La donna che si è presentata al mio sportello il ventisei agosto aveva quattro scatoloni legati con lo spago da imballaggio e un telefono che vibrava senza sosta nella tasca del giubbotto. Io lavoro alla filiale BRT di Padova, zona stazione, da quattordici anni. Di gente che spedisce scatoloni ne vedo tutti i giorni. Ma questa signora non era come le altre.
Ha appoggiato il modulo sul banco e ha firmato in due punti senza nemmeno rileggere. Nora Bellandi, destinazione Trieste. Quattro colli, tariffa ordinaria, consegna prevista in undici giorni lavorativi.
— Va bene così? — le ho chiesto.
— Va bene, — ha detto lei.
Il telefono nella tasca ha ripreso a vibrare. Terza volta in un minuto. Lei non l'ha nemmeno guardato. Sul display, quando l'ha appoggiato per cercare il portafoglio, ho visto sedici chiamate perse. Sedici. E un nome solo: Elisa.
Fuori dal vetro dello sportello l'asfalto di via Tommaseo tremava per il caldo. Agosto a Padova è una bestia: l'aria sa di polvere e di asfalto fuso, le saracinesche abbassate, i turisti spariti. Lei indossava una camicia di lino chiara, aveva i capelli raccolti con una molletta di plastica nera, e sotto gli occhi due segni scuri che non erano trucco.
Ho ritirato i contanti, le ho dato la ricevuta. Lei l'ha piegata in due e l'ha infilata nella tasca dei pantaloni.
— Si trasferisce? — ho azzardato, tanto per dire qualcosa mentre il mio collega caricava gli scatoloni sul nastro.
— Sì. In un posto dove non mi conosce nessuno.
Ecco. Questa frase me la sono portata dietro per tutto il pomeriggio. Una donna sulla cinquantina, curata ma stanca, che spedisce quattro scatoloni a Trieste e dice con una calma che sembra quasi allegria: *dove non mi conosce nessuno*. Non è una cosa che si sente tutti i giorni, mi creda.
La storia completa l'ho saputa dopo. A pezzi. Perché Nora Bellandi è tornata altre due volte in filiale, per questioni legate alla spedizione — una volta per un indirizzo sbagliato, una volta per l'assicurazione sul contenuto. E ogni volta si fermava al banco un minuto di più, e io le offrivo un caffè dalla macchinetta, e lei parlava. Non si lamentava. Raccontava i fatti come si elencano le voci di una fattura: con ordine, con precisione, quasi con distacco.
Nora faceva la contabile. Lavorava da casa, in smart working, per quattro aziende del Nordest. Quattro fatture da seguire, quattro dichiarazioni da presentare, quattro scadenze da rispettare. Sua sorella Elisa, di sette anni più grande, viveva a Padova con due figli: Diego, undici anni, e la piccola Mia, sei.
La prima volta che Elisa l'ha chiamata per dirle *mi serve una mano, solo un paio d'ore*, Nora ha chiuso il portatile e si è infilata le scarpe. Era marzo. Fuori pioveva, la pioggia sottile di fine inverno che entra nelle ossa.
— Elà, che succede?
— Nora, ti prego. Ho il colloquio con la responsabile di zona, non posso proprio portarmi dietro Mia. Diego torna da scuola alle due, basta che gli scaldi la pasta. Sono via tre ore, massimo quattro.
Nora è arrivata a casa della sorella in Borgo Altinate, un appartamento al terzo piano con l'ascensore rotto da mesi. Mia era seduta sul divano con un cartone animato a tutto volume, Diego non era ancora rientrato. Sul tavolo della cucina c'era un pacco di pasta già aperto e una pentola sporca nel lavello.
Elisa è uscita alle undici. È tornata alle diciannove e trenta.
— C'era traffico, — ha detto, togliendosi le scarpe sulla soglia. — Poi ho incontrato una collega, mi sono fermata a prendere un caffè. Tutto bene?
Nora l'ha guardata. Aveva ancora addosso il cappotto. Sulla tavola c'erano i piatti del pranzo e della merenda, il disegno di Mia sparso in mille pezzi di carta, il quaderno di Diego ancora da firmare.
— Mi avevi detto tre ore.
— Norella, non fare la fiscale. Sono tua sorella, no? Mica un'estranea.
Questo è il punto. Quel *mica un'estranea*.
Nora mi ha detto che per tutta la primavera è andata avanti così. Elisa chiamava alle sette del mattino: *mi serve che vai a prendere Mia all'asilo, ho il turno lungo*. O alle dieci di sera: *domani puoi tenermi i bambini? Ho una visita*. I turni di Elisa si allungavano, si spostavano, si cancellavano. Un mese, due mesi. Nora faceva gli straordinari.
Ma la cosa che le ha fatto più male, mi ha detto, non erano le ore rubate. Era la certezza con cui sua sorella e sua madre le chiedevano tutto. Come se il tempo di Nora non fosse mai occupato da niente di importante. Come se *lavorare da casa* volesse dire non lavorare affatto.
Sua madre si chiama Iole. Nora me l'ha descritta come una donna che non chiede mai *se puoi*, ma *entro quando arrivi*.
Il giorno della festa di compleanno di Iole, a giugno, Nora aveva portato una crostata dal forno dietro casa. Erano tutti in terrazza: Iole, la zia, una vicina di pianerottolo. Elisa ha alzato il calice e ha detto con la voce allegra di chi annuncia una bella notizia:
— E poi Nora quest'estate tiene i bambini! Così io e Mattia partiamo per le vacanze. Li hai già visti i voli?
Tutti si sono girati verso Nora. Sua madre ha sorriso, la zia ha applaudito, la vicina ha detto *che tesoro che sei*.
Nora ha appoggiato il bicchiere.
— Non ho mai detto questo.
— Sì che l'hai detto. Alla recita di Mia, ti ricordi? Tu hai detto che i bambini ti mancano e che…
— Ho detto che i bambini mi mancano. Non che li tengo per due settimane.
La madre ha stretto la presa sul bordo del tavolo. Non ha alzato la voce. Ha detto solo:
— Nora. Non davanti alla gente.
Ecco, questo *non davanti alla gente*. Come se il problema non fosse la bugia, ma dove la si dice.
Poi c'è stata la scoperta. La vera rottura.
A fine luglio Elisa ha chiamato all'alba: *Nora, Mia ha la febbre, io non posso saltare il turno, mi mandano via se non mi presento, ti prego vieni subito*. Nora ha annullato una videochiamata con un cliente di Verona, ha preso la bici e ha pedalato fino a casa della sorella sotto il sole delle otto del mattino.
Ha aperto con la sua copia delle chiavi.
Mia non aveva la febbre. Mia era seduta sul pavimento del soggiorno che coloravaqualcosa con i pennarelli. Nora si è avvicinata, si è chinata. La bambina stava scarabocchiando sopra un badge di plastica. Il badge di Elisa. Quello del supermercato.
— Mia, tesoro, che fai?
— Mamma ha detto che non le serve più.
Il badge era rotto. Nella foto, Elisa sorrideva con la divisa blu e il logo del supermercato. Sopra il nome c'erano tracciati i segni rossi e sbavati della bambina.
Nora mi ha raccontato questo dettaglio con una precisione che mi ha fatto venire i brividi. Il badge. La plastica graffiata. I pennarelli Spar sulla moquette.
Diego è uscito dalla camera. Undici anni, magro, i capelli che gli cadevano sugli occhi. Ha guardato Nora e ha capito subito.
— La mamma non lavora più al supermercato, — ha detto. — È da marzo che non ci va.
Nora si è appoggiata allo stipite.
— E il turno? La febbre? Le corse?
— La mamma esce con Mattia. Vanno in giro. Dicono che cercano una casa insieme.
Mattia. Il nuovo fidanzato. Quello che Nora non aveva mai incontrato. Quello che, a quanto pare, valeva più di qualsiasi turno, di qualsiasi febbre, di qualsiasi verità.
Il giorno dopo Nora ha chiamato la madre.
— Mamma, Elisa non lavora da marzo.
Silenzio. Poi:
— Lo so.
Nora mi ha raccontato anche questo. Il modo in cui sua madre l'ha saputo e non l'ha detto. Il modo in cui ha aggiunto: *Ha trentotto anni, è sola con due figli, ha trovato un uomo. Non può mica rovinare tutto per una corsa al supermercato. Tu sei senza famiglia, puoi capirla*.
Senza famiglia.
Come se non avessi un lavoro. Come se non avessi bollette, scadenze, clienti, un affitto da pagare. Come se il tuo tempo non valesse.
Il quattro agosto Nora ha ricevuto l'ennesima telefonata di Elisa.
— Senti, io e Mattia abbiamo trovato una casa a Rimini. Andiamo a vederla. Dodici giorni. Ti porto i bambini sabato mattina.
Nora mi ha detto che ha guardato il calendario appeso al frigo. Aveva già segnato con il pennarello rosso le scadenze di agosto: la dichiarazione per la ditta di Treviso, il 730 per un privato, la chiusura di un bilancio. Dodici giorni. Dodici giorni di bambini in casa, di richieste, di tempo eroso.
— No, — ha detto.
— Come no?
— Non posso. Non voglio.
— Ma io ho già comprato i biglietti del treno! Cosa dico a Mattia?
— Dì che hai due figli.
Elisa era furiosa. Poi ha cambiato tattica. Ha mandato messaggi dolci, messaggi duri, vocali con Mia che diceva *tetta Nora, non ci vuoi bene?*. Ha mandato la madre a parlare con lei. E la madre si è presentata al citofono alle nove di sera con una borsa di pannolini e un pacchetto di merendine, come se bastasse.
Nora non ha aperto.
— Cosa faccio? — mi ha detto quella volta al banco, con la ricevuta della spedizione stropicciata in mano. — Ho passato quarantatré anni a dire sì. Il quarantaquattresimo non lo regalo più.
Il ventisei agosto Nora Bellandi ha spedito quattro scatoloni a Trieste. Non l'ha detto alla madre. Non l'ha detto alla sorella. Ha chiuso il portatile, ha preparato una borsa, ha appoggiato il badge guasto di Elisa sul ripiano della cucina insieme alla sua copia delle chiavi, ed è uscita.
L'ho aiutata a portare gli scatoloni alla macchina. Abbiamo attraversato il piazzale dell'agenzia, il sole ci picchiava sulle teste. Lei si è fermata un attimo davanti all'auto, una Panda grigia con il sedile posteriore pieno di sacchetti.
— Ha figli? — mi ha chiesto.
— Due. Una femmina e un maschio. Grandi, ormai.
— Allora lo sa. C'è un modo con cui ti dicono *ti voglio bene* che in realtà significa *stai zitta e aiutami*. Io l'ho capito solo adesso.
Il casco della moto di un corriere è caduto per terra, il tonfo ci ha fatto sobbalzare. Lei ha guardato l'orologio sul braccio, un orologio da uomo con il cinturino consumato.
— Devo andare.
— Il treno per Trieste è alle quindici e trentacinque, — ho detto io. Non so perché l'ho detto. Forse per esserle utile. Forse perché volevo che restasse, che finisse di raccontare.
— Lo so. L'ho guardato venti volte stamattina.
È salita in macchina. Ha acceso il motore. Poi ha abbassato il finestrino.
— Sa cosa mi ha chiesto mia sorella, quando le ho detto di no? *E i bambini? Che ne facciamo?* Non *perché non puoi*, non *come stai*. *Che ne facciamo*. Come se fossero un problema di parcheggio.
E se n'è andata. La Panda grigia ha svoltato a sinistra e si è infilata nel traffico di via Corso del Popolo. Sono rientrato in agenzia. Il ventilatore a piantana girava senza muovere aria. La mia collega Luana stava battendo una lettera di vettura, il rumore dei tasti si mischiava al ronzio.
Due settimane dopo, una donna sui sessant'anni è entrata in agenzia. Capelli corti tinti di rosso, una borsa di vernice nera. Ha chiesto di Nora Bellandi.
— Cerco mia figlia, — ha detto.
La madre. Iole.
— Ha spedito dei pacchi a un certo indirizzo. Lei deve darmi l'indirizzo.
Il mio collega mi ha guardato. Io ho preso un modulo dal banco, l'ho girato dalla parte sbagliata, ho finto di cercare qualcosa.
— Mi dispiace, signora. Non possiamo dare informazioni sui clienti. Privacy.
— Io sono sua madre!
— Non risulta. Se vuole, può lasciare un messaggio. Ma non posso garantire che arrivi.
Si è messa a urlare. Ha detto che sua figlia era impazzita, che aveva abbandonato la famiglia, che non aveva né cuore né cervello. Che lei, la madre, aveva comprato pure i biglietti per il concerto di Mia. Che la sorella Elisa era disperata.
— Avevamo organizzato tutto! E quella stronza è scappata come una ladra.
Ho aspettato che finisse. Poi ho appoggiato il palmo della mano sul banco, proprio davanti a lei.
— Senta, signora. Io qui ci lavoro da quattordici anni. Di gente che scappa ne ho vista. Sua figlia non è scappata. Ha fatto i bagagli con calma, ha pagato in contanti e mi ha ringraziato per il servizio. Questo non è scappare. Questo è andarsene con dignità.
Lei mi ha fissato. Poi ha preso la borsetta e se n'è andata sbattendo la porta a vetri. Il campanello è rimbalzato tre volte.
Non so dove sia Nora adesso. So che ha trovato un posto a Trieste, che lavora in un ufficio di contabilità, che qualche volta mi ha mandato un messaggio per ringraziarmi. Una volta mi ha scritto: *Ho comprato una pianta. E per la prima volta non ho dovuto chiedere a nessuno se potevo tenerla*.
L'ultima volta che l'ho vista era il giorno della spedizione. Ma mi ha lasciato un biglietto piegato in due, accanto alla macchinetta del caffè. L'ho trovato solo alla chiusura. C'era scritto:
*Si può dire no. Si può dire no anche alla propria madre. Si può dire no alla sorella. E il cielo non crolla.*
Non c'era firma.
L'ho appeso alla parete dietro il banco, sotto il calendario con le foto dei cani che ci ha portato il corriere. Sta ancora lì, un po' ingiallito agli angoli, tra un promemoria sulle tariffe estere e il turno delle ferie di Luana.
Stacco il cartello. Abbasso la serranda. Le chiavi fanno il solito rumore nella toppa, due giri, e l'asfalto di via Tommaseo brucia ancora sotto le scarpe mentre cammino verso la fermata dell'autobus.
