Aveva ragione la gatta

Mi chiamo Silvia e da quindici anni aiuto le persone a capire i loro animali. Arrivano da me con storie di cani che ululano alle tre di notte, pappagalli che si strappano le piume, gatti che improvvisamente decidono che la loro lettiera è il divano nuovo. Il più delle volte la spiegazione è semplice: noia, stress, un trasloco, un nuovo membro in famiglia.

Ma quella volta no.

Fu un pomeriggio di novembre, una di quelle giornate in cui il cielo su Torino è una lastra di zinco e la pioggia picchietta contro i vetri dell’ufficio senza smettere mai. Mi ricordo l’odore del caffè che si era dimenticato sul fornello e il ticchettio dell’orologio a cucù che un cliente mi aveva regalato anni prima. Lei entrò con una sciarpa bagnata sulle spalle e un’espressione che conosco bene: la stanchezza di chi ha smesso di dormire.

Si chiamava Maddalena, avrà avuto sui trentacinque anni, due figli piccoli e una gatta tricolore di nome Mina. Tre chili e mezzo di pelo, coda folta e un’ostinazione da far invidia a un mulo. Mina aveva partorito da dieci giorni. Quattro gattini, tutti sani. E subito dopo il parto era iniziato l’inferno.

Maddalena si era preparata con cura. Aveva preso uno scatolone robusto, l’aveva foderato con una copertina di pile, l’aveva messo in camera da letto in un angolo riparato, lontano dagli spifferi e dal viavai. Lì erano nati i cuccioli.

Il giorno dopo la scatola era vuota.

«Li ho cercati per tutta casa» raccontava, tormentandosi la tracolla della borsa. «Sa dove li ho trovati? Nell’ingresso. Negli scarponi di mio marito. Tutti e quattro. Uno per scarpa, due e due. Infilati dentro fino in fondo, come olive nel barattolo».

Li aveva rimessi nella scatola. Mina li aveva riportati negli scarponi.

Aveva cambiato scatola. Più piccola, più alta, con i bordi più bassi. Niente.

Aveva spostato la scatola in bagno, poi in corridoio, poi nel ripostiglio. Mina li riportava ogni volta nell’ingresso, ogni volta in quegli scarponi neri da cantiere, numero quarantaquattro, con le suole consumate e i lacci sbrindellati.

«Ho provato a metterle nella nicchia sotto la libreria» proseguì, slacciandosi la sciarpa. «Pensavo: forse vuole un posto chiuso, buio, tipo tana. Ho messo un cuscino, una coperta, le ho portato lì la ciotola. Non ci è neanche entrata».

Avevano costruito un rifugio con una scatola e un plaid, una specie di grotta morbida. Mina lo aveva ignorato.

Allora Maddalena e suo marito, un uomo pratico di nome Carlo che di lavoro montava ponteggi, avevano deciso di tagliare la testa al toro: via gli scarponi. Li avevano chiusi nell’armadio in balcone.

«E lì è successa una cosa che mi ha fatto venire i brividi. Mina si è seduta davanti alla porta-finestra e ha cominciato a gridare. Non miagolare — gridare. Si aggrappava al vetro, poi tornava dai gattini nella scatola, li leccava, li spostava, poi tornava alla finestra e ricominciava. Alla fine ha smesso di mangiare. L’abbiamo lasciata lì una notte intera. Alle sei del mattino ho ceduto io, sono andata a riprendere gli scarponi. Glieli ho rimessi nell’ingresso e lei ha riportato i gattini uno per uno in bocca, poi si è acciambellata lì accanto ed è crollata».

Fece una pausa. La pioggia tamburellava sui vetri. Per un istante la stanza parve sospesa.

«Capisce? Non i miei stivaletti. Non le scarpe da ginnastica dei bambini. Solo i suoi. Perché?»

Accavallai le gambe. Le feci una domanda che all’inizio la lasciò perplessa.

«Quando suo marito torna a casa, qual è la prima cosa che fa?»

«Prende in braccio i bambini. Vede se c’è da mangiare. Le solite cose».

«Poi?»

«Poi… si toglie gli scarponi. Li lascia lì nell’ingresso e gira per casa in ciabatte».

«E quando li toglie, cos’altro succede?»

Maddalena ci pensò. Aggrottò la fronte. E poi fece una cosa che mi colpì: si mise a ridere. Un colpo solo, quasi un colpo di tosse.

«Non ci avevo mai fatto caso. Quando si toglie gli scarponi vuol dire che è a casa, che non uscirà più per lavoro. Vuol dire che la giornata è finita e che… e che siamo tutti insieme».

La guardai, invitandola a proseguire. «Continui».

«Poi si siede sul divano, prende in braccio i bambini, mi chiede come è andata la giornata. E Mina gli salta in grembo. Ogni sera, da quando è nata».

La lasciai lì, con quell’immagine sospesa. Poi glielo dissi.

«Mina non sta scegliendo un posto caldo. E non sta scegliendo un nascondiglio. Sta scegliendo un odore».

Maddalena inarcò un sopracciglio.

«Un odore?»

«I gatti non ragionano come noi. Per una gatta madre, la sicurezza dei cuccioli è una traccia chimica. Un odore che per lei significa protezione, assenza di pericolo, presenza della risorsa più importante. Gli scarponi di suo marito puzzano. Puzzano di sudore, di cantiere, di fatica. Ma per Mina sono l’odore dell’uomo che torna ogni sera. L’odore che coincide con il momento in cui in casa va tutto bene. E lei infila i gattini lì dentro perché quella zaffata è la certezza che la sera lui torna, che la casa è tranquilla. Così suo marito, senza saperlo, è diventato un punto di riferimento. E Mina glielo sta dicendo nell’unico modo che conosce».

Maddalena rimase a fissarmi per qualche secondo. Poi posò la borsa per terra e si appoggiò allo schienale.

La incontrai di nuovo sei mesi dopo, a una fiera al Parco del Valentino. Portava i bambini, e con loro c’era un uomo massiccio, con le spalle larghe e le mani da muratore, che spingeva un passeggino. Sul manubrio del passeggino dondolava una gattina tricolore al guinzaglio.

«Silvia!» mi fece Maddalena. Si avvicinò, e poi mi indicò l’uomo. «Mio marito Carlo».

Lui mi strinse la mano con una forza gentile, poi guardò la gatta nel passeggino e fece una smorfia. «È ancora offeso».

«Offeso per cosa?»

Maddalena rise. Prese fiato. «Perché dopo la nostra chiacchierata, la sera stessa, Carlo è tornato a casa con un paio di scarponi nuovi. Identici. Presi al volo al Decathlon prima di salire in tangenziale. “Così quelli vecchi li lasciamo a Mina e io ho qualcosa da mettere”, diceva tutto serio. Li ha tolti sulla porta, ha messo le sue ciabatte, si è seduto sul divano. E Mina, che stava allattando i gattini nel solito scarpone sinistro, ha alzato il muso».

Carlo intervenne, con un’espressione divertita: «Quella bestia mi ha guardato. Poi ha guardato gli scarponi nuovi. Poi di nuovo me. E poi ha preso i micini a uno a uno e li ha spostati nei nuovi».

«In dieci minuti» precisò Maddalena. «Li ha trasferiti tutti e quattro negli scarponi nuovi. Quelli vecchi, di colpo, non le andavano più bene».

Non dissi nulla. Li salutai dopo un po’ e rimasi a guardarli mentre imboccavano il viale alberato. Lui spingeva il passeggino con la gatta acciambellata. Lei teneva per mano il bambino più grande. Ogni tanto Carlo si chinava a sistemare il guinzaglio, con la stessa attenzione con cui probabilmente controllava un ponteggio.

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