Mi è arrivata la telefonata un martedì, alle due e dieci del pomeriggio. Me la ricordo bene perché stavo scrostando il fondo della pentola dove si era attaccato il sugo della domenica. Il vapore aveva appannato la finestra della cucina e attraverso il vetro si vedeva solo un alone giallo: il campanile di San Giusto, giù in fondo, sembrava una macchia.
Dall’altra parte c’era un’assistente sociale del tribunale dei minori di Bologna. Mi ha chiesto se ero Alida Santoro, nata a Ferrara il 14 marzo 1978, e se avevo una sorella di nome Silvia. Poi mi ha detto che Silvia era morta a novembre. Che aveva una figlia. Quattro anni, Emma. La bambina era in una casa-famiglia da quasi tre mesi e nessuno dei parenti si era fatto avanti. Io ero l’ultima della lista.
Non sapevo che Silvia avesse avuto una figlia. Io e mia sorella non ci parlavamo da dieci anni. Non per un litigio vero, per una di quelle distanze che si allargano da sole, come una crepa nel muro di casa vecchia.
Ho spento il fornello. Ho guardato la pentola. Il sugo bruciato si era incollato sul fondo come una crosta nera.
Poi ho richiamato.
Massimo era in garage a cambiare l’olio alla Panda. Gli ho detto così, senza girarci intorno: c’è una bambina, è a Bologna, è figlia di Silvia. Lui ha posato la chiave inglese sul cofano. È rimasto con le mani sporche di grasso, le braccia lungo i fianchi, e fissava la macchina come se non la vedesse.
— Alida, abbiamo un bilocale di sessantadue metri quadri. Tommaso ha cinque anni. Io faccio i turni in porto, tu la parrucchiera in nero.
— Lo so.
— Non so se ce la facciamo.
— Non ho detto che la prendiamo. Ho detto che esiste.
Lui si è pulito le mani con lo straccio, con calma, piegandolo due volte. Poi ha detto:
— Ci vado io con te, se vuoi.
Non ha chiesto altro. Conosco Massimo da quindici anni: quando ha paura, non parla, fa.
Il sabato ho preso il regionale per Bologna. Da sola. Ho detto a Massimo che andavo solo a vedere com’era la bambina. Lui mi ha accompagnato in stazione e mi ha messo in borsa una bottiglietta d’acqua e due biscotti secchi, come si fa con chi va a fare un esame.
Il tribunale dei minori è in una traversa di via Farini, con un portone grigio e l’ascensore che puzza di disinfettante al limone. L’assistente sociale mi ha fatta entrare in una stanza con le pareti color crema e una moquette con le macchie che non vanno via. Emma era seduta per terra, in un angolo. Aveva un maglione rosso con una toppa sul gomito e una piccola borsetta di tela blu che teneva in grembo. Non la apriva. La teneva e basta, con tutte e due le mani, come se dentro ci fosse qualcosa che non si poteva posare.
— Ciao Emma, io sono Alida. La sorella della tua mamma.
Lei ha alzato la testa. Aveva gli occhi di Silvia, identici, di quel marrone che vira al nero quando c’è poca luce.
— La mamma è andata via, — ha detto.
Non lo diceva a me. Lo diceva alla borsetta.
Io non sapevo cosa rispondere. Così sono rimasta lì, in piedi, con le chiavi della macchina che mi giravo tra le dita. Dopo un po’ Emma ha aperto la borsetta e ha tirato fuori una coda di cavallo finta, di quelle con l’elastico colorato. L’ha infilata al polso, sopra la manica del maglione. Non se l’è più tolta.
Sul treno del ritorno non ho pianto. Sono rimasta a guardare la pianura padana, i capannoni, i filari. Tra Modena e Reggio ho visto un uomo in bicicletta con un sacco di cipolle sul portapacchi. Non so perché mi è venuto in mente il giorno in cui Silvia, a undici anni, si è nascosta nel bagno della stazione di Ferrara perché aveva paura del temporale. Io non avevo paura, ma sono entrata lo stesso. Stare fuori da sole non serviva a niente.
La sera l’ho detto a Massimo senza prepararlo:
— Tiene una borsetta blu e dentro ha una coda di cavallo finta. Se la mette al polso e non la toglie.
— E tu?
— Io non ho pianto.
— Ti ho chiesto un’altra cosa.
Siamo stati zitti. In tv davano un documentario sulla laguna di Grado. Massimo teneva il telecomando in mano senza cambiare canale.
— Come la mettiamo con Tommaso? — ha chiesto.
— Faranno i turni per il letto a castello. Poi si vedrà.
— Io non so se sono pronto.
— Nemmeno io.
Ha spento la tv. Ha appoggiato il telecomando sul bracciolo, dalla parte dei numeri, come faceva sempre. Poi ha detto:
— Ma io e te siamo andati in chiesa nove anni fa. E tua sorella, che tu ci parlassi o no, era pur sempre tua sorella. Questa bambina ha il suo sangue. Non possiamo lasciarla lì.
Emma è arrivata da noi il giovedì pomeriggio. Un’operatrice l’ha accompagnata in auto da Bologna. Aveva un sacchetto di plastica con tre cambi, un piumino lilla e un coniglietto di peluche a cui mancava un orecchio. La borsetta blu era a tracolla, come una signora.
Tommaso l’ha vista sulla porta e ha detto:
— Io non divido i miei giochi.
Poi ha visto la coda di cavallo al polso. Si è avvicinato, ha stretto le mani ai lati dei pantaloni e ha aggiunto:
— Però può tenere il letto di sopra.
La prima notte non ho chiuso occhio. Alle tre e mezza sono entrata nella loro stanza. Tommaso si era addormentato nel letto di sotto, con una coperta sul viso. Emma stava nel letto di sopra, attaccata alla rete, con la borsetta blu stretta al petto. Respirava piano. Aveva la coda di cavallo ancora al polso.
Sono andata in cucina. Il neon del condominio faceva un ronzio intermittente, come una zanzara. Ho aperto il frigo. C’era la vaschetta del mascarpone che Massimo aveva comprato per il tiramisù di domenica. L’ho richiusa. Poi sono rimasta lì, con la fronte contro lo sportello, a contare le mandate del frigorifero. Quattordici. Mi sono addormentata sul divano con il piumino di Tommaso addosso.
Le settimane dopo non sono state facili. Emma mangiava solo cose bianche: pasta in bianco, pane, latte. Una sera ha buttato il sugo nel water. Un’altra volta ha strappato il disegno che Tommaso le aveva fatto, un gatto con le ruote, e si è chiusa in bagno. Io bussavo. Lei non rispondeva. Quando è uscita aveva la coda di cavallo spezzata in due pezzi, uno per mano. Non piangeva. Guardava il muro e stringeva i pezzi.
Il pomeriggio del venticinque aprile, Massimo ha montato il secondo letto nella stanza piccola. Ha tolto il mobiletto dei giocattoli e lo ha portato in corridoio. Ha bestemmiato due volte contro la parete, poi ha stretto forte il cacciavite e ha ricominciato. Io ero seduta sul pavimento con Emma e Tommaso. Emma teneva una vite nella mano e la osservava come se fosse una cosa viva.
Poi è successa la cosa che mi ha fatto capire che forse potevamo farcela. Tommaso ha preso il suo camion dei pompieri, quello rosso con la scala rotta, e l’ha messo davanti a Emma.
— Puoi giocarci tu, — ha detto. — Ma solo fino a dopo cena.
Emma ha toccato la scala con un dito. Non ha detto niente. Ma ha lasciato il camion accanto al suo cuscino.
A fine maggio ho ricevuto una seconda telefonata dall’assistente sociale. Mi ha detto che servivano chiarimenti su una pratica previdenziale: la pensione di reversibilità di Silvia. Mi ha chiesto se potevo passare in ufficio.
Io sono andata da sola. Ho preso il regionale delle undici e quaranta. Mi sono seduta vicino al finestrino e ho guardato fuori. A un certo punto è passato un uomo in bicicletta. Non aveva il sacco di cipolle, ma un cane che correva accanto.
In ufficio mi hanno fatto aspettare in una saletta con una macchinetta del caffè che prendeva solo monete. Ho bevuto un caffè. Poi un altro. Il secondo sapeva di bruciato.
Poi mi hanno detto. Emma non aveva più nessun parente diretto, a parte me. La pensione di reversibilità di Silvia, con la maggiorazione per la figlia minore, ammontava a ottocentoquaranta euro al mese. Soldi che potevano pagare un affitto più grande, un asilo migliore, una stanza in più.
Io ho fissato il modulo. Ho visto la cifra scritta in fondo, con la matita. Ottocentoquaranta. Mi tremavano le dita. Ho preso la penna dal tavolo e ho firmato. Non per i soldi. Perché in quel momento ho capito che Emma era ufficialmente mia. Non in teoria, non nei pensieri. Su carta.
Poi ho chiesto alla segretaria se c’era un modo per intestare la maggiore età di Tommaso e il piano di risparmio a entrambi i bambini. Lei mi ha guardata sopra gli occhiali e ha detto:
— Vuole aggiungere la bambina?
— Sì.
— Subito?
— Adesso.
Lei ha stampato un altro foglio. Io ho firmato anche quello. Ho chiamato Massimo dal cellulare, in corridoio.
— Ho firmato.
— Cosa?
— La domanda per Emma. L’assegno. E l’ho messa nel piano di risparmio di Tommaso. Cinquanta e cinquanta.
C’è stato silenzio. Poi lui ha detto, con una voce che non gli riconoscevo:
— Passa in pasticceria e prendi le zeppole. Emma le ha mangiate ieri al compleanno della nonna.
Sono uscita dal tribunale. Sotto i portici di via Farini c’era un venditore di fiori. Ho preso un mazzo di calle, le comprava sempre nostra madre. Le ho pagate dodici euro. Le ho tenute in mano per tutto il viaggio, senza nemmeno accorgermi che la manica del cappotto si bagnava.
Quando sono arrivata a casa, Emma e Tommaso erano in cortile con Massimo. Tommaso spingeva la bicicletta senza pedali. Emma lo guardava seduta sul gradino, con il camion dei pompieri in una mano e il pezzo di coda di cavallo nell’altra. Non sorrideva. Ma non era da sola.
Massimo mi è venuto incontro. Ha preso le zeppole, ha visto il mazzo di calle e ha alzato un sopracciglio.
— Le hai pagate?
— Dodici euro.
— Per dodici euro ti potevi prendere le rose, che almeno profumano.
Poi ha abbassato la voce, perché i bambini erano a due metri:
— È fatta?
— È fatta.
Abbiamo guardato i bambini. Tommaso ha lasciato la bici ed è corso da Emma. Le ha messo in testa il casco. Lei gliel’ha lasciato fare. Poi ha allungato la mano e gli ha dato il pezzo di coda di cavallo.
— Tienilo tu, — ha detto.
Tommaso l’ha infilato nella tasca dei pantaloni. Ha riso. E per la prima volta in quella casa, Emma ha risposto con un mezzo verso, un suono che non era un sì e non era una risata, ma ci somigliava.
La sera, quando li ho messi a letto, Massimo è rimasto sulla porta con le braccia conserte. Non diceva niente. Guardava il letto a castello, il camion rosso, la borsetta blu posata su una sedia.
Poi è andato in cucina. L’ho sentito aprire il frigo. Richiuderlo. Poi il rumore della carta delle zeppole.
— Massimo?
— Dormono?
— Sì.
— Alida.
— Dimmi.
— La tredicesima. La usiamo per la camera in più. La bambina non può stare per sempre in un letto a castello.
Non ho risposto. Sono rimasta a guardare la porta della stanza dei bambini. Dentro, Emma si era girata verso il muro. La borsetta blu era sullo schienale della sedia, aperta. Vuota.
Ho chiuso la porta piano. In cucina Massimo aveva lasciato due zeppole nel piatto. Una per me, una per lui. E sopra il foglio del piano di risparmio, accanto alla macchina del caffè, aveva appoggiato la sua tessera del bancomat.
Non l’aveva mica intagliata nel muro, la nuova stanza. Ma in quel gesto c’era tutto: la paura, il sì, la casa che diventava un’altra.
Emma ha dormito nel letto di sotto, quella notte. Tommaso si è arrampicato in alto da solo, come un gatto. Io li ho guardati dal corridoio. Poi sono entrata in bagno e ho lavato il viso con l’acqua fredda. Avevo i capelli pieni di pelucchi della moquette del tribunale.
La mattina dopo, a colazione, Tommaso ha messo il pezzo di coda di cavallo accanto alla tazza di Emma.
— Tieni, — ha detto. — Io la notte sudo.
Lei lo ha preso. Lo ha legato attorno alla maniglia del cassetto delle posate. Poi ha mangiato il pane.
E io ho firmato i moduli, ho messo la calle nell’acqua, ho aperto la finestra. Fuori c’era il sole. Il campanile di San Giusto era tornato giallo. E giù in cortile, un bambino con la bici senza pedali faceva avanti e indietro davanti a una bambina con il maglione rosso. Lei teneva la borsetta blu sotto il braccio, come un pacchetto che non si lascia cadere. Poi si è alzata. E insieme hanno spinto la bici, tutti e due, verso l’angolo dove finisce il cortile e comincia la strada.
Nessuno ha detto niente. Ma io ho sentito il rumore della porta che si chiudeva, leggero, con la molla che cedeva un po’. E ho pensato che forse, per stavolta, ce l’avevamo fatta. Non era merito. Era solo famiglia. E firmare, alla fine, era stato più facile che parlare.
La settimana dopo siamo andati tutti e quattro all’ufficio anagrafe del Comune. Emma doveva prendere la residenza. L’impiegata ci ha chiesto il certificato di nascita. Io ho aperto la cartellina e ho trovato il modulo con la cifra degli ottocentoquaranta euro. L’ho piegato e l’ho messo in fondo. Poi ho preso la mia carta d’identità e l’ho appoggiata sul bancone.
— Mia figlia, — ho detto.
Massimo mi ha guardata. Non ha corretto niente. L’impiegata ha timbrato.
Uscendo, Emma camminava davanti con il suo passettino lento. Tommaso le stava dietro, con il casco della bici ancora in testa. Massimo mi ha preso la mano. Aveva le dita ruvide, il segno del cacciavite sul pollice.
— Però, Alida… — ha cominciato.
— Lo so. Dobbiamo comprare il divano nuovo.
— Non è quello.
— Cosa?
— Oggi pomeriggio ho staccato prima. Ho visto una stanza da affittare in via della Gioia. Tre locali. Niente ascensore, ma c’è il terrazzo.
Non ho detto niente. Ho stretto la sua mano.
Emma si è voltata.
— Andiamo a casa? — ha chiesto.
— Sì, — ho detto. — Andiamo a casa.
E per la prima volta, quando l’ho detto, era vero.
