La notte in cui il lupo si fermò accanto al passeggino

La prima cosa che notai fu il silenzio. Fino a quel momento era stata una normale passeggiata serale con la mia bambina di quattro mesi, Bianca. Avevo scelto il sentiero sterrato che costeggia il laghetto di Montagnola perché è pianeggiante e poco frequentato, perfetto per far addormentare una neonata. Le ruote cigolavano piano sulle foglie di faggio ancora umide, i raggi del tramonto filtravano arancioni tra i rami, e io mi sentivo quasi in pace per la prima volta dopo il parto. Poi all'improvviso niente. Niente merli, niente fruscii, niente rane dal canneto. Solo il respiro leggero di Bianca sotto il plaid color zafferano.

Mi bloccai con le mani inchiodate alla maniglia del passeggino. Pochi metri più avanti, tra il fogliame, qualcosa di grande si stava muovendo verso di noi. Non un cinghiale, non un capriolo. Un lupo grigio, alto almeno fino al mio petto, con il pelo bagnato di rugiada e due occhi gialli piantati dritti sul passeggino. Non scappai perché le gambe non mi rispondevano più. Rimasi lì, immobile, mentre l'animale avanzava a passi lunghi e fluidi, puntando la mia bambina come se fossi invisibile.

Mi chiamo Sara e all’epoca facevo l’archivista al Comune. Una vita tranquilla, quasi noiosa. Di lupi ne avevo visti solo nei documentari di Piero Angela, e mai mi sarei immaginata di trovarne uno a cinquanta chilometri da Siena, su un sentiero che conoscevo a memoria da quando ero bambina. Eppure eccolo lì, a meno di dieci metri, il muso basso e le orecchie tese in avanti. Bianca dormiva con un pugnetto fuori dalla coperta, ignara di tutto. Io trattenevo il fiato, cercando di ricordare i consigli che si leggono su internet: urlare, fare la ruota, indietreggiare lentamente. Provai a fare un passo indietro, ma la ruota posteriore si incastrò in una radice. Il passeggino sobbalzò. Il lupo non si fermò.

Allora feci l’unica cosa che mi venne in mente. Mi misi tra lui e Bianca e aprii il giaccone, cercando di sembrare più grande. Tremavo come una foglia, ma non mi spostai. Il lupo arrivò così vicino che sentii l’odore di sottobosco e di muschio bagnato che gli impregnava il pelo. Tornai a indietreggiare, trascinando il passeggino, e lui ci seguì, passo dopo passo, senza mai ringhiare, senza mai accelerare, con una calma che mi spaventava più di qualsiasi aggressione. Sembrava che stesse semplicemente aspettando qualcosa. Forse un mio errore.

Fu allora che lo vidi. Attorcigliato alla zampa anteriore sinistra, stretto così forte da penetrare nella pelliccia, c’era un cordino di nylon arancione, di quelli che si usano per fissare i teli da campeggio. Doveva averlo addosso da giorni, forse settimane. La carne sotto era gonfia, la zampa leggermente sollevata da terra. Il lupo non ci stava attaccando. Stava chiedendo. O almeno, così mi sembrò in quell’istante assurdo, con la mia bimba addormentata alle spalle e un predatore a trenta centimetri da me.

Frugai nella borsa del passeggino. Pannolini, salviette, biberon, un pacchetto di cracker. E in fondo, nel portaoggetti, le forbicine da unghie per neonati, quelle con la punta arrotondata. Le presi, le appoggiai su un masso piatto vicino alla radice dove il cordino si era impigliato un attimo prima, e indietreggiai di nuovo, portandomi via Bianca. Il lupo annusò le forbicine, poi strofinò la zampa contro il masso. Una, due, tre volte. Il nylon si agganciò alla lama e si spezzò con uno schiocco secco. L’animale poggiò la zampa a terra, la testò per qualche secondo, poi ci guardò. Me e Bianca, che nel frattempo si era svegliata e fissava il muso grigio con un’espressione di pura meraviglia, senza la minima paura. Il lupo abbassò la testa, quasi in un inchino, e si allontanò nella boscaglia senza voltarsi. Sparì nel giro di pochi respiri, inghiottito dalla penombra.

Per tre settimane non raccontai a nessuno quello che era successo. Avevo paura di essere presa per pazza, o peggio, per una di quelle madri che inventano storie per attirare l’attenzione. Poi una domenica mattina trovai una cosa sulla soglia del capanno degli attrezzi, in fondo al giardino. Un vecchio bavaglino di stoffa a quadretti bianchi e rossi, logoro e sbiadito, con un ricamo sfilacciato che diceva “Giulio”. Sopra il bavaglino, inconfondibili, alcune impronte di lupo. Grandi, profonde, dirette verso il bosco. Lo mostrai a mio padre, che quel bosco lo conosceva palmo a palmo. Lui lo rigirò tra le mani, si mise gli occhiali, e dopo un lungo silenzio disse: «Questo bavaglino era di Giulio Carletti. Il figlio del guardiacaccia vecchio. È stato sbranato da un lupo? No, è morto di leucemia a sei anni, nel ’92. Ma prima aveva un cucciolo. Suo padre glielo aveva portato a casa dopo che una lupa era stata investita da un camion sulla Cassia. Un batuffolo grigio che dormiva nel cestino della biancheria. Lo chiamava Lampa, perché aveva gli occhi gialli come una lampada. Lo liberarono nel branco quando Giulio cominciò a stare troppo male. Non volevano che lo vedesse morire.»

Mio padre si fermò. Si tolse gli occhiali e li pulì con la manica della camicia. «Secondo me, questo lupo ha riconosciuto il colore del plaid di Bianca. Giallo acceso, proprio come la copertina che aveva Giulio da piccolo. E dopo che l’hai aiutato, è venuto a ringraziarti con l’unico regalo che aveva.» Rimasi in silenzio a fissare quel bavaglino consumato. Non c’erano denti. Non c’era sangue. Solo fili tirati e un pezzo di memoria.

Adesso Bianca ha quasi quattro anni. Il bavaglino di Giulio è in una scatola di legno insieme alle forbicine da unghie e a una polaroid ingiallita che mio padre ha ritrovato scavando negli archivi della Pro Loco: un bambino magrolino con una coppola, seduto sull’erba, che tiene in braccio un cucciolo di lupo dalla zampa fasciata. Quando Bianca mi chiede di raccontarle “la storia dell’amico lupo”, tiro fuori la scatola e le mostro la foto. Lei la guarda seria e poi mi domanda sempre la stessa cosa: «Mamma, era triste?». E io le rispondo: «No, amore. Era tornato solo per restituire qualcosa.» Poi lei prende il vecchio bavaglino e lo appoggia sulla guancia, proprio come faceva con il suo plaid giallo da neonata, e resta lì a fissare il soffitto con due occhioni color miele che, a volte, quando la luce è bassa, sembrano estranei.

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