Il Buchetto nel Pavimento di Cotogni

Dovevo solo andare a trovare mia madre a Lucca per il weekend.

Due giorni. Due miseri giorni in cui avevo lasciato le chiavi del cancello sul retro al mio vicino, Lorenzo, perché doveva fare una specie di ripresa per un documentario. Un lavoretto da freelance, mi aveva detto quella sera davanti a un caffè. «Solo qualche ora sabato pomeriggio, Chiara. Il portico e il patio basteranno. La luce è perfetta lì.»

Torno domenica sera, verso le otto e mezza. Il cancello automatico non si apre. Lo faccio a mano, entro, e la prima cosa che vedo è la Glycine completamente strappata via dal muro, con le radici per aria. La seconda cosa è un buco.

Non una buca piccola. Non una di quelle buche da talpa. Un cratere.

Il patio in cotogni toscani che avevo fatto posare tre anni fa — mio nonno quasi mi aveva diseredato per quanto avevo speso — era sparito per metà. Al suo posto, una fossa profonda almeno due metri, con montagne di terra ammucchiata ovunque. I vasi di limoni rovesciati, l’irrigazione a pezzi. Mia madre mi stava ancora mandando messaggi su WhatsApp: «Sei arrivata? C’è traffico sulla A1?»

E io fissavo quel buco e non capivo.

La porta di casa sua, la vecchia palazzina gialla accanto alla mia, era sprangata. Le persiane tutte giù. Il campanello staccato dal filo. Ho suonato lo stesso, tre, quattro volte, poi ho guardato dalla fessura della cassetta delle lettere: vuota. Non un libro, non una bolletta, niente.

Il vicino dall’altra parte, il signor Gualtieri, ottantadue anni e una panchina in giardino dove passa le giornate a sbucciare fave, mi ha vista e si è avvicinato zoppicando.

«Ah, dottoressa, è tornata. Meno male. Ma lo sa che quel ragazzo sabato notte aveva una pala meccanica?»

Una pala meccanica.

Avevo conosciuto Lorenzo due anni fa. Si era trasferito in affitto nel bilocale accanto e la prima volta che l’avevo incontrato mi aveva riportato un pacco che il corriere aveva lasciato da lui per sbaglio. Un uomo sui quaranta, magro, occhiali da vista spessi, parlava poco. Diceva di essere un fotografo naturalista, di quelli che passano settimane nei boschi dell’Appennino a piazzare fototrappole per i lupi. Una volta mi aveva regalato una stampa magnifica di un gufo reale appollaiato su un ramo di castagno. «L’ho scattata vicino al Corno alle Scale», mi aveva detto. «Vede quel riflesso? Era l’alba.»

Sembrava uno di quei tipi un po’ solitari ma perbene, quelli che ti tengono d’occhio la casa quando sei via e non chiedono mai nulla in cambio. Ogni tanto mi lasciava un sacchetto di funghi porcini sulla soglia, oppure una zucca del suo orto. Due Natali fa mi aveva persino aiutato a montare l’albero in salotto perché io con la schiena bloccata non riuscivo nemmeno a sollevare la scatola delle decorazioni.

E adesso il signor Gualtieri mi diceva che sabato sera, verso mezzanotte, aveva sentito il rumore di un escavatore. Un Bobcat, dice lui. «Ma quale documentario. C’erano due uomini, uno guidava il mezzo e l’altro puntava una torcia dentro lo scavo. E urlavano. ‘È qui, è qui’, dicevano.»

Sono rimasta immobile in mezzo a quello che restava del mio patio, con i cocci di cotto sotto le scarpe e il cuore che batteva da qualche parte nella gola. Ho preso il telefono. Il numero di Lorenzo non esisteva più. WhatsApp: un’unica spunta grigia.

La mattina dopo ho chiamato i carabinieri. Sono arrivati in due, un maresciallo e un brigadiere, e hanno passato quasi un’ora a fotografare lo scavo. Poi il maresciallo si è tolto il cappello, si è grattato la nuca e ha detto una frase che non mi scorderò mai.

«Signora, questo buco non è stato fatto a caso. Qui sotto c’era qualcosa. Qualcosa di sepolto.»

A quel punto è partita l’indagine vera.

Il giorno dopo, la stazione di Bologna Centrale mi ha chiamato per dirmi che avevano fermato un uomo con una valigia sospetta. Dentro la valigia: 47.000 euro in contanti, avvolti in buste di plastica sottovuoto, e una mappa catastale del 1978 con una X rossa disegnata esattamente sotto il mio patio.

L’uomo era Lorenzo. Anzi, come mi ha detto più tardi il capitano Russo, il suo vero nome era Loris Manganelli, pregiudicato per ricettazione, e la casa accanto alla mia non l’aveva scelta per caso. L’aveva cercata. Per due anni aveva vissuto lì, facendomi la corte da buon vicino — i porcini, l’albero di Natale, le fotografie dei gufi — con un unico scopo.

Il tesoro di mio zio Renzo.

Mio zio Renzo era morto vent’anni fa, ma prima di morire aveva fatto cose di cui in famiglia nessuno parlava. Un uomo strano, lo zio. Aveva una gioielleria in via Indipendenza, ma la gente mormorava che facesse anche altro. Denaro sporco, pietre non dichiarate, scatole che arrivavano da Anversa e sparivano nel nulla. Mio padre lo chiamava «quel disgraziato di tuo fratello» e cambiava discorso ogni volta che qualcuno tirava fuori il suo nome.

Quando lo zio morì, la casa passò a mia madre come unica erede, e poi a me. Ma nessuno aveva mai saputo di quel contenitore di metallo. Quel contenitore che Loris Manganelli aveva scoperto frugando negli archivi del tribunale e incrociando vecchie mappe con le parcelle di un notaio radiato dall’albo nel 1999. Era rimasto lì per diciotto anni, sepolto novanta centimetri sotto le mattonelle che avevo scelto con tanta cura, col loro colore caldo e le venature antiche.

Il processo è durato otto mesi. Manganelli ha patteggiato. All’udienza finale mi ha guardata e ha detto: «Mi dispiace, Chiara. Per quello che vale.» Non gli ho risposto. Gli ho solo guardato le mani. Quelle mani che avevano appeso le lucine di Natale nel mio salotto mentre io preparavo il vin brulé. Mani che avevano scavato di notte, con le lampade alogene e il rombo del motore diesel, mentre io dormivo a casa di mia madre convinta di aver fatto una gentilezza a un amico.

Quello che mi faceva più rabbia non era il buco, né i soldi che avrei dovuto spendere per sistemare tutto. Era il fatto che per due anni mi ero illusa di aver trovato un vicino speciale, uno di quelli che ormai non esistono più. Quello che ti sorveglia la casa, che ti porta la zucca appena colta, che ti chiede come stai e aspetta davvero la risposta. Ogni gesto, ogni parola, ogni caffè bevuto insieme sul muretto del giardino era una bugia. Un pezzo del piano.

Ci ho messo sei mesi a rifare il patio. Ho chiamato una ditta di Firenze, specializzata in restauri. Hanno riempito la buca, compattato il terreno, posato nuove mattonelle. Ma non ho rimesso i vasi di limoni nello stesso posto. Ho lasciato spazio per un’aiuola di fiori di campo, quelli selvatici che non hanno bisogno di cure: papaveri, fiordalisi, margherite gialle. Semi da due euro e mezzo a bustina, comprati al consorzio agrario di San Lazzaro.

Ogni mattina, quando esco in giardino con la tazza del caffè, li guardo. Il cotto nuovo ha un colore leggermente diverso dal vecchio. Non si intona. Si vede il punto esatto in cui qualcuno ha scavato nella mia fiducia.

Ma i fiori sono cresciuti lo stesso.

Like this post? Please share to your friends:
Uniad
Leave a Reply

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!: