La nonna e la linea di sale

Mia nonna Assunta aveva una fissazione che in famiglia prendevamo tutti per una stramberia da vecchia. Ogni sera, quando il sole spariva dietro le colline di Spoleto, andava in cucina, prendeva la sua vecchia latta verde e usciva sulla soglia. Con la mano callosa prelevava una presa di sale grosso e tracciava una riga precisa da stipite a stipite, un piccolo argine di cristalli bianchi. Poi si faceva il segno della croce e mormorava sempre la stessa frase: «Finché il sale resta intero, nessuno entra».

Noi ridevamo. Mia madre Elena diceva che erano superstizioni dei tempi andati, roba da contadini. Mio padre Marco, ogni mattina prima di uscire, prendeva la scopa e spazzava via tutto, brontolando che quel sale rovinava il pavimento in pietra. La nonna non diceva niente: si affacciava, guardava la riga sparita, e la sera dopo la rifaceva identica. Per ventitré anni uguale.

Una notte di novembre, avrò avuto forse undici anni, mi svegliai con la gola secca. Andai in punta di piedi verso la cucina per bere. Passando davanti all’ingresso, vidi la porta socchiusa e la nonna in camicia da notte, con la latta in mano. Non stava guardando per terra. Guardava fuori, verso lo spiazzo di ghiaia davanti a casa. La luna era piena e illuminava tutto, ma tra i due cipressi in fondo al viale c’era una figura ferma. Non era né un uomo né una donna, almeno non si capiva. Stava immobile, le braccia lungo i fianchi, il viso una macchia scura. La nonna lasciò cadere il sale lentamente, grano dopo grano, mentre sussurrava qualcosa che non riuscii a capire. La figura non fece un passo. Però non si ritirò. Quando la riga fu completa, la nonna chiuse la porta con un tonfo e si sedette lì contro, con la schiena appoggiata al legno, sveglia fino all’alba.

Io sgattaiolai in camera senza fiatare. La mattina dopo lei mi guardò negli occhi e disse solo: «Dopo mezzanotte non aprire mai a nessuno che chiami da fuori. Anche se riconosci la voce. Anche se fosse la mia, hai capito?».

Non ebbi il coraggio di chiedere. La figura non la vidi più. Ma da allora, prima di andare a dormire, controllavo che la nonna avesse messo la sua riga.

Poi gli anni si mangiarono tutto. La nonna invecchiò, camminava con le grucce e aveva il respiro corto, ma la linea di sale non la saltò mai. Fino alla notte in cui il suo cuore si fermò. La trovarono nel letto, con un’espressione strana: non di paura, più di stanchezza, come se avesse fatto una corsa lunghissima. Il funerale fu un mercoledì.

La prima sera senza di lei, nessuno pensò al sale. Papà era stravolto, mamma pure. La latta verde rimase in cucina, dimenticata. Alle due di notte, tre colpi alla porta d’ingresso. Secchi, forti, uno dietro l’altro. Toc. Toc. Toc.

Mio padre, che dormiva sul divano, si tirò su e andò ad aprire. Mia madre lo richiamò: «Marco, è tardissimo, aspetta…». Ma lui aveva già girato la chiave. Spalancò. Fuori non c’era nessuno. Solo il vento che si era alzato e la luna pallida che faceva ombre lunghe. E poi ce ne accorgemmo: la soglia era sporca, il sale non c’era più. La brezza lo aveva sparpagliato in giro come se qualcuno lo avesse calpestato di proposito.

Lui richiuse. Il colpo secco della serratura scattò nel silenzio. Passò un secondo. E poi sentimmo dei passi. Dentro casa. Sul pavimento in legno del corridoio, proprio alle nostre spalle, un passo strascicato, poi un altro, lenti e pesanti, come se qualcuno fosse entrato insieme a lui e ora si muovesse in fondo, verso le camere.

Da quella notte cominciarono i fenomeni. Le porte interne apparivano aperte all’alba, anche se le chiudevamo a chiave. Le foto della nonna sul mobile del salotto cadevano a faccia in giù. Le candele, anche quelle nuove, si spegnevano da sole dopo pochi minuti. E ogni notte, esattamente alle tre e venti, qualcuno percorreva il corridoio strascicando i piedi. Lo stesso passo pesante. Per due settimane non chiudemmo occhio.

Mamma, una mattina, decise di svuotare la stanza della nonna. Tra vecchi scialli e quaderni di messa, trovò un quadernino nero, di quelli a quadretti, tenuto insieme da un elastico. Cominciò a sfogliarlo con me accanto. Erano tutte preghiere e date. Le ultime pagine erano scritte con una grafia tremolante, l’inchiostro che se ne andava.

«Non ho più forze.»

«Sono anni che mi aspetta.»

«Il sale non è mai servito per proteggere me.»

L’ultima riga, tracciata con un segno più scuro, arrivava come uno schiaffo:

«Serviva per voi. Adesso state attenti.»

La temperatura in quella stanza crollò di colpo. Mamma si portò una mano alla bocca. Io sentii le dita gelate nonostante il termosifone fosse acceso. In quel preciso istante, tre colpi alla porta d’ingresso. Identici. Toc. Toc. Toc.

Nessuno si mosse. I colpi arrivarono di nuovo, più forti, tanto che la porta vibrò. Sembravano dati con un oggetto duro, forse il batacchio del vecchio portone. E poi silenzio.

Il cervello mi riportò subito alla latta verde. Corsi in cucina, la presi dalle mensole. Era leggera, troppo leggera. La aprii. Sul fondo restavano cinque o sei grani di sale, appena un velo di polvere bianca, niente che potesse coprire una riga. Cominciai a piangere senza accorgermene.

E in quel momento, dal lato esterno della porta, arrivò una voce. Calma, pacata, familiare. La voce di mia nonna Assunta, uguale, con quella sua cantilena leggera.

«Non serve più il sale… adesso tocca a me entrare.»

Il sangue mi si gelò. Guardai mamma: era bianca come un lenzuolo. Sentimmo la maniglia che si abbassava. Piano. Decisa. Come se qualcuno stesse facendo scorrere il paletto dall’interno.

Corsi verso la porta, stringendo la latta vuota come se potesse fare da scudo. Mi ricordai della figura tra i cipressi, della notte di quando avevo undici anni. Della frase della nonna: «Non aprire mai, anche se riconosci la voce». Ma stavolta la voce l’aveva già usata. E la porta stava per aprirsi lo stesso.

Appoggiai la mano sul legno, sentendo il metallo della maniglia che si muoveva dall’altra parte. Avevo ancora quei granelli di sale in fondo alla latta. Con un gesto disperato li rovesciai sul pavimento davanti alla soglia, formando una striscia minuscola, ridicola, neanche lunga quanto una matita.

La maniglia smise di muoversi. La voce non parlò più. Per un attimo ci fu solo il vento che fischiava fuori.

Poi sentimmo un passo indietro sulla ghiaia. Solo uno. E poi più niente.

Rimanemmo immobili fino all’alba. La mattina, quando aprimmo la porta, sulla soglia non c’era più nulla. Solo il cerchio vuoto della latta che penzolava dalla mia mano.

Ma il sale che avevo buttato non c’era più. Non era stato spazzato via. Era sparito del tutto, come se lo avesse preso qualcuno. O qualcosa.

Quella sera andai al supermercato e comprai tre chili di sale grosso. Da allora, ogni notte, rifaccio la linea. E non apro più a nessuno dopo mezzanotte. Nemmeno se sento la voce di mia nonna. Soprattutto se sento quella voce.

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