La serratura nuova

Mia figlia Paola ha lasciato il figlio in braccio a mio marito e se n'è andata senza nemmeno voltarsi. L'ha fatto con una naturalezza che mi ha fatto sedere. Erano le sette e mezza di un lunedì di gennaio, in cucina si sentiva ancora l'odore del caffè e fuori c'era la nebbia bassa di Parma, quella che d'inverno si infila sotto i portici e ti gela le caviglie.

Io mi chiamo Clara, ho 68 anni e per quarantadue ho insegnato italiano alle medie. Sono andata in pensione a settembre con l'idea di coltivare le mie rose, andare al mercato il martedì e finalmente rileggere quei libri che per anni ho solo spostato dalla libreria al comodino e ritorno. Mio marito Rocco — ex ferroviere, mani grosse, poche parole — aveva progettato un viaggio alle Cinque Terre per la primavera. Lo ripeteva ogni sera, come una promessa.

Poi sono iniziate le telefonate.

"Mamma, un'ora sola, devo fare una visita." — Paola.

"Appena stacco vengo a prenderli, te lo giuro." — Stefano, mio figlio, che lavora in una ditta di trasporti.

Un'ora diventava l'intera giornata. Il martedì si spostava al giovedì, poi al sabato. Non chiedevano più, annunciavano. L'ultimo messaggio di Stefano diceva: "Stasera li lascio da te, mangiano pasta al pomodoro". Nemmeno un punto interrogativo.

Ho due nipoti: Gioele, sei anni, e Arianna, otto. Gli voglio bene, non è questo. Ma il mio corpo non regge il loro passo: mi tremano le ginocchia quando devo piegarmi per allacciargli le scarpe, e una volta sono rimasta inginocchiata sul pavimento per quasi un minuto prima di riuscire a rialzarmi. Rocco ha la sciatica e non può sollevare pesi. I bambini lo capiscono meglio dei loro genitori: un pomeriggio Gioele ha preso una coperta dal divano e l'ha stesa su suo nonno, che si era assopito in poltrona. Nessuno mi aveva insegnato a spiegargli che sono gli adulti, a volte, a non capire.

Il primo segnale serio è stato un martedì di ottobre. Avevo una visita cardiologica prenotata da tre mesi, me l'aveva fissata il medico di base dopo una pressione alta preoccupante. Gliel'avevo detto a entrambi, per iscritto e a voce. Eppure alle otto meno dieci Stefano ha suonato. Gioele aveva la febbre, la moglie era già al lavoro e lui non poteva assentarsi perché c'erano "delle consegne da finire entro mezzogiorno".

"Portamelo in ambulatorio? È veloce, guardalo tu come stai."

Io sono uscita di casa con Gioele in braccio, il termometro in borsa e la cardiologia che saltava. In sala d'attesa c'erano dieci persone e un odore di alcol che mi stringeva lo stomaco. Gioele piangeva, io sudavo dentro il piumino. Non sono nemmeno entrata. Ho restituito al medico la ricetta e sono tornata a casa. Non ho detto niente a Rocco perché sapevo che avrebbe iniziato a strillare con mio figlio — e non volevo che i bambini vedessero il nonno in quello stato.

La cosa che mi ha rotta, però, non è stata un litigio. È stata la cucina.

Da quando i piccoli passavano le giornate da noi, Rocco aveva smesso di tagliare il pane nel modo suo. Non lo so spiegare, è una sciocchezza. Lui prendeva la pagnotta, la girava dal lato della crosta e faceva fette spesse due dita. Adesso chiedeva: "Quante fette servono? Vengono i bambini?" e ne tagliava quattro, sottili, per loro. Poi sparecchiava in due minuti, come se non ci fosse tempo per sedersi. Una sera l'ho guardato: aveva appoggiato il coltello accanto al lavandino con la lama ancora rivolta verso l'alto. Mai, in trentotto anni di matrimonio, l'avevo visto lasciare il coltello in quel modo. L'ho girato io, con due dita, senza dire nulla. Quella sera ho capito che stavamo sparendo.

Il fine settimana successivo, Paola e Stefano hanno annunciato che sarebbero venuti a prendere i bambini alle sei. Io avevo avuto mal di schiena tutta la settimana, non riuscivo nemmeno a piegarmi per rifare i letti. Alle sei ho preparato le borse, l'acqua, le giacche. Alle sette nessuno. Alle otto ho chiamato: telefono spento. Alle dieci e mezza i bambini dormivano sul divano, uno per parte, con la faccia sudata. Alle due di notte è arrivata Paola, da sola, con il cappotto storto e l'aria di chi ha ballato troppo. Non ha nemmeno sussurrato scusa. Ha preso Arianna, l'ha caricata in macchina e mi ha detto: "Mamma, non fare quella faccia, ogni tanto ci vuole una serata".

Sentivo l'odore di vino a distanza. Ho chiuso la porta. Ho spento la luce della cucina. Mi sono seduta al buio e ho contato i respiri, come mi aveva insegnato la mia vecchia amica Elena, quella che di mestiere fa l'infermiera.

Il giorno dopo Rocco mi ha detto una cosa che non gli avevo mai sentito dire. Ha alzato gli occhi dal giornale e ha detto: "Clara, se lo facciamo ancora per un anno, mi scoppia il cuore. E non voglio morire per fare da baby-sitter".

Non ho risposto. Ho aperto il cassetto delle posate.

Il lunedì mattina, mentre Paola suonava alla porta con Gioele che urlava e il seggiolino in mano, io ero già nell'autobus per il centro. Non uno di quelli nuovi: la linea 3, quella che passa davanti alla stazione e che puzza di gasolio. Avevo con me una busta di tela, dentro la cartella delle analisi vecchie, il contratto della casa al mare — quella che avevamo comprato a Cedole, in Liguria, quando i figli erano piccoli — e una fotocopia del rogito.

Sono andata da un notaio in borgo Felino. Il palazzo era di quelli con le persiane verdi e la targhetta in ottone: Dott. Marchetti. Ho chiesto quanti soldi avevamo su quel conto postale. La signora dietro lo sportello mi ha guardata come si guarda una donna che fa una domanda strana un lunedì mattina. "Si sente bene?" ha chiesto. "Benissimo," ho detto. E ho scoperto che negli ultimi tre anni avevamo speso più di quattromila euro in pannolini, merende e riparazioni di giocattoli. Quattromila.

Non ho pagato niente. Ho preso i moduli.

La settimana dopo, quando mio figlio è venuto a suonare — questa volta di domenica, con i bambini e la nuora — ho aperto la porta. Indossavo il cappotto, perché ero in procinto di uscire. Non li ho fatti accomodare.

"Da oggi i bambini li tenete voi," ho detto. "Io e vostro padre abbiamo fatto il nostro turno. Per i prossimi due anni, ogni mese vi mando cento euro per i libri e le magliette del calcio. Li trasferisco il primo del mese. Non una parola di più."

Stefano ha alzato le mani, rideva, pensava fosse uno scherzo. Paola ha cambiato la faccia. "Ma come, mamma? Non puoi piantarci così."

"Non vi pianto. Vi restituisco il ruolo." Ho tirato fuori dalla busta di tela un foglio con l'intestazione del notaio. "Questa è la modifica del conto. Da oggi non siamo più intestatari."

Non urlo mai. Mi trema la voce, ma non urlo. Sono andata alla porta, ho infilato le chiavi nella serratura e le ho fatte girare. Una volta, due.

Poi sono scesa. Ho preso il tram per il quartiere Lubiana, dove abita mia sorella. Non le parlavo da tre anni per una sciocchezza — una questione di un tavolo che non le avevo voluto prestare. Era rimasta lì, tra noi, come una moneta caduta dietro il divano. Ho bussato.

Quando ha aperto, ci siamo guardate. Non ha fatto domande. Mi ha preparato un tè con il miele di arancio, quello che teniamo solo per le occasioni. Abbiamo parlato fino a tardi. Le ho detto: "Ho paura che i bambini mi manchino come l'aria, ma se non lo faccio adesso non mi alzo più dal pavimento della cucina".

Lei ha allungato il braccio e ha preso la mia mano. Non ha detto niente. Era un gesto che riconoscevo: la stessa mano che da bambine mi tirava su quando cadevo dalla bicicletta in via delle Poste.

Una settimana dopo, Stefano è passato. Aveva la faccia stanca, di chi ha dormito poco. Ha suonato due volte. Io ero in casa, seduta al tavolo della cucina, con un libro aperto alla pagina quarantasette — non ricordo quale, forse un romanzo di Morazzoni. Non ho aperto.

Ha urlato attraverso la porta: "Mamma, dobbiamo parlare. Solo due giorni a settimana, sul serio."

Non ho risposto. Ho girato la tazza e ho finito il tè.

Il giorno dopo ho cambiato la serratura. Ho chiamato un fabbro di via Saragozza, un ragazzo giovane con i pantaloni da lavoro pieni di polvere. Mi ha chiesto se volevo lasciare una copia a qualcuno.

"No," ho detto. "Solo due chiavi. Una per me, una per mio marito."

Il primo del mese ho fatto il bonifico. Cento euro a testa, con la causale: "Per i piccoli". La banca mi ha chiesto conferma due volte, come se non fosse possibile che una pensionata trasferisse dei soldi ai nipoti senza esserne obbligata.

Poi sono andata al mercato di piazza Ghiaia. Ho comprato un mazzo di rose bianche, quelle con il gambo lungo e le spine grosse. Il fioraio, un uomo anziano che tiene il banco da più di vent'anni, mi ha detto: "Signora Clara, oggi ha una faccia diversa".

"Ho dormito otto ore," ho detto.

Ho camminato fino a casa con le rose in una mano e i moduli del notaio nell'altra. La nebbia si era alzata. Si vedeva il campanile di Santa Croce. In cucina Rocco aveva tagliato il pane nel suo modo, quello con le fette spesse due dita. Il coltello era appoggiato sul tagliere, con la lama che guardava il muro.

Non ho acceso la televisione. Ho messo le rose in un vaso. Ho sentito il campanello suonare dall'altra parte della porta, due volte, tre. Poi i passi di mio figlio sulle scale. Poi il silenzio.

Ho aperto il libro. Ripartivo da pagina quarantasette.

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