Massimo non mi guardava. Trafficava con la macchinetta del caffè, come se stesse per andare in ufficio e non a smontare dieci anni di vita insieme. Il suo tono era calmo, quello che usava con l’idraulico quando gli spiegava dove perdeva il tubo.
— Sei arrivata con quella valigia. Te ne vai con quella.
Io ero in piedi, a piedi nudi sul pavimento di cotto gelato. Casa nostra. Quella che avevamo comprato a due passi dal mare di Trapani, con il mutuo che avevo firmato anch’io. Quella per cui avevo svuotato il mio appartamento a Milano e lasciato un posto da responsabile marketing in una multinazionale.
La valigia era lì, aperta sul letto. L’aveva preparata lui.
Massimo l’avevo incontrato su un sito di incontri. Non sapevo nemmeno bene perché mi ero iscritta: era un periodo di lavoro folle, rientravo la sera e l’unica cosa viva in casa era il gatto del vicino che miagolava sul balcone. Una mia amica, Giulia, continuava a dirmi «prova, che ti costa?» e io una sera, dopo due bicchieri di Grillo, ho caricato due foto e scritto quattro righe.
Lui mi mandò un messaggio il giorno dopo. Non era il classico “ciao come stai” — mi scrisse che dalla mia foto si capiva che sorridevo con gli occhi e non con la bocca. Una frase strana, ma mi restò dentro.
Era siciliano. Viveva in una masseria ristrutturata a mezz’ora da Marsala, con i suoi vigneti e una cantina ereditata dal nonno. Faceva vino. Nelle foto sembrava uno che sapeva sporcarsi le mani, e questo mi piaceva. Cominciammo a sentirci ogni sera. Lui mi raccontava delle vendemmie, del maestrale che piegava gli ulivi, delle albe sulla salina. Io gli parlavo della metropolitana alle sette e mezza e del mio capo che contava i minuti di pausa.
Dopo due mesi mi disse: «Vieni giù. Anche solo per un weekend.»
Presi un volo della sera. Linate-Punta Raisi. Quando atterrai e sentii l’aria calda e salmastra sulla pista, capii che era già finita. Mi venne a prendere con una vecchia Panda bianca, quella che usava per andare in vigna. Mi baciò prima ancora di dirmi ciao.
Fu un anno di altalene. Io scendevo un weekend sì e uno no, poi ho cominciato a prendere permessi non retribuiti, ferie, giorni di malattia che malattia non era. Lui mi diceva: «Ma chi te lo fa fare? Vieni qui. Qui si vive. Io ci sono.»
A Milano avevo un trilocale a due passi dalla Martesana, pagato con otto anni di lavoro. Avevo una Mini verde scuro che mi ero regalata per i miei trentacinque anni. Avevo un contratto a tempo indeterminato. E una rete di amici, persone che conoscevo da sempre.
Massimo mi ripeteva: «Lascia perdere quella vita. Qui c’è tutto. Non ti devi preoccupare di niente.»
E io l’ho fatto. Ho venduto la Mini a un ragazzo di Bergamo per tredicimila euro. Mi sono licenziata con una mail di due righe che il mio capo non ha nemmeno capito. L’appartamento l’ho dato in affitto, tanto per non chiudere del tutto. Mio padre, quando gliel’ho detto al telefono, è rimasto in silenzio per dieci secondi buoni. Poi ha detto: «Se sei sicura.» Ed era chiaro che non lo eravamo né io né lui.
Mi trasferii giù a settembre.
Il primo mese fu tutto perfetto. Colazioni in terrazza, bagni a San Vito Lo Capo, cene con i suoi amici che mi chiamavano «la milanese». Poi, piano piano, è cambiato l’equilibrio. Massimo cominciava a fare commenti sui soldi. «Quanto hai speso al supermercato?», «Non ti serve andare dal parrucchiere ogni mese», «La macchina la prendo io, tu che ci fai col carrello della spesa?».
Non lavoravo. Non avevo una lira che fosse solo mia. I tredicimila della Mini erano finiti in spese comuni nel giro di due anni. Ogni volta che provavo a dire «forse potrei cercare qualcosa da fare, magari in un agriturismo» lui sbuffava: «E chi ci sta con i bambini?»
Perché nel frattempo erano arrivate due gemelle. Elena e Sofia. Due bambine magnifiche, identiche. Quando sono nate, Massimo era fuori per un ordine di bottiglie a Palermo. È arrivato la sera, con un mazzo di garofani presi all’autogrill e l’aria di uno che aveva fatto il suo dovere.
Io ero a pezzi. Parto cesareo, allattamento doppio, notti in bianco. Lui diceva che ero esagerata. «Mia madre ne ha tirati su quattro da sola», e giù la solita litania. Sua madre, una donnina minuta con i capelli raccolti in una crocchia stretta, entrava in casa nostra con le sue chiavi. Non bussava mai. Una volta l’ho trovata in camera mia che riordinava i cassetti della biancheria. Le ho detto: «Signora, ma cosa fa?» e lei: «Figlia mia, tu non sai tenere una casa.»
Massimo non diceva niente. Era sempre dalla parte di sua madre.
La sera della valigia, le bambine erano a casa dei suoceri. Lui mi aveva chiesto di parlare. Io pensavo volesse dirmi che aveva sbagliato, che aveva capito tutto, che le cose sarebbero cambiate.
Invece mi ha mostrato un foglio.
Era una copia dell’atto di proprietà della casa. Solo il suo nome. Solo la sua firma. Il notaio, i bolli, tutto in regola. Io lo guardavo e non capivo.
— Quando abbiamo comprato… il mutuo…
— Il mutuo l’ho acceso io. Tu non avevi busta paga.
Vero. Io non ce l’avevo. Perché lui mi aveva detto di non lavorare.
La testa mi girava. Mi sono appoggiata allo stipite della porta del bagno. Avevo una mano sul pomello, stretta. Sentivo il metallo freddo sotto le dita e quello era l’unico contatto con la realtà.
— Massimo, io ho lasciato tutto. Ho cresciuto le tue figlie.
— Le nostre figlie.
— Appunto. E mi butti fuori?
Lui ha aperto il cassetto del comò. Ha preso una busta di carta e me l’ha messa in mano. Dentro c’erano cinquemila euro in contanti.
— Non dite che sono uno che non ha cuore.
Io fissavo quei soldi. Cinquemila euro. Un anno su dieci. Poco più di un euro al giorno.
— E le bambine?
— Le bambine stanno con me. Tu sei libera di vederle quando vuoi. Ma questa non è casa tua.
Quella parola. Libera. Come se mi stesse facendo un favore.
Mi tremavano le gambe, ma non ho pianto. Non lo volevo vedere soddisfatto. Sono andata in camera, ho aperto la mia valigia — quella vera, non quella che aveva preparato lui — e ci ho buttato dentro quello che potevo. Vestiti. Il computer. L’orsetto di Sofia. Una conchiglia che avevamo raccolto insieme sulla spiaggia della Tonnara. La mia caffettiera napoletana, quella che mi portavo dietro da Milano.
Lui era rimasto in cucina. Sentivo il rumore del cucchiaino nella tazzina. Mescolava il caffè. Piano. Senza fretta.
Prima di uscire mi sono fermata davanti alla lavagna in corridoio, quella dove Elena disegnava i gatti con il pennarello rosso. C’era ancora un suo scarabocchio: un cerchio con due orecchie a triangolo e sotto, incerta, la scritta «gato di mamma».
L’ho guardato per un minuto buono. Poi ho preso il cellulare e l’ho fotografato.
Sono uscita senza sbattere la porta. Giù in strada c’era un vento caldo, di quelli che arrivano dall’Africa e ti incollano i vestiti addosso. Mi sono seduta su un muretto di tufo, con la valigia accanto e la busta con i soldi ancora in mano.
A venti metri c’era il bar di Totò, quello che faceva le granite col caffè caldo. Era chiuso. La saracinesca era abbassata a metà, e sotto si vedeva la lucina del frigo dei gelati.
Allora ho fatto una cosa che non avevo mai fatto in dieci anni. Ho chiamato Giulia a Milano. Lei era in ufficio. Mi ha risposto al secondo squillo.
— Pronto? Chiara? Che succede?
— Mi serve un avvocato.
Non ho detto altro. Lei è stata zitta tre secondi. Poi:
— Lo trovo io.
Ho riagganciato e sono rimasta lì, seduta, a contare i motorini che passavano. Dopo dieci minuti mi sono alzata, ho preso la valigia e sono andata verso la stazione delle corriere. Avevo ancora le chiavi di casa. Le ho lasciate sul bancone di Totò, tra il portacenere di latta e il vassoio dei cornetti vuoti.
Due mesi dopo ero in un’aula del tribunale di Marsala con un’avvocata che mi aveva fatto fare causa per il riconoscimento della convivenza more uxorio e per l’affidamento condiviso. Massimo era seduto dall’altra parte, con la stessa camicia azzurra che aveva il giorno della valigia. Sua madre dietro di lui, la crocchia più stretta del solito.
Il giudice era una donna. Sessant’anni, occhiali da lettura, una penna stilografica. Ci ha guardato tutti e due. Poi ha detto:
— Le bambine hanno bisogno di una madre. E la signora ha contribuito al patrimonio familiare per dieci anni. Vediamo le carte.
Massimo ha provato a dire qualcosa. Sua madre gli ha messo una mano sul braccio. L’avvocata mi ha stretto il ginocchio sotto il tavolo.
Io non ho sorriso. Mi sono passata una mano sulla gonna — un tailleur grigio comprato il giorno prima da OVS, quaranta euro in saldo — e ho pensato che dieci anni prima ero atterrata a Punta Raisi con due trolley e il cuore a mille. Adesso ripartivo da lì con una Panda bianca presa a noleggio, un lavoro part-time in un agriturismo a Custonaci che mi dava vitto e alloggio, e un weekend sì e uno no con le mie figlie.
Nella borsa avevo ancora la foto dello scarabocchio sulla lavagna. L’avevo stampata su carta lucida, in un negozietto di stampe vicino al porto.
Mi serviva per ricordarmi che il gatto con le orecchie a triangolo l’avevo disegnato io, quel pomeriggio di novembre. Elena aveva solo messo il pennarello in mano mia.
La scritta invece era sua. «Gato di mamma».
