Quando Ornella aprì la porta, la prima cosa che notai fu il paio di pantofole di peluche nuove. Le mie, quelle col fondo di sughero, erano finite da un pezzo sul balcone, accanto alla gabbia per criceto che non avevamo mai ricomprato. Ornella stava nel corridoio in vestaglia, la stessa color vinaccia che indossava da un anno e undici mesi.
— Sei tu? Ho sentito suonare due volte. Ho la pressione alta, non posso correre.
— Non ho suonato due volte. C'è la chiave nella toppa.
— Ah. Me ne sono scordata. Succede. Entra, che stai lì impalata? Ho fatto il minestrone.
Fin qui, tutto come sempre.
Mi infilai oltre lei con i sacchetti della Conad. Nel corridoio c'era anche un secondo paio di pantofole, con i pompon. Le mie erano scomparse dalla vista. Ornella le aveva spostate in cantina, insieme alla mia giacca a vento e a due scatole di libri.
— Che hai preso? Fammi vedere.
— Niente di che.
— Fammi vedere, fammi vedere.
Lei era già sopra il sacchetto. Tirò fuori la vaschetta di orata fresca.
— Quanto l'hai pagata?
— Ventidue euro e quaranta.
— Per due filetti? Martina, scusa se te lo dico, ma questa è una pazzia. Io con ventidue euro ci mangio tre giorni. Lo sa Luca che fai così?
— Lo sa. È per cena. Per noi due.
— E io? A me non tocca niente?
Inspirai. Contai fino a dieci dentro di me. Poi appoggiai le chiavi sul mobiletto all'ingresso, senza dire altro.
Il nostro appartamento l'avevamo comprato a gennaio di due anni prima. Un bilocale in Bolognina, cinquantatré metri, quinto piano senza ascensore. Mutuo trentennale, rata da seicentodieci euro. Quella sera, quando firmammo dal notaio, uscii nel portico di via Santo Stefano e scoppiai a piangere. Non per tristezza: per sollievo. Luca mi strinse e rise.
— Dai, scema. Adesso tocca a noi.
E per tre mesi fu vero.
Comperavamo una cosa a settimana: prima il materasso, poi il tavolo, poi le tende. Luca montava i mobili dell'Ikea bestemmiando sottovoce. Io gli passavo le viti e ridevo. La sera ci sedevamo sul pavimento, bevevamo tè da due tazze diverse — una terza non esisteva — e progettavamo una vacanza in Sicilia per aprile.
Non ci andammo mai.
La telefonata arrivò il 9 marzo. Ornella disse che doveva rifare il bagno e la cucina, che i muratori le avevano consigliato di liberare la casa, che aveva i polmoni fragili. Poteva stare da noi un mese? Un mese e mezzo al massimo.
— Certo, mamma. Non se ne parla nemmeno.
Io sentii quella conversazione dalla cucina, mentre mangiavo un pezzo di focaccia. Luca mi guardò attraverso la porta. Feci un cenno con la mano: va bene. Un mese. È pur sempre una persona.
Ornella arrivò con due valigie e una borsa di tela a quadri, di quelle che si usavano al mercato di Piazza Grande negli anni novanta. Dentro c'erano tre pentole.
— Mamma, abbiamo già le pentole.
— Voi ne avete una. Io sono abituata alle mie. Questa qui ha il fondo grosso, il sugo viene diverso. Tu sei giovane, non puoi capire.
Non capivo. E dopo un po' smisi di provarci.
Un mese dopo, i muratori erano scomparsi. Due mesi dopo, la ripresa era da rinviare. Tre mesi dopo, servivano altri soldi per il contatore. Luca le diede duecentocinquanta euro, poi altri quattrocento. Io lo scoprii per caso, guardando l'app della banca sul suo telefono rimasto sul comodino. Non dissi niente. Mi girai verso il muro e contai le strisce della carta da parati.
D'un tratto, Ornella smise di parlare di ristrutturazione. Era novembre. Mise le sue decorazioni natalizie sopra il mobile della sala. Un presepe di ceramica, un angelo di vetro. Io avevo comprato una fila di lucine bianche, moderne. Lei le guardò e disse:
— Il bianco è da cimitero. Non lo sai?
Le lucine restarono nella scatola. La scatola finì nello sgabuzzino.
Il primo gennaio mi svegliai alle sette e mezzo. C'era il televisore acceso in salotto. Ornella guardava una replica di "Affari tuoi" e parlava da sola.
— Che imbecille. Ma come si fa a rifiutare ventimila euro?
— Luca. Luca, svegliati.
— Cosa c'è?
— Dobbiamo parlare.
— Adesso?
— Adesso.
Lui si mise seduto sul letto, si strofinò gli occhi. Dormivamo sul divano letto nella stanza unica. Ornella occupava la camera matrimoniale, quella col letto che avevamo scelto insieme al negozio di arredamento. Era lì da quasi due anni, noi invece a un metro e mezzo dai fornelli.
— Luca, non posso andare avanti così.
— Ma di cosa stai parlando?
— Di tutto. Tua madre. Quanto è che sta da noi?
— Boh… un anno e qualcosa.
— Un anno e undici mesi. Luca. Le ho detto l'altro giorno che volevo la colazione con le uova. Lei ha risposto che le uova le fanno venire il colesterolo. Io mi sono fatta il caffè. Lei ha spento la moka perché diceva che il caffè le fa male. Io non posso decidere nemmeno se bere un caffè a casa mia.
— Va be', ma per un caffè, ti fai tutti questi problemi?
— Non è per il caffè.
Lui stette zitto un po'. Poi si alzò, andò verso il salotto. Sentii il rumore dell'acqua che scorreva. E poi la voce di Ornella, che fingeva di essersi appena svegliata.
— Che succede, Luca? Ancora Martina che si lamenta di me?
— Mamma, dormi.
— Come faccio a dormire se in casa mia mi criticano?
"In casa mia."
Io contai i respiri. Uno, due, tre. Arrivai a quaranta. Poi mi alzai anch'io.
Al lavoro, la mia collega Cinzia mi osservò per tutto il pomeriggio. Alla fine si avvicinò alla mia scrivania.
— Martina, posso dirti una cosa? Hai la faccia di chi non dorme da un mese.
— Sto bene.
— Sì, come no. Tua suocera?
Alzai gli occhi. — Come lo sai?
— Si vede. Ti dico una cosa: io di suocere ne ho viste tante. Se le dai una mano, si prendono il braccio. Se le dai il braccio, si prendono tutto. E alla fine ti buttano fuori di casa tua. Non aspettare.
— Non è mio marito?
— No, è lui il problema. Ma non cambierà. Devi essere tu a decidere.
Chiusi il portatile. Uscii a prendere aria. Camminai sotto il portico di via Marconi per venti minuti, contando le vetrine.
La sera stessa, Ornella disse la frase.
Eravamo a cena, io avevo preparato la pasta al pesto già pronta per non sentire commenti sulla pasta al pomodoro. Ornella la assaggiò e disse:
— Insomma, te l'ho detto che il pesto non lo digerisco.
— Allora non lo mangiare.
— Ah, e io cosa mangio?
— Ci sono i grissini.
— Ecco. Trattata come una serva.
Poi, con la forchetta sospesa, cambiò argomento.
— Martina, tu e Luca quando fate un figlio? Avete già trentacinque anni, sai. Io alla tua età avevo già cresciuto due. Se aspettate troppo, poi non arriva.
— Ora non è il momento.
— E quando? Non vorrai mica restare sola come mia cugina. Lei ha aspettato e adesso piange. Io, comunque, quando arriverà il bambino, resto qui a darvi una mano. Ho esperienza.
Posai la forchetta. — Ornella, quando pensi di tornare a casa tua?
Lei posò il cucchiaio. — E perché dovrei? Là non c'è nessuno. Qui sto bene. E poi vi aiuto.
— Non ci hai ancora aiutato. Ti abbiamo ospitata per quasi due anni.
— Allora vuoi cacciarmi?
— Non ti sto cacciando. Ti sto chiedendo.
A quel punto Luca alzò la voce. — Martina, basta. È mia madre.
— E io sono tua moglie.
— Ma cosa c'entra? Non è nemmeno successo niente.
— È successo che io non posso più vivere così.
Ornella scoppiò a piangere. Un pianto rapido, di sola abitudine. Luca si alzò e andò ad abbracciarla. Io rimasi seduta. Poi mi alzai, andai in bagno, chiusi la porta, aprii l'acqua fredda e restai lì finché non sentii più le loro voci.
Il giorno dopo chiamai Sara, la mia amica di liceo che faceva la notaia.
— Sara, se una coppia compra casa con mutuo cointestato e poi divorzia, come si divide?
— A metà. Anche il debito se non c'è un accordo. Non avete firmato una separazione dei beni, vero?
— No.
— Allora metà. Perché mi chiedi questo?
— Curiosità.
Sara non ci credette nemmeno un secondo. Mi disse di chiamarla se serviva, che il suo studio era aperto anche il sabato. La ringraziai e riattaccai.
Quella sera tirai fuori dall'armadio la vecchia borsa da palestra. La guardai a lungo. Poi la rimisi dentro. Non ero ancora pronta. Ma sapevo già come sarebbe finita.
La rottura definitiva avvenne una settimana dopo. Il motivo fu un asciugamano.
Il mio asciugamano preferito, grande, di spugna gialla. Me l'aveva regalato Luca per il mio compleanno. Era appeso al gancio in bagno. Tornai dal lavoro, entrai per fare la doccia e lo trovai sporco. C'era una sbavatura di fondotinta. Ornella usava il fondotinta color miele.
— Ornella, hai usato il mio asciugamano giallo?
— Sì, e allora? Dovevo asciugarmi.
— Hai il tuo. Verde.
— Era bagnato. Ho preso il tuo. E comunque, non sei mica un'estranea.
— No, Ornella. Sei tu l'estranea.
Lei spalancò la bocca. Poi la richiuse.
— Cosa hai detto?
— Ho detto che tu per me sei un'estranea. Non ti conosco da una vita. Ti conosco da sei anni. Non sei mia madre. Non ti devo amare. Ti devo portare rispetto e lo faccio. Ma il mio asciugamano non lo userai più.
— Luca! Luca!
Luca uscì dalla camera in canottiera. Aveva appena finito di montare una mensola.
— Che succede?
— Tua moglie mi ha dato dell'estranea. Per un asciugamano. Hai sentito?
Luca mi guardò. Poi guardò l'asciugamano, la macchia marrone.
— Martina, ma dai… è solo un asciugamano. Lo laviamo.
— Non è solo un asciugamano.
— È una sciocchezza. Sei stanca, vai a riposare.
— Luca. O se ne va lei, o me ne vado io.
Nella stanza nessuno parlò per un po'. Ornella trattenne un singhiozzo. Luca si passò una mano tra i capelli.
— Martina, ma che dici?
— Quello che senti. O lei se ne va entro la fine del mese — il suo appartamento non è pronto? Pazienza. Vada da un'amica. O me ne vado io. Scegli.
Lui rimase zitto. Ornella disse a voce bassa da dietro le sue spalle:
— Luca, io da sola non ce la faccio. Ho la pressione alta. Non sopravviverei.
Luca guardò me, poi sua madre. Alla fine disse:
— Martina, è mia madre. Non capisci? È mia madre.
— Ho capito.
Appesi l'asciugamano al gancio. Andai in camera. Tirai fuori la borsa da palestra. Cominciai a metterci i vestiti: due paia di jeans, tre magliette, un maglione, la biancheria, il caricabatterie, il beauty. Presi anche lo spazzolino dal bagno. Ornella mi seguì nel corridoio.
— Dove vai a quest'ora? Parliamone domattina.
— Arrivederci, Ornella.
— Sei ridicola. Luca, fermala.
Luca stava sulla porta della camera. Non si mosse. Infilai le scarpe da ginnastica, presi la borsa, aprii la porta. Fu lì che Ornella pronunciò la frase. Quella che non ho più dimenticato.
— Meglio così, se te ne vai. La casa resta a mio figlio. L'ho sempre saputo che tu eri di passaggio.
Mi voltai.
— Ornella, la casa è cointestata. In comunione legale. Metà è mia. Sei una persona che non conosce la legge.
— Vedrai, vedrai.
Chiusi la porta dietro di me. Sul ballatoio mi appoggiai al muro. Non piansi. Restai lì cinque minuti, contando le mattonelle del pavimento. Poi presi il telefono e chiamai Sara.
— Sara, sono io. Posso venire da te domani?
— Certo. Che è successo?
— Niente che una firma non sistemi.
Trovai una stanza in subaffitto in via del Pratello. Quattrocento euro al mese, sedici metri quadrati, una finestra che dava sul cortile. I coinquilini erano una signora anziana di nome Ginevra, ex professoressa di lettere, e un autista di autobus che faceva il turno notturno. Ginevra ascoltava Radio 3 a basso volume, la sera mi portava un brodo caldo.
— Non so come ringraziarla, Ginevra.
— Non serve. Io non ho nessuno, e mi piace sentire che in casa c'è ancora qualcuno che respira.
La prima notte non chiusi occhio. Guardavo il soffitto con le macchie dell'umidità. Il rubinetto della cucina perdeva. Ginevra russava piano nella stanza accanto. Mi alzai, accesi il telefono, misi una canzone che Ornella chiamava "rumore da balera". Poi piansi, finalmente.
Una settimana dopo chiamò Luca.
— Martina, dobbiamo vederci.
— Per cosa?
— Le tue cose. E poi… dobbiamo parlare.
— Non ho voglia.
— Martina, mamma è tornata a casa sua.
Non dissi niente per un po'.
— Mi senti? È tornata a casa sua. Ha detto che se te ne sei andata tu, lei non aveva più motivo di stare qui. Ha fatto le valigie ed è partita. Possiamo vederci.
— Luca.
— Dimmi.
— Lei è tornata a casa sua perché io me ne sono andata?
— Be'… in un certo senso sì.
— Quindi finché io restavo, lei stava da noi. E quando io me ne sono andata, lei è sparita. Ti rendi conto di quello che mi hai appena detto?
— Io non intendevo questo.
— Luca, hai scelto. Hai scelto quella sera in corridoio. Ora vivi con la tua scelta.
— Ho sbagliato. Torna a casa.
— No.
— Non mi ami più?
Ecco. Il colpo. Perché lo amavo ancora. E lui lo sapeva. E usava proprio quello.
— Luca, ti amo. Ma non tornerò. Perché la prossima volta non sarà tua madre. La prossima volta sarà qualcos'altro. Tu non mi hai protetta. E non mi proteggerai mai. L'ho capito.
— Martina…
— Basta, Luca. Le pratiche le faccio io. Tu firma e non fare storie.
Chiusi la chiamata. Spensi il telefono. Per tutto il pomeriggio non lo riaccesi.
Il divorzio durò quattro mesi. Niente figli, niente pretese da una parte o dall'altra. L'appartamento fu messo in vendita. Con la vendita estinguemmo il mutuo. Il resto lo dividemmo a metà. A me arrivò un bonifico di novantaseimilaquattrocentodiciotto euro. A Luca la stessa cifra.
Sara mi propose di andare a vivere da lei. Rifiutai. Restai nella mia stanza, con Ginevra e l'autista.
Passò un anno. Camminavo per la mia stanza, era un sabato di metà maggio. Sul letto c'era una busta della banca. Risposta di mutuo approvata: un bilocale in periferia, quarantotto metri, piano terra, ottantottomila euro. Rata duecentonovanta euro al mese per venticinque anni. Con i soldi della vendita avrei coperto più della metà.
Appoggiai la busta sul tavolo. Presi la penna. Nella casella "accettazione del contratto" tracciai una X. Firmai. Scrissi la data. Inserii il foglio in una cartellina di cartone azzurra. Poi presi la vecchia borsa da palestra, quella con cui ero andata via. Dentro c'era ancora il biglietto del tram di quel giorno, scaduto.
Andai in cucina. Riempii il bollitore e lo accesi. Dal frigorifero presi una vaschetta di lasagne del giorno prima. Me ne tagliai una fetta. La misi nel piatto. Riscaldata. Mi sedetti al tavolo. Presi la forchetta.
Il telefono vibrò. Era Luca. Lo lasciai suonare. Poi risposi.
— Martina, ciao. Scusa se ti chiamo. Mamma mi ha chiesto di pagarle la nuova caldaia. Io non ho più un euro. E si lamenta che il pavimento fa schifo. Come facevi a vivere con lei?
— Io non ci vivevo. Me ne sono andata.
— Lo so. Hai ragione. Ma ora che faccio?
— Chiama Sara. Te lo do il numero. Lei ti spiega come funziona la comunione dei beni, l'assistenza ai genitori, tutto.
— Non puoi parlare tu con lei? Con te si fida.
— Luca. Non è più un mio problema. Firma i documenti che ti ho mandato. E per il resto, arrangiati.
— Martina, io…
— Ciao.
Chiusi. Posai il telefono sul tavolo, a faccia in giù. Riaprii la cartellina azzurra, controllai che la firma ci fosse. C'era.
Andai in bagno. Appesi il mio asciugamano giallo al gancio, quello che avevo ripreso quando ero andata a ritirare le mie cose. Lo stesi con cura. Tornai in cucina. Il bollitore fischiò. Spensi il gas, versai l'acqua nella tazza. Mi sedetti di nuovo. Presi la forchetta. Il primo boccone di lasagna sapeva di pomodoro e basilico. Nient'altro.
