Ti ho vista sorridere mentre l’acqua sporca mi colava sul viso

Il campanello suonò due rintocchi secchi, di quelli che fanno vibrare i vetri della porta-finestra. Erano le undici e un quarto di una mattina di ottobre, e Alessandra mi aprì la porta di villa Rinaldi come se le stessi rubando l’aria.

Sulla soglia non c’era Chiara Rinaldi, ex primario di pediatria dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna e madre di Matteo, il ragazzo con cui in sei giorni sarebbe andata all’altare. Sulla soglia c’era «Gina», una donna curva con una tuta grigia presa al mercatino dell’usato di via San Donato, una parrucca nera di poliestere che grattava sulla nuca, occhiali spessi come fondi di bottiglia e un secchio di plastica arancione in una mano.

Alessandra non mi riconobbe. Sorrise a denti larghi, appoggiata allo stipite, e in quel sorriso non c’era nulla del miele che mi versava addosso ai pranzi di gala del fondo di beneficenza.

«Ah, sei tu. Ti hanno mandato dall’agenzia?» disse, guardandomi dalla testa ai piedi. «Entra dal retro, per favore. E non appoggiare quello straccio sul pavimento, l’ho fatto lucidare ieri.»

Da quando mia nuora putativa aveva messo piede nella tenuta vicino a Imola — diciotto ettari di vigneto che mio marito aveva comprato negli anni Ottanta, quando ancora si faceva la vendemmia con le mani — la pace di quel posto era sparita. Ivo, il custode, l’aveva sentita urlare al telefono con un fornitore chiamandolo «analfabeta». La signora Rosa, che in quella casa aveva stirato lenzuola per trentadue anni, una mattina s’era messa a piangere in dispensa dopo che Alessandra le aveva detto che il suo ragù sapeva di mensa aziendale. E la ragazza moldava che veniva a fare le pulizie il giovedì, Ana, aveva raccolto i cocci di un piatto che Alessandra aveva buttato a terra apposta — le aveva chiesto di raccoglierli a mani nude, ridendo.

Matteo scrollava le spalle: «Mamma, sei sempre a cercare difetti. Alessandra è nervosa per il matrimonio. Hai idea dello stress?»

Matteo aveva trentadue anni e un pezzo di cuore incastrato tra le costole da quando aveva perso il padre a sedici anni, su un tornante fra Dozza e Montecatone. Da allora cercava di salvare tutti. Animali randagi, amici squattrinati, scrittrici fallite con il sogno di pubblicare. E donne come Alessandra, che quando lui era nella stanza parlavano con un filo di voce e quando lui usciva affilavano le unghie.

Io non volevo scegliere io la moglie a mio figlio. Volevo solo che aprisse gli occhi. Allora organizzai il test.

Matteo disse ad Alessandra che quel giorno sarebbe arrivata una donna delle pulizie temporanea, perché il personale fisso era a un corso di aggiornamento. La realtà era che li avevo mandati tutti all’hotel Califfo di Cervia a farsi un weekend di wellness, spesati dal fondo.

Entrai dal retro, con un registratore digitale infilato nella tasca interna della tuta, premuto contro la coscia. Piccolo quanto una moneta da due euro. Aveva una lucina rossa intermittente che faceva sembrare la tasca una di quelle cose che si mettono vicino al cuore in rianimazione.

Alessandra mi squadrò con aria annoiata mentre posavo il secchio nel corridoio di servizio.

«Allora, Gina, comincia a portare queste scatole di sopra,» disse in italiano, sillabando le parole come se parlassi una lingua che non esiste. Indicava sette scatoloni di vestiti griffati impilati vicino alla scala di pietra. «E stai attenta. Una di quelle borse costa più del tuo stipendio di un anno. Anzi, di dieci.»

Caricai il primo scatolone. Pesava come un mobile. Mentre facevo la prima rampa, sentii il registratore vibrare leggermente. Avevo corso il rischio che si accendesse da solo con lo sfregamento. Invece si era acceso.

«Sai leggere le etichette?» mi chiese Alessandra dal pianerottolo, mentre aprivo la terza scatola. «Perché quelle borse vanno nell’armadio grande, non nel ripostiglio. Immagino che dalle tue parti gli armadi grandi non esistano nemmeno.»

Finii di sistemare le scatole con la schiena che mi doleva all’altezza delle scapole. Poi lei mi chiamò in salotto.

Aveva un bracciale di diamanti nella borsa — una Tods color caramello — e lo aveva appena riposto lì, con gesto svelto, mentre avevo le spalle girate. Passarono cinque minuti. Poi si mise a frugare nella borsa con aria teatrale.

«Non trovo più il mio bracciale,» disse a voce alta. «Era qui. Ce l’avevo in mano. Non è che…»

Mi fissò. Attese. Voleva che dicessi qualcosa. Io stetti zitta.

«Lo so che gente come te dice sempre di non aver preso niente,» continuò. «Ma basta controllare e le cose saltano fuori. Vuota le tasche.»

La guardai. «Il bracciale è nella sua borsa.»

Lei scoppiò a ridere. «Nella mia borsa? Ma ti senti?»

«Guardi, signora. È lì. L’ho vista io.»

La risata le morì in gola e le si trasformò in una smorfia sottile, tirata sugli zigomi. Una smorfia che mi fece pensare a certi bambini viziati che avevo visitato in corsia — quelli a cui i genitori non avevano mai detto di no.

«Non provare a fare la furba con me,» sibilò. «Se dico che l’hai preso tu, chi credi che ascolteranno? Mio suocero era Edoardo Rinaldi, non so se hai presente. Gente che può comprarti senza nemmeno guardare il prezzo.»

Tirò fuori il bracciale dalla Tods e se lo infilò al polso senza smettere di fissarmi. Non si scusò. Non mostrò imbarazzo.

Poi indicò una macchia scura sul cotto toscano, vicino al grande vaso di Cerreto che avevo comprato con mio marito trentasei anni prima, in una mattina di sole che sapeva di mosto. «Pulisci quella. E muoviti.»

Presi il secchio e lo spazzolone.

«No,» disse lei. «Con le mani.»

La guardai in faccia. Aspettai un secondo, due. Sentivo il cuore battere contro il registratore come un colpo di tosse nella notte.

«No,» dissi.

Lei si rabbuiò. Poi andò in lavanderia e tornò con un altro secchio, quello che la signora Rosa usava per strizzare gli stracci. Acqua grigia, sapone denso, e sopra un pezzo di spugna che galleggiava.

«Vediamo di toglierti un po’ di quella spocchia da contadina,» disse.

Me lo rovesciò addosso.

Il secchio mi colpì la spalla e il contenuto mi esplose sulla testa, giù per il collo, dentro il colletto. L’acqua era fredda — odorava di detersivo e di ruggine, quella ruggine sottile che si forma nei secchi di metallo dimenticati in cantina. La parrucca si appiccicò alle tempie, gli occhiali si riempirono di schiuma, la tuta divenne scura e pesante. Il rumore del secchio che rimbalzava sulle mattonelle fece tremare il lampadario.

Alessandra piegò la testa all’indietro e rise — una risata piena, infantile, di quelle che si sentono nei giardini quando un bambino schiaccia un insetto e lo guarda contorcersi.

«Così,» disse, «finalmente hai l’aspetto che ti meriti.»

Lentamente sollevai la mano. Mi pulii gli occhiali con la manica fradicia. Poi infilai due dita nella tasca e premetti il tasto del registratore per fermarlo.

Mi voltai verso lo scalone di marmo che saliva al piano di sopra, dove Matteo stava lavorando ai documenti del fondo nella stanza che era stata di suo padre. L’unica della casa che non avevo mai cambiato — ancora la scrivania di noce con il calamaio secco, ancora la foto del nostro viaggio a Stromboli attaccata con lo scotch alla libreria.

«Matteo,» chiamai. «Puoi scendere un attimo?»

Alessandra smise di ridere. I tacchi delle sue scarpe — Ferragamo color cipria — stridettero sul pavimento mentre si girava verso le scale.

Primo gradino. La suola di cuoio di Matteo.

Secondo. Terzo.

Lo vidi spuntare dalla balaustra con la camicia bianca arrotolata agli avambracci. Poi si fermò. Mi guardò. Guardò Alessandra. Guardò il secchio per terra, la pozza d’acqua sporca che si allargava sul cotto, e poi di nuovo me.

«Mamma?»

Mi tolsi gli occhiali. Poi, con calma, tirai via la parrucca. I capelli veri, grigi e corti, si liberarono in disordine. Le lenti a contatto che avevo portato sotto gli occhiali finti mi davano un leggero bruciore, ma vidi tutto.

Il mento di Alessandra si contrasse. Fece mezzo passo indietro.

Matteo scese gli altri gradini quasi in apnea. Quando arrivò di fronte a me, il suo respiro era corto e gli pulsava una vena sul lato del collo.

«Mi stai prendendo in giro,» mormorò. Non era una domanda.

Alessandra scattò in avanti. La sua mano cercò il braccio di Matteo. «Amore, questa donna è impazzita. Mi ha aggredita. Ha cominciato a urlare, mi ha minacciato, io ho solo cercato di difendermi…»

«Difenderti,» dissi io. Estrassi il registratore dalla tasca e lo posai sul tavolino di marmo. «Difenderti da cosa?»

Premetti play.

Dalla griglia dell’altoparlante uscì la sua voce, bassa e scandita. «Sai leggere le etichette?» Poi: «Gente come te dice sempre di non aver preso niente.» Poi: «Se dico che l’hai preso tu, chi credi che ascolteranno?» E infine, il tonfo dell’acqua, l’eco del metallo, la risata.

Nella stanza non si muoveva nessuno. Solo il cane del vicino, un setter irlandese di nome Fulmine, abbaiava in lontananza verso i filari di Trebbiano.

Alessandra indietreggiò ancora, le mani che si torcevano l’una nell’altra. «Matteo, era un gioco. Stavamo scherzando.»

Matteo non la guardava più. Aveva gli occhi fissi su di me, sulle gocce che ancora mi cadevano dai capelli sulle spalle, sull’uniforme fradicia che avevo comprato per ventidue euro il mercoledì prima. «Ti ha buttato addosso l’acqua. E tu hai registrato tutto.»

«Sì.»

«Era una messinscena.»

«Era una prova. L’unica che potevo farti fare senza distruggere la tua vita, Matteo. Perché se te lo avessi raccontato e basta non mi avresti creduto. E invece dovevi vedere con i tuoi occhi chi hai portato in casa nostra.»

Lui staccò il braccio dalla presa di Alessandra con un gesto secco. Poi fece qualcosa che non mi aspettavo: si passò una mano sul viso e rise. Una risata amara, spezzata, da adulto che si sveglia nel cuore della notte.

«Hai ragione,» disse. «Non ti avrei creduto.»

Alessandra provò a riprendergli la mano e lui la scansò. Fu allora che la vidi cambiare per la terza volta. Il sorriso dolce e la recita da fidanzata perfetta erano già crollati con il secchio. La versione crudele era rimasta impressa sul registratore. Ora ne spuntava una terza — la più pericolosa — quella fatta di calcolo puro.

«Tesoro,» provò a dire, abbassando il tono, «stiamo costruendo una vita insieme. Non lasciare che un teatrino rovini tutto. Tua madre non si fida di me da sempre. Ha messo in scena questa pagliacciata. Io ho solo reagito. Chiunque avrebbe reagito.»

Matteo la guardò. «Chiunque avrebbe buttato dell’acqua sporca addosso a una sconosciuta?»

«Ma non era una sconosciuta! Era tua madre sotto mentite spoglie!»

Lui si bloccò. Poi disse, piano: «Appunto.»

Alessandra incassò la frase come uno schiaffo. Capì che qualunque cosa avesse detto da quel momento in poi l’avrebbe solo affossata di più. Raccolse la borsa dal divano — la Tods color caramello — e andò verso l’ingresso.

«Ti rendi conto che mi stai mollando sei giorni prima del matrimonio?» disse, con la mano sulla maniglia.

«Sto annullando il matrimonio,» rispose Matteo. «Non ti sto mollando. Lo sto annullando.»

Lei aprì la porta e uscì senza dire altro. Il rumore dei tacchi sul vialetto di ghiaia durò dodici secondi. Poi un motore si accese — la sua Alfa Romeo Stelvio grigia — e il suono si dissolse verso la strada statale.

Io rimasi ferma in mezzo al salotto, con il registratore ancora in mano e la pozza d’acqua che si allargava lentamente sotto le scarpe. Matteo si sedette sul gradino più basso dello scalone e appoggiò i gomiti sulle ginocchia. Rimanemmo così per un po’. Poi lui sollevò la testa.

«Mamma, sai che quando hai detto ‘puoi scendere un attimo’ stavo compilando i documenti per il trasferimento della proprietà?»

«Quale proprietà?»

«La vigna. Alessandra mi aveva convinto a intestarle il quaranta per cento. Una questione fiscale, diceva. Avevo la penna in mano.»

Non dissi nulla. Mi sfilai le scarpe fradice e rimasi a piedi nudi sul cotto.

La signora Rosa tornò la sera stessa, con una teglia di lasagne che non aveva cucinato per nessuno in particolare ma che era comparsa lo stesso sul tavolo della cucina. Mentre mangiavamo in silenzio, la radio gracchiava i risultati del Bologna e io guardavo mio figlio prendere un pezzo di pasta e tenerlo sospeso a mezz’aria, come se dovesse ancora decidere se metterlo in bocca o lasciarlo cadere.

Poi arrivò una notifica sul suo telefono. Un messaggio di Alessandra: «Chiamerò il mio avvocato. Non finisce qui.»

Matteo lesse. Poi appoggiò il telefono a faccia in giù.

«Non importa,» disse. «Non importa proprio.»

Fuori, il cane Fulmine abbaiava a una falce di luna che si appoggiava sui filari. Io presi un altro pezzo di lasagna, e non dissi più nulla. Ma mentre lo masticavo, mi accorsi che il registratore era ancora acceso nella tasca della mia tuta bagnata. Lo spensi. E rimasi lì, con il formaggio filante e il silenzio, a guardare mio figlio che per la prima volta in trentadue anni non cercava di salvare nessuno. Nemmeno se stesso.

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