Il primo sabato di giugno arrivai al rustico con il Fiat Tipo carico di legna per la griglia. Svoltai nel vialetto e frenai di colpo: una Fiat 500L blu metallizzato bloccava l'ingresso del garage. Targa di Bari. Non la conoscevo.
Spensi il motore e il silenzio del lago di Garda fu squarciato da una risata isterica che veniva dal patio. Risata che riconobbi subito.
Alessia.
Rimasi seduto con le mani sul volante. Avevamo comprato casa a Malcesine tre anni prima di fatica, un rudere in pietra che sapeva di muffa e abbandono. Mia moglie Chiara ci aveva messo l'anima: aveva restaurato le persiane verdi una a una, scelto le maioliche siciliane per la cucina, piantato la lavanda lungo il muretto. Avevamo investito sessantacinquemila euro per trasformare quel buco in un angolo di paradiso. E adesso, dal patio, arrivava l'odore di sigaretta di Alessia, la cugina di Chiara.
Nel fine settimana precedente, Alessia aveva telefonato. «Senti, sabato prossimo faccio un salto da voi, ho bisogno di staccare.»
Chiara aveva messo giù il telefono con l'entusiasmo di chi ha appena ingoiato un sasso. Non vedeva la cugina da due Natali. «Ha detto che viene. Punto. Non ha chiesto se poteva.»
Preparammo un pranzo in grande stile. Chiara comprò la torta Paradiso al Monte Baldo, io mi occupai della griglia: salsiccia toscana, pancetta arrotolata, zucchine dell'orto. Alle undici e mezza suonarono alla porta.
Alessia aveva tre figlie. Tre. Ce l'aveva detto solo quando le avevo aperto il cancello. «Spero non sia un problema, è che con la scuola finita dovevo portarmele dietro.»
Le bambine si riversarono in giardino come una colata lavica. Avevano tra i sei e i dieci anni e urlavano in dialetto barese, prendendo a calci il pallone che avevamo comprato per nostro figlio.
Mia madre, che da quando era rimasta vedova passava da noi tutte le estati, quel giorno si chiuse in camera sua dopo pranzo. Le portai una camomilla e la trovai seduta sul letto, con la rivista di uncinetto sottosopra sulle ginocchia.
«Lorenzo, me lo sentivo» disse senza guardarmi. «Quando una si invita da sola, non è mai una buona notizia.»
La rassicurai. Disse che restava ad aiutarci perché «qualcuno dovrà pur cucinare per quelle».
Tornammo a Milano lunedì mattina presto. Io e Chiara avevamo l'ufficio, i clienti. Alessia ci salutò dalla sdraio a bordo piscina senza alzarsi, un cenno regale con due dita.
Mercoledì squillò il telefono. Era mia madre. Parlava piano, come quando doveva darmi una notizia brutta di salute.
«Lorenzo, io non ce la faccio più. Sono le due e Alessia dorme ancora. Le bambine hanno rovesciato la Nutella sul divano in vimini. La signora delle pulizie viene venerdì, ma fino a venerdì chi ci sta in questa topaia? E loro—» la voce le si spezzò «—loro mi trattano come la cameriera. Mi hanno detto "signora, ci porta un succo di frutta alla pera, ma di quello marca Yoga, eh".»
La sera stessa telefonai a Chiara. «Dobbiamo salire.»
Partimmo il venerdì dopo il lavoro. Tre ore e mezza di autostrada sotto una pioggerella fastidiosa. Guidavo senza parlare. Chiara aveva sul telefono la chat aperta con sua zia Caterina, la madre di Alessia, e leggeva i messaggi senza commentarli. Ogni tanto scrollava la testa. Quando imboccammo la strada del lago, aveva le nocche bianche sulla cintura di sicurezza.
Parcheggiai. Il patio era un campo di battaglia: piatti sporchi, asciugamani bagnati sulla pietra, la tavola da ping pong rovesciata. E in mezzo a quel disastro, Alessia. In bikini, gli occhiali da sole a specchio, un calice di prosecco in mano. Fronte alla piscina.
Il pallone da calcio aveva centrato il cipresso giovane che Chiara aveva piantato in memoria di suo padre. Il tronco era piegato, le radici scoperte. Morto.
Chiara scese dalla macchina e non chiuse nemmeno la portiera. Attraversò il patio a passi lunghi. Le suole delle scarpe da ginnastica facevano un rumore secco sulla pietra.
Un metro, poi la scena.
Mia madre era in ginocchio vicino ai pomodori. Strappava le erbacce con le mani nude, la schiena curva che sembrava spezzarsi in due.
Chiara si fermò a un passo dalla sdraio di Alessia. Non urlò. La voce le uscì bassa, scandita, quella che usa con i clienti che non pagano le fatture.
«Alessia. Dov'eri quando le tue figlie hanno ucciso il cipresso di mio padre?»
Alessia si tolse gli occhiali con lentezza, come se il gesto richiedesse uno sforzo immane.
«Oh, finalmente siete arrivati. Senti, la signora Anna oggi ha fatto il sugo bruciato. Le ho detto—»
Chiara non aspettò la fine della frase. Prese il calice dalla mano di Alessia e lo posò con un colpo secco sul tavolo di ceramica. Il vetro tintinnò.
«No. Adesso mi ascolti tu. Hai tempo un'ora per fare le valigie. Io e Lorenzo vi accompagniamo alla stazione di Verona. E se ti serve un taxi per arrivare a Bari, te lo paghi tu. Noi abbiamo già pagato abbastanza.»
Alessia si drizzò a sedere. Il bikini le scopriva la schiena arrossata dal sole.
«Ma stai scherzando? Siamo parenti. Non puoi sbattermi fuori così. E dove vado con tre bambine alle otto di sera?»
«Alle otto e mezza c'è un Frecciarossa per Roma» dissi io, senza alzare la voce. «Il controllore ti farà il biglietto a bordo.»
Le bambine erano in salotto e gelato alla fragola colava dal divano in vimini. La più grande aveva acceso la televisione a tutto volume. Canale 5.
Alessia scattò in piedi e per la prima volta la vidi perdere il controllo. Era magra e abbronzata, ma aveva la bocca storta di chi mastica vetro.
«Chiamo mia madre! Lo sai cosa dirà la zia Caterina? Che sei una snob, Chiara. Che da quando hai sposato questo qui con l'aria da intellettuale ti sei montata la testa.»
Questo qui.
Chiara rise. Una risata secca, di gola. Non di allegria. La risata di chi ha chiuso un capitolo.
«Chiamala. Ma chiamala fuori dal mio cancello. Ti do dieci minuti per raccogliere la tua roba, poi chiudo la casa.»
Alessia rimase immobile per un secondo. Poi si voltò verso la porta-finestra e urlò: «Bambine! Prendete tutto! Si parte!»
Ci misero ventidue minuti, non dieci. Riempirono tre borse, due zainetti, un beauty case rosa shocking. La più piccola piangeva perché aveva perso una ciabatta. La trovammo nel filtro della piscina.
Le accompagnammo alla stazione di Verona Porta Nuova nel nostro monovolume. Silenzio tombale. Solo il navigatore ogni tanto rompeva il vuoto: «Tra cinquecento metri, mantenere la destra.»
Sul marciapiede della stazione, Alessia non salutò. Prese le bambine per mano e sparì nella porta a vetri senza voltarsi. La più grande, quella di dieci anni, si girò un attimo. Alzò la mano. Chiara fece appena un cenno, poi si morse il labbro.
Tornammo a Malcesine alle undici passate. Il lago era una lastra nera sotto la luna. Le luci di Limone sull'altra sponda tremolavano.
Mia madre ci aspettava seduta sulla panchina del giardino. Aveva un plaid sulle ginocchia, nonostante fosse giugno, e tra le dita teneva un rametto di lavanda.
«Non avete cenato» disse.
Chiara la abbracciò senza parlare. Io andai in cucina e tirai fuori dal frigo la burrata, i pomodori, il basilico dell'orto. Improvvisai tre piatti. Mangiammo in silenzio sul tavolo del patio, quello finalmente pulito, con le candele accese contro le zanzare.
A mezzanotte il telefono di Chiara squillò. Il nome sul display: «Zia Caterina».
Chiara guardò lo schermo per tre squilli interi. Poi mise il vivavoce e appoggiò il telefono al centro del tavolo.
«Chiara? Sei tu?» La voce della zia era acida, metallica. «Ti rendi conto di quello che hai fatto? Hai buttato in mezzo a una strada una madre con tre bambine. Una madre sola. Di notte. Sei una—»
«Zia.» Chiara parlò senza prendere fiato. La fiamma della candela oscillò. «Sono le bambine di Alessia. Non sono le tue. E non sai niente di come si è comportata qui.»
«Non m'interessa! Parenti si aiutano!»
Intervenni io. «Signora, sua figlia ha distrutto il cipresso che mia moglie ha piantato per suo padre. Troncato. Secco. E mia madre, che ha settantadue anni, l'ha trattata come una domestica. Parenti si aiutano, dice lei. E chi aiuta noi?»
Silenzio. Si sentiva solo il respiro pesante della zia dall'altra parte.
Poi riattaccò.
Restammo seduti al tavolo. Chiara prese la sua birra e la finì in un sorso. Io guardai le stelle.
Mia madre si alzò per prima. «Domani mattina vado al vivaio. Per il cipresso.»
La guardai andare verso la sua camera, a passi piccoli, il plaid ancora sulle spalle.
Dentro casa, una delle persiane restaurate da Chiara faceva appena resistenza. L'aveva riparata tre volte l'estate scorsa. Funzionava, ma aveva bisogno di essere tenuta d'occhio.
Chiara mi sfiorò la mano sul tavolo.
«Il prossimo parente che si autoinvita» disse «lo facciamo dormire all'hotel Benaco.»
Risi piano. In garage, il Fiat Tipo aspettava ancora con la legna nel baule. La griglia, per quel sabato, non l'avevamo accesa.
Qualche giorno dopo, sotto la porta, trovammo una cartolina. In francobollo, scritta a mano, con la calligrafia storta di una bambina. Diceva: «Ciao zia Chiara, mi dispiace per l'albero. Ti voglio bene. Martina.»
Chiara la appoggiò sulla mensola del camino, dietro la fotografia di suo padre da giovane, quella in bianco e nero sulla riva del lago. E non disse nulla. Ma per tutto il giorno fischiò mentre innaffiava la lavanda.
Io intanto montai il cancelletto nuovo all'ingresso del vialetto. Con il lucchetto. La chiave la tenni nel taschino della camicia.
