Sette minuti

La mamma le aveva insegnato a preparare la tisana quando ormai non si alzava più dal letto. La schiena appoggiata a due cuscini, la pelle quasi trasparente, le dita che strappavano le foglioline di melissa con una lentezza che a quattordici anni Alice trovava esasperante.

«L’acqua non deve bollire, altrimenti la menta diventa amara. Vedi le bollicine piccole? Quelle sì. E poi sette minuti esatti. Non cinque, non dieci. Sette.»

Alice contava dentro di sé: uno, due, tre… mentre fuori dalla finestra di quel quartiere al Pigneto il tram scampanellava e la vicina del piano di sopra iniziava a provare un’aria della *Traviata*. Aveva imparato a memoria il suono del timer che la mamma non aveva mai comprato, perché tanto c’era lei a contare.

Sei mesi dopo, la tisana la preparava solo per sé e per il papà, che la notte si sedeva in cucina con la faccia fra le mani e non diceva niente. Poi per Anna, la nuova compagna del papà, entrata in casa con gli occhi spaventati di chi non sa dove mettere le mani. Poi per Lorenzo, il fratellino nato troppo presto, che strillava per le coliche e si calmava solo se Alice gli massaggiava la pancia con un dito. Poi per Sofia, la sorellina arrivata quando Lorenzo aveva tre anni, che prima ancora di parlare aveva imparato a puntare il dito verso tutto quello che voleva e strillare *mio*.

A diciotto anni Alice faceva l’università, lavorava il sabato in una libreria di via dei Serpenti e la domenica preparava il ragù per tutta la settimana. Aveva una busta gialla nascosta dentro un vecchio libro di latino: lì metteva i soldi per andarsene. La accarezzava ogni volta che ci infilava una banconota da venti euro, immaginando un monolocale con le travi a vista, una tazzina da tè solo per lei e nessuno che la chiamasse *Aly, puoi venire un attimo?* alle due di notte.

In primavera la busta era piena: millenovecento euro. Aveva già visto un buco di stanza in zona Monti, quando a Lorenzo diagnosticarono un astigmatismo importante e gli prescrissero occhiali con lenti prismatiche. Millenovecentosessanta euro. Alice aggiunse i soldi che aveva messo da parte per gli stivali, li infilò in una busta più grande e la posò sul tavolo del papà senza dire niente. Poi si chiuse in bagno, aprì l’acqua del rubinetto e pianse con la faccia nell’asciugamano. Quell’inverno i suoi stivali avevano la suola bucata e un tacco che ballava. La busta gialla nel libro di latino era vuota. Ricominciò.

L’estate dopo, quattordici banconote da cinquanta e un rotolino di monetine. La coinquilina di una compagna di corso stava per traslocare, il posto era suo. Ma una domenica mattina vide Sofia appoggiata al muretto del cortile, le treccine bionde ferme, lo sguardo inchiodato alla bicicletta rossa della bambina del palazzo accanto. Una Graziella con il cestino bianco. Sofia non diceva niente, ma le sue dita stringevano il bordo del muretto come se volessero artigliarsi lì.

Alice ripensò al suo primo motorino, un Ciao scassato che la lasciava a piedi a metà salita sotto gli occhi di tutti. Sofia non doveva passare la stessa umiliazione. Il pomeriggio tornò a casa con una Bianchi blu metallizzato, il campanello a forma di coccinella e il sellino regolabile. Sofia aprì la bocca, la richiuse, poi corse ad abbracciarle le gambe senza dire una parola. Alice le accarezzò i capelli e pensò: *la prossima volta, giuro che me ne vado*. La busta nel libro di latino tornò piatta. Lei la carezzò comunque.

Al terzo anno di Lettere conobbe Davide. Era seduto sul davanzale della finestra in fondo al corridoio della facoltà, un bicchiere di carta in mano e l’aria di chi sta risolvendo un teorema complicato. Quando Alice passò, la fermò.

«Sei sempre così stanca?»

«Sempre» rispose lei.

«Allora qualcuno deve portarti via da qui.»

Davide non scherzava. Trovò ad Alice un lavoro come barista in un locale di Trastevere, dove guadagnava di più e la sera le davano da mangiare. La aiutava con gli esami, la obbligava a fare colazione la mattina prima di entrare a lezione. Dopo un anno le disse: «Io e te, insieme. So di un bilocale vicino a San Lorenzo. Il proprietario è un amico di mio zio, non vuole caparra. Ci stai?»

Alice rispose di sì con tutto il fiato che aveva. Quel pomeriggio contò i soldi nella busta: millesettecento euro. Bastavano per il primo mese, il trasloco, una mensola nuova. La sera stessa il papà le si sedette accanto con una mano sulla bocca, come faceva sempre quando doveva dire qualcosa di difficile.

«Aly, lo so che hai i tuoi progetti… ma alla clinica Montemario fanno un’offerta per gli impianti. Diecimila euro con lo sconto, ma devo anticiparne duemila subito. Lo so che è tanto, ma—»

Alice andò in camera, prese la busta gialla e gliela mise in mano. Poi chiamò Davide.

«Non posso. Papà ha bisogno dei denti.»

Dall’altra parte ci fu un silenzio di quelli che fanno rumore.

«Hai idea di quante volte hai detto *non posso* nell’ultimo anno?» chiese lui piano.

«Ma è importante! Lui non sorride mai, si copre la bocca, ti giuro che—»

«E tu quando hai smesso di ridere, Aly?»

Lei non seppe rispondere. Davide continuò: «Tu non stai risparmiando per andartene. Tu stai comprando il diritto di restare. Ogni volta che la busta è piena, ti inventi una ragione per svuotarla. Perché se te ne vai, chi ha bisogno di te?»

«Stai dicendo che aiuto la mia famiglia e sbaglio?» la voce le uscì più stridula di quanto volesse.

«Dico che non hai mai creduto di meritare qualcosa per te. E finché non lo capisci, io posso aspettarti quanto vuoi, ma non posso guardarti mentre ti annulli.»

Non lo sentì più per una settimana.

Furono i giorni più lunghi. Alice andava a lezione come un automa, rispondeva ai messaggi di Anna con faccine preconfezionate, evitava lo specchio del bagno. Il martedì successivo Anna bussò alla sua porta.

«Aly, ti devo parlare.»

Entrò con in mano un mazzo di chiavi attaccato a un portachiavi a forma di fragola. Alice lo fissò senza capire.

«Mia sorella Patrizia — quella che stava a Centocelle — ha liberato casa. Gli inquilini se ne sono andati, e lei non se la sente di rimetterla in affitto. Ha detto che se vuoi puoi starci tu. Paghi solo le bollette. È piccola, ma ha il balconcino e il bagno nuovo.»

Alice prese le chiavi. La fragola di plastica le pungeva il palmo. Disse grazie con un filo di voce. Quella notte rimase a fissare il soffitto e sentì una specie di vuoto alla bocca dello stomaco, come se qualcuno le avesse tolto tutti gli organi e lasciato solo la pelle. Pensò: *mi stanno mandando via. Sono libera. Non servo più a nessuno.* Il pensiero le fece più male della suola bucata, degli occhiali di Lorenzo, della bicicletta, dei denti del papà messi insieme.

Tre giorni dopo traslocò.

L’appartamento era esattamente come l’aveva immaginato per anni: diciassette metri quadri, pavimento con le mattonelle a scacchi, una finestra che dava su un cortile interno dove un gatto randagio dormiva sempre sopra il motorino di qualcuno. Carta da parati a strisce verdine, un fornello a due fuochi, l’odore di chiuso misto alla ruggine del termosifone.

E il silenzio. Quello la colpì come uno schiaffo. Niente pianti di Sofia, niente pentole sbattute da Anna, niente partita in tv con papà che commentava ogni azione della Roma. In quel buco di casa sua non suonava niente, a parte il frigo che ogni tanto partiva con un ronzio malato. Alice si sedette sul divano letto, tirò fuori dalla borsa il barattolo di latta con la menta e la melissa, mise l’acqua sul fuoco.

Contò sette minuti. Versò la tisana nella tazza, si sedette sul balconcino e guardò il tramonto che colorava di arancione le antenne dei tetti. Pensò: *e adesso?* Non doveva aiutare nessuno, non doveva correre da nessuna parte, non aveva nessuno per cui contare i minuti. Era libera. E non aveva la minima idea di cosa farsene, di quella libertà.

Il telefono rimase muto per tutta la sera. Nessuno che le chiedesse di comprare il latte, nessun vocale di Anna, nessuna foto di Sofia con la faccia sporca di cioccolata. Forse Anna aveva detto a tutti di non disturbarla. Forse erano solo troppo occupati. *Forse non gliene frega niente*, sussurrò una vocina dentro di lei. Quella fu la puntura peggiore.

Il terzo giorno chiamò lei. Rispose Lorenzo.

«Aly! Qui è un casino — Sofia ha preso la Bianchi ed è finita dentro la siepe del vicino, si è sbucciata il ginocchio e Anna la sta disinfettando, ma lei strilla che vuole il cerotto a forma di unicorno e non ce l’abbiamo. Papà dice che così impara. Ah, e ho preso otto in matematica!»

«Otto? Bravo, Lenny» disse Alice, e già sentiva la gola stringersi.

«Sì, però la prof ha detto che se continuo così arrivo a nove. Tu quando torni?»

«Sono qui, Lenny. Non torno, adesso vivo qui.»

«Ah, giusto. Allora vieni a trovarci presto, che la pasta al forno di Anna non è buona come la tua. La tua è più croccante sopra.»

Riattaccò senza aspettare la risposta. Alice rimase a fissare lo schermo del telefono. Stavano bene senza di lei. Era questa la notizia.

La sera del quarto giorno sentì un rumore alla porta. Prima un grattare leggero, poi un mugolio. Pensò al gatto del cortile, si alzò e aprì.

Davanti all’uscio c’era uno scatolone di cartone con il coperchio semiaperto. Dentro, un batuffolo marroncino con una macchia bianca sul petto e un orecchio che penzolava verso l’interno, come se fosse stato montato al contrario. Due occhi scuri, lucidi, che la fissavano come se la riconoscessero. Attaccata al cartone, una busta con la calligrafia di Davide.

*«Non sono bravo con le parole. Però ho visto questa piccola peste dalla veterinaria dove lavora mia sorella, e ho pensato a te. Non devi salvarla, devi solo tenerla sul divano mentre prepari la tisana. Si chiama Macchia. Davide.»*

Alice sollevò il cucciolo. Puzzava di croccantini e di latte caldo, pesava meno di una confezione di zucchero. La bestiola le appoggiò il muso sull’incavo del collo e smise di tremare.

Vent’anni dopo, il campanello suonò. Alice aprì con la tazza in mano, la tisana ancora fumante, e Macchia — ormai anziana e con il muso grigio — non si degnò nemmeno di alzarsi dal divano. Sul pianerottolo c’era Davide, una busta gialla in mano.

«Ti ho portato una cosa» disse.

«L’ennesimo cane? Perché Macchia è ancora offesa per il gatto della signora qui accanto.»

«No, questa è diversa.» Aprì la busta e tirò fuori una prenotazione per un agriturismo nelle colline senesi. Due notti, colazione inclusa. «Pensavo che dopo tutti questi anni potremmo iniziare a pensare anche a te. Senza sensi di colpa.»

Alice guardò la prenotazione, guardò Macchia che aprì un occhio e lo richiuse, poi guardò Davide. Sul tavolo alle sue spalle, la teiera fumava ancora. Erano passati sette minuti esatti.

«E chi la porta fuori Macchia?» chiese.

«Nostro nipote. Sofia ha detto che lo manda qui alle otto. Con la bicicletta nuova che gli hai regalato per il compleanno.»

Alice rise. Una risata piena, di pancia, di quelle che fanno venire le lacrime agli occhi. Poi indossò il giacchetto, prese la busta gialla — quella originale, ancora piegata nel cassetto del corridoio, ma ormai vuota da anni — e la mise nella borsa. Vuota era molto più leggera.

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