La figlia che tornò

Bianca aveva quindici anni quando decise che i consigli dei genitori erano fumo. Sua madre, Lorena, cuciva in una sartoria di via dei Calzolai, a Perugia, e suo padre faceva il capostazione alla fermata di Ponte San Giovanni. Erano persone abituate agli orari, ai tabelloni, alle regole. Bianca, invece, sopportava le regole come un maglione di lana a ferragosto.

A sedici anni e quattro mesi ci fu la cena in cui rovesciò il bicchiere e annunciò: «Mi sposo». Sul tavolo c'erano i tortellini al ragù, sua madre appoggiò il cucchiaio e non lo riprese più per tutta la sera. Lui si chiamava Saverio, aveva diciannove anni, studiava da meccanico all'istituto professionale e la sera spostava casse al mercato ortofrutticolo di Sant'Andrea delle Fratte. Si erano visti alla sagra del cinghiale, a ottobre, e non si erano più lasciati.

«Sposerai chi vuoi», le aveva detto sua madre quel giorno, «ma prima prendi un diploma, trova un lavoro, e poi fai come ti pare». Bianca, seduta sul divano con le gambe incrociate, aveva risposto: «Saverio ha già trovato un bilocale a Madonna Alta, ci trasferiamo sabato». Suo padre uscì sulla veranda e rovesciò per terra il posacenere. Nessuno dei due andò a raccoglierlo.

Il bilocale era di ventotto metri quadri, la caldaia perdeva, e il frigorifero ronzava di notte. Bianca ci stava bene: comprava il pane alle sette, accendeva la stufetta e aspettava Saverio. Lui tornava alle undici di sera con le mani nere, diceva «vado a fare il militare fra sei mesi», e Bianca rispondeva «ci sposiamo prima, così sei a posto». Poi Saverio compilò i moduli, scelse il Corpo degli Alpini e partì per la Valtellina.

Bianca tornò a casa dei suoi. Appoggiò la valigia in corridoio e guardò sua madre: «È partito, ma quando torna…». Sua madre non disse niente. Quindici giorni dopo Bianca scoprì di essere incinta.

Erano le cinque del pomeriggio e a casa c'era anche sua nonna, che si chiamava Ada e a Natale faceva il torrone in casa. «Saverio sarà felice», disse Bianca tenendo il test in mano. Ada guardò la finestra e poi sua nipote: «Ti ha scritto, ultimamente?». «Certo che mi ha scritto», rispose Bianca. Andò a prendere l'ultima lettera, la piegò in quattro e la buttò nel cassetto del comò. La verità era che Saverio scriveva ogni dieci giorni, e ogni volta con una frase in meno. L'ultima diceva: «Va tutto bene, spero anche per te, qui fa freddo». Fine.

Bianca gli scrisse del bambino. Passò un mese, poi due. Quando arrivò la busta color avana, Bianca era già al quarto mese. Aprì la lettera davanti al portone di casa, con la mano sinistra perché la destra reggeva una busta di carciofi appena comprati. Saverio le diceva che forse un bambino adesso non era il momento, che doveva pensarci bene, che mancava ancora più di un anno al congedo e che comunque lui non si sentiva pronto. In fondo, aggiungeva, «sei tu che hai deciso di tenerlo, io non c'entro».

Bianca lesse la frase due volte, poi una terza. Poi appoggiò la busta della spesa sul gradino e rimase in piedi col foglio in mano. Il gatto dei vicini, un soriano tigrato che dormiva sempre sul muretto, si alzò e andò a strofinarsi sulla sua caviglia. Lei non si mosse.

Sua madre quella sera entrò in camera e la trovò seduta per terra, con la schiena contro il letto e la lettera appallottolata sul tappeto. Lorena raccolse il foglio, lo stirò sul comodino, lesse. Poi andò in cucina e preparò una camomilla con due cucchiaini di zucchero, come quando Bianca aveva la febbre da bambina. Posò la tazza sul pavimento e disse: «Ce la facciamo. Tu, io, papà e la nonna. Non è la fine del mondo». Erano le undici e mezza di sera, in strada non passava nessuno.

Nacque una bambina a febbraio, in una giornata di tramontana. La chiamarono Alba. Pesava tre chili e quattrocento grammi e quando piangeva muoveva le manine come se volesse afferrare la luce. Suo nonno, che per trent'anni aveva annunciato treni e chiuso passaggi a livello senza quasi mai parlare, la prese in braccio e disse: «Sembri un pulcino. Vuoi restare con noi?». Alba smise di piangere.

Passarono tre anni. Bianca si era diplomata in scienze dell'educazione e aveva trovato posto in un asilo nido comunale di via Settevalli. La direttrice l'aveva presa con contratto a tempo determinato, poi rinnovato, poi trasformato in indeterminato. «È brava con i bambini», diceva alle colleghe. Bianca portava Alba con sé, la lasciava nella sezione dei piccoli e la ritrovava all'uscita con le trecce disfatte e un disegno in mano. Di Saverio non sapeva più niente. I suoi genitori abitavano a due isolati di distanza e cambiavano strada quando vedevano Bianca col passeggino.

Lo rincontrò per caso in un pomeriggio di maggio, al parco del Frontone. Faceva caldo, c'era odore di pizza tagliata e di tigli. Bianca era seduta sulla panchina di ghisa più vicina alla fontana, con un libro che non stava leggendo e l'occhio fisso su Alba che giocava con la sabbia. Alzò lo sguardo e lo vide: Saverio camminava lungo il vialetto con due borse della spesa, diretto verso l'uscita di via XIV Settembre. Aveva i capelli più corti, le spalle più larghe, e al dito una fede che brillava al sole.

Si fermò. Si irrigidì. Poi attraversò il vialetto e le venne incontro. «Ciao, Bianca. Come stai?». Lei chiuse il libro. «Bene. Sei tornato?». «Permesso premio. Mi sono sposato, sai. Abito a Trento, mia moglie è di là».

Alba si avvicinò correndo e abbracciò le gambe della madre. Guardò Saverio, poi Bianca, poi di nuovo Saverio. «Mamma, andiamo a casa? Ho sete». Bianca la prese per mano. «Sì, andiamo».

Saverio fece un passo avanti. «Quella è…». «È Alba», disse Bianca senza voltarsi. «Ha quattro anni. Vai, che le borse ti pesano». E si incamminarono verso il cancello, lasciando l'uomo fermo vicino alla fontana.

Quella sera, a cena, Bianca raccontò tutto a sua madre e a sua nonna. Tagliava i pomodori per l'insalata e parlava a voce bassa, perché Alba dormiva già. «Era impacciato, mamma. Non sapeva dove guardare». Ada sbatté il tovagliolo sul tavolo. «E tu come ti senti?». Bianca appoggiò il coltello e si asciugò le mani. «Leggera. Più leggera». Versò l'olio sull'insalata e aggiunse: «Ha avuto paura. E io non ho più niente per cui averne».

I mesi successivi furono diversi. Bianca aveva smesso di aspettare. Non scriveva più, non chiedeva più notizie, non si girava più se qualcuno alle spalle aveva la sua stessa andatura. Finché un mercoledì di novembre, durante l'ora di uscita dall'asilo, il furgone del fornitore di frutta e verdura parcheggiò davanti al cancello e l'autista scese con una cassa di mele. Si chiamava Elia. Aveva trentadue anni, un sorriso sghembo, e quando parlava inclinava la testa a sinistra. Cominciò a fermarsi qualche minuto in più, poi a prendere il caffè con le educatrici. Poi a chiedere di Bianca.

«Come si chiama tua figlia?», le domandò un giorno mentre scaricava arance. «Alba. Ha cinque anni». «Bello», disse. Poi chiuse il portellone, si tolse il berretto e lo tenne in mano girandolo tra le dita. «Posso offrirti un caffè?». Bianca lo guardò. «Solo se lo prendi anche tu». «Sì, certo. Doppio. E senza zucchero». «Allora va bene».

La prima volta che Elia venne a casa sua, un sabato pomeriggio di gennaio, portò una crostata di visciole che aveva comprato a Montemelino. Alba lo osservò in silenzio per dieci minuti, poi gli chiese se sapeva aggiustare la ruota del triciclo. Elia si inginocchiò sul pavimento, rovesciò il triciclo, sfilò una chiave inglese dalla tasca del giubbotto e riparò il perno. Alba accettò il suo invito a giocare a dama venti minuti dopo, e lo batté tre volte di fila.

A maggio Bianca lo presentò ai suoi genitori. Cenarono in giardino, all'aperto, con le lucine appese al tiglio. Suo padre parlò poco, sua madre molto, Ada osservò tutto e prima di andare a dormire disse a Bianca: «Questo sa aggiustare le ruote e non ha paura di inginocchiarsi. Mi piace».

A settembre si sposarono in municipio, con una cerimonia semplice. Bianca aveva un abito color avorio e Alba portava un cestino di petali di rosa. C'erano i genitori di Bianca, la nonna, i colleghi dell'asilo e pochi amici. Niente chiesa, niente ricevimento con cento invitati. Pranzarono in una trattoria di Torgiano, all'ombra di un pergolato. Elia prese in braccio Alba per mostrarle le botti e la bambina rise forte, per la prima volta in quel modo lì.

L'anno dopo nacque un maschio. Lo chiamarono Nicola e pesava tre chili e ottocento. Elia lo tenne in braccio per un'ora intera senza sedersi, camminando avanti e indietro per la stanza d'ospedale. «Adesso siamo quattro», disse a un certo punto, con la voce che si rompeva. Bianca lo guardò e rise. «Quattro più la nonna e i nonni. Siamo in tanti».

Quello che seppe di Saverio glielo raccontarono, anni dopo, i vicini dei suoi genitori. Lui e sua moglie non riuscivano ad avere bambini. Avevano girato cliniche, centri di fecondazione assistita, professionisti. Niente. Finché una zia della moglie, una donna di ottant'anni che viveva in un casolare vicino ad Assisi, le aveva suggerito di fare un pellegrinaggio alla Porziuncola e di accendere un cero nella cappella. La moglie di Saverio ci era andata due volte, con le scarpe basse e un foulard in testa, e dopo un anno era rimasta incinta. Era nata una bambina, l'avevano chiamata Chiara.

Nel quartiere si diceva che Saverio fosse cambiato, che soffriva, che mandava regali e biglietti ad Alba e chiedeva di incontrarla. I suoi genitori, quelli che avevano sempre cambiato marciapiede, si presentarono un giorno a casa di Bianca con un pacco di dolci e un libro per Alba. L'uomo si tolse il cappello e disse: «Saverio vorrebbe vederla. Ogni tanto. Siamo suoi nonni». Bianca era in cucina che preparava il purè per Nicola. Appoggiò lo schiacciapatate sul piano di lavoro e si asciugò le mani sul grembiule. «Vedete Alba quando volete», disse con calma. «E anche Saverio, se lo desidera. Basta che mi avvisi prima. Alba ha dieci anni, adesso. Sa già tutto». I due annuirono. Quando se ne andarono, Elia si avvicinò a Bianca e le mise una mano sulla spalla. «È giusto così?». «È giusto. Non per lui. Per lei».

Qualche mese dopo, un sabato mattina di marzo, Bianca scese in cantina e prese la vecchia scatola di latta dove teneva le poche cose rimaste di Saverio: un paio di gettoni del telefono mai usati, una foto in bianco e nero scattata alla sagra del cinghiale, e le ultime lettere. Una busta era ancora quella, color avana, con la frase che parlava di un bambino che non era il momento. La tirò fuori, la rilesse. Poi accese una candela nel lavello, bruciò il foglio e buttò la cenere nella pattumiera umida insieme ai fondi di caffè. Prese la foto, la strappò in quattro pezzi uguali e li mise nel contenitore della carta. Chiuse la scatola, la riempì con i gettoni da dieci centesimi di Nicola e la ripose sullo scaffale più alto. Salì le scale, chiuse la porta della cantina e andò in terrazza. Elia stava insegnando ad Alba a piantare il basilico nei vasi di coccio. Il sole tagliava il parapetto e illuminava il terriccio sparso sul pavimento. Bianca si sedette su uno sgabello e guardò la bambina che con un cucchiaio riempiva di terra un vaso, mentre suo marito, inginocchiato accanto a lei, le teneva ferma la piantina con due dita.

Like this post? Please share to your friends:
Uniad
Leave a Reply

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!: