Non mi sono mai tremate le mani. Mi hanno punto, tradito, puntato pistole addosso nei vicoli di Brera sotto la pioggia. Eppure, quando la ragazza dai polsini sporchi si allontanò nella sera umida di Milano con la borsa di tela stretta al petto, le mie dita strinsero il tessuto dei pantaloni come se cercassero qualcosa a cui aggrapparsi.
Le avevo mentito per ventisette minuti.
Ero entrato nella boutique di orologi di lusso in corso Como con una maglietta grigia stinta, pantaloni beige consumati e scarpe da ginnastica. Mi ero finto un cliente confuso, uno che non poteva permettersi nemmeno il vetro del bancone. La commessa con i capelli raccolti in uno chignon lento, Giulia, era stata l’unica a trattarmi come un essere umano.
Quando avevo detto di aver perso il portafoglio, si era inginocchiata sul marciapiede con me. Aveva infilato le mani sotto una Renault parcheggiata, si era spinta fino al tombino, ridendo per l’idea assurda che potesse essere finito nella fogna. La sua collega Sabrina, invece, ci aveva guardati dal bancone con l’espressione di chi annusa latte scaduto.
Tutto era cambiato nel momento in cui i miei uomini erano arrivati. Tre SUV neri, fari che bucavano la foschia serale, figure in completo scuro che si disponevano con calma letale. Il capo della scorta, Franco, mi aveva chiamato per nome.
La parola era caduta come un sasso nello stagno.
Giulia aveva ritirato la mano dal mio braccio, un movimento piccolo, quasi educato. Ma io l’avevo sentito come una porta che si chiudeva.
Adesso, mentre lei spariva dietro l’angolo di via della Moscova diretta alla stazione Garibaldi, io rimanevo sotto la tenda di una fioreria chiusa, con il profumo di rose ammuffite e la consapevolezza di aver usato una persona per bene come cavia.
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L’indomani mattina, l’ufficio privato della De Luca Holding in via Manzoni mi sembrò più freddo del solito. Vetrate a tutta parete, legno scuro, una macchina del caffè Jura che nessuno usava mai.
Enrico, il direttore della boutique, era un uomo lucidato sulla quarantina, capelli impomatati, abito su misura e l’aria di chi non ha mai sbagliato un inchino. Sabrina gli stava accanto in un cappotto color crema, trucco pesante nonostante gli occhi gonfi.
Li lasciai in silenzio per un minuto intero. Il silenzio, con me, faceva più paura di qualsiasi urlo.
«Volete spiegarmi perché la mia boutique tratta i clienti in base a quanto costano le loro scarpe?» chiesi.
Enrico sorrise, falso. «Abbiamo certi standard. La clientela di alto profilo si aspetta un certo trattamento.»
«E io mi aspettavo che sapeste riconoscere una persona per bene quando la vedete.»
Le riassegnai alla formazione clienti. Enrico lo sospesi in attesa di revisione. Ma non era abbastanza. Qualcosa mi diceva che la faccenda puzzava più di un semplice episodio di arroganza.
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Quel pomeriggio, mentre il cielo di Milano si copriva di nuvole basse, il mio assistente mi chiamò dall’interfono.
«Signor De Luca, c’è un bambino giù alla reception. Dice che sua sorella non sa che è qui.»
«Un bambino?»
«Sì. Ha una busta di plastica e l’aria di chi sta per farsela addosso ma non vuole darlo a vedere.»
«Portalo su. E di’ alla sicurezza di smetterla di sembrare dei gargoyle.»
Pochi minuti dopo, Tommaso Marini varcò la porta del mio ufficio con la schiena dritta. Dodici anni, occhi scuri serissimi, una giacca blu abbottonata fino al collo e uno zainetto Invicta che gli ballava sulle spalle.
Posò la busta di plastica sulla scrivania. «Mia sorella dice che ha trovato un portafoglio, ma forse aveva perso anche questo.»
Dentro c’era un orologio da taschino. Vetro crepato, cassa d’ottone scurita dal tempo.
Lo rigirai. Sul retro riconobbi un graffio a mezzaluna che mio padre mi aveva mostrato quand’ero bambino: «È il segno del tempo», diceva sempre. Il cuore mi diede uno strattone. Lo aprii. Dentro, una fotografia sbiadita quasi seppia. Un uomo sulla quarantina, spalle larghe, davanti a una chiesetta di campagna. In braccio teneva una neonata. Accanto a lui, una giovane donna dal sorriso timido che riconobbi subito dai vecchi ritratti di famiglia. Mia madre Lucia.
Sul coperchio interno, una frase incisa con una punta sottile: *Per il bambino che non deve ereditare i miei nemici.*
E sotto, le iniziali *M.D.L.*, le mie stesse iniziali, quelle di mio padre Marco.
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Chiamai Franco. «Voglio sapere tutto di Giulia Marini. Ogni dettaglio lecito. E voglio sapere chi ha messo quell’orologio nella sua roba.»
Nel giro di due ore, il puzzle prese forma.
Giulia aveva ventisei anni, viveva in un bilocale in zona Gorla con il fratello Tommaso. Pagava 850 euro al mese d’affitto. La madre adottiva era morta due anni prima dopo una lunga malattia. Il padre non risultava da nessuna parte. Manteneva la casa da sola con lo stipendio da commessa, turni doppi quando serviva, e non si era mai assentata se non per gli appuntamenti medici di Tommaso.
Tommaso aveva una cardiopatia congenita. Stabile, ma sotto controllo.
E poi c’era Enrico. Il caro direttore che avevo sospeso. Attraverso una società schermo, aveva comprato l’intero stabile dove Giulia viveva in affitto. Le aveva recapitato un avviso di aumento del canone a 1.190 euro, con scadenza a fine mese.
Lo stesso Enrico che, secondo i registri interni, era rimasto nel negozio dopo l’orario di chiusura la sera in cui l’orologio era comparso nel grembiule di Giulia.
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Convocai Enrico di nuovo nel mio ufficio quella sera stessa. Venne con la sicumera di chi crede di avere ancora un asso nella manica.
«Perché hai comprato il palazzo di Giulia?» chiesi senza preamboli.
Lui sbiancò. «È solo un investimento.»
«E l’aumento dell’affitto?»
«Lei… lei non c’entra niente. È un caso.»
«E l’orologio di mio padre, nascosto nel suo grembiule, proprio la notte in cui io ero in incognito nel tuo negozio e tu sapevi benissimo chi fossi?»
Enrico aprì bocca, poi la richiuse. La paura gli si allargò sulla faccia come una macchia d’olio.
«Non volevo farle del male. Dovevo solo… metterla in difficoltà. Qualcuno voleva che lei fosse visibile. Visibile a te.»
«Chi?»
Enrico deglutì. «Un uomo che si fa chiamare Rinaldi. Il nipote del vecchio Salvatore Rinaldi, quello che tuo padre ha rovinato anni fa. Mi ha pagato per comprare lo stabile, per far sì che tu la notassi. Diceva che era una pedina. La figlia di un nemico.»
Le vene mi si ghiacciarono.
La fotografia nell’orologio. Mia madre Lucia accanto a quell’uomo sconosciuto che teneva in braccio una neonata. Giulia.
La storia che mio padre non mi aveva mai raccontato si ricostruì da sola. Salvatore Rinaldi era stato distrutto quando io ero bambino. Suo figlio Alessandro era fuggito e, anni dopo, aveva avuto una bambina. Mia madre, forse per rimorso, aveva aiutato la piccola a sparire, affidandola a una famiglia pulita, lontana dal sangue. Mio padre aveva inciso quella frase sul suo orologio – il suo, con le sue iniziali, che erano anche le mie – e aveva messo la foto all’interno, perché un giorno io capissi di non dover cercare vendetta contro quella creatura innocente.
Ma adesso il nipote di Salvatore, Daniele Rinaldi, voleva usare Giulia come arma contro di me.
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Mentre collegavo gli ultimi pezzi, il telefono squillò. Numero sconosciuto.
«Signor De Luca, Giulia Marini è in pericolo. Stasera, nel suo appartamento. Se non arriva in tempo, la prenderanno.» La voce era maschile, calma, e sembrava quasi divertita. Riattaccai senza rispondere.
Guardai Franco. «Chiama la squadra. Si va in Gorla. Subito.»
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L’appartamento di Giulia era al terzo piano di una palazzina anni Sessanta con le ringhiere arrugginite e l’ascensore fuori servizio. Quando arrivai, la porta era socchiusa.
Dentro, un uomo in giacca di pelle teneva Giulia per un braccio. Tommaso era rannicchiato in un angolo del divano, il viso pallidissimo, le labbra violacee. Sul tavolino di formica, accanto a una pentola di minestra fredda, una pistola.
L’uomo sorrise quando mi vide. «Il grande Matteo De Luca. Lo sapevo che saresti venuto per la figlia del nemico.»
Giulia mi guardò. Nei suoi occhi c’era la stessa dignità di quella sera sul marciapiede, dietro la paura. Non gridò. Non implorò. Aspettò solo di capire se fossi lì per salvarli o per eliminare una minaccia.
«Lasciala andare,» dissi. La voce mi uscì piatta come una lama.
L’uomo spostò la pistola verso Tommaso. «Fermo. Un altro passo e il bambino saluta la compagnia. Così impari che non si salva la prole del nemico.»
Tommaso si strinse il petto con le dita, un gemito soffocato. Giulia cercò di divincolarsi, ma lui la trattenne.
«Suo padre è morto,» dissi, senza distogliere lo sguardo dalla pistola. «Lei non ha ereditato niente se non una vita pulita e la fatica di tenere in piedi una casa da sola. Se hai un conto in sospeso, prenditela con me.»
L’uomo rise, ma la mano che impugnava l’arma tremava leggermente. «Patetico. Vuoi fare l’eroe?»
In quel momento Tommaso ebbe un sussulto, gli occhi sbarrati, e si accartocciò sul divano boccheggiando. Giulia urlò il suo nome e si divincolò con tale forza che l’uomo perse per un attimo la presa. Io feci un passo avanti, ma lui riportò la pistola su di me.
Fu sufficiente. I miei uomini, silenziosi, entrarono dal balcone alle sue spalle. Franco gli fu addosso in un secondo, gli torse il polso e la pistola cadde a terra, un colpo partì verso il soffitto con un boato che fece tremare la stanza. Giulia si gettò su Tommaso, che rantolava, il viso cianotico. «La cardiopatia!» gridò. «Ha bisogno di aiuto!»
Mentre tenevano fermo l’uomo, chiamai il 118 e mi chinai accanto a lei. «Resterà con noi,» dissi. Non sapevo se fosse vero, ma lo dissi lo stesso.
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Tre giorni dopo, sedevamo a un tavolino del Caffè Napoli in via Brera. Tommaso, ancora pallido ma vivo, ci aveva raggiunti con un vassoio di paste, tutto orgoglioso di aver scelto da solo. Era stato dimesso quella mattina: una crisi controllata in tempo, grazie anche all’ambulanza arrivata in sette minuti.
Giulia aveva le maniche rimboccate, le mani intorno a una tazzina di espresso. Costava 1,20 euro, lo stesso caffè che le avevo offerto la prima volta davanti al bar dell’ospedale. Il sole del primo pomeriggio le accendeva riflessi ramati tra i capelli.
Lei alzò lo sguardo e lo posò sul quadrante del mio orologio, un Patek semplice ma elegante.
«Funziona bene?» chiese con una punta di ironia.
«Come un cuore appena riparato,» risposi.
Lei sorrise. Tommaso addentò una pasta, e io mi accorsi che il cameriere mi stava chiedendo se volevo un altro caffè. Alzai due dita. Due caffè ancora, per favore.
