dal portico. I gradini di pietra erano caldi sotto i sandali. Ho aperto il cancello, ho sfiorato il gelsomino sul muro. Era carico di fiori, quell'anno. Ho camminato lungo la strada sterrata fino alla mia Fiat Punto, parcheggiata sotto il cipresso.
In città ci sono arrivata in venti minuti. L'appartamento, quello dove ho cresciuto Nicola, era in penombra. Odorava di chiuso, di cera per mobili, di attesa. Ho acceso solo la lampada in cucina. Ho messo sul fuoco la moka piccola, quella per una persona.
Mi sono seduta al tavolo, con la tazzina tra le mani. Dal balcone arrivava il brusio di via Dante, le campane di Sant'Agostino, il rumore di una saracinesca che qualcuno abbassava. Ho bevuto il caffè, piano. Poi ho appoggiato la tazzina sul piattino. Era una porcellana buona, con i fiori azzurri, regalo di nozze dei miei genitori.
Ho aperto la borsa. Dentro c'erano le chiavi della casa di San Martino in Venti. Le ho appoggiate sul tavolo, accanto alla tazzina. Mercoledì, alle dieci, le avrei consegnate alla donna di Verona. E non sarebbero più state mie.
Il telefono, in camera, ha squillato. Nicola. Ho guardato la tazzina. Non mi sono alzata.
Il vento ha sollevato la tenda del balcone. Dalla strada saliva l'odore dei tigli. Ho finito il caffè, ormai freddo sul fondo.
Poi ho spento la luce, ho appoggiato la tazzina nel lavello e sono andata a dormire. Nel mio letto. Da sola. In silenzio.
