La tazzina blu

Il gatto saltò sulla scrivania e atterrò dritto sulla tastiera. Stavo finendo un caffè alle due del mattino, insonne come sempre da un anno e mezzo a quella parte. Lo spinsi via, ma il monitor si era già illuminato su una pagina che non avevo mai visto. Una pubblicità. Un sito di incontri. Sorrisi fasulli e promesse di amori eterni. Stavo per chiudere tutto quando vidi una miniatura conosciuta. Troppo conosciuta.

Massimo. Massimo a cinquant’anni, non a sessantacinque. Capelli ancora brizzolati ma folti, il maglione blu che gli avevo regalato vent’anni prima. Cliccai. Nome utente: *Gianni63*. Descrizione: “Imprenditore in pensione anticipata, cerco donna giovane, solare, senza troppi bagagli. Amo la leggerezza e la freschezza.” Sotto, la chat con una certa Chiara, ventisei anni, foto di lei in costume su una spiaggia della Riviera. Lui le scriveva: “Sei un raggio di sole. Appena ci vediamo ti porto a cena in piazza Maggiore, poi scappiamo al mare.”

Rimasi a fissare lo schermo. Dalla stanza accanto arrivava il suo russare pesante, lo stesso che diciassette anni prima mi spingeva a dormire sul divano. Il gatto si accucciò sulle mie ginocchia. Arturo. Lui aveva sempre detestato Massimo. Da gattino, quando Massimo si avvicinava, soffiava. Adesso, ogni volta che Massimo entrava in cucina, Arturo si alzava e se ne andava. I gatti hanno un fiuto migliore del nostro.

Era cominciata con una telefonata. Diciassette anni dopo il divorzio. Diciassette anni di silenzio, di assegni di mantenimento arrivati a singhiozzo, di bugie sull’azienda che stava per decollare. Io ero a Bologna, in una casa con le travi a vista in via del Pratello, con la mia scrivania da architetto davanti alla finestra che dà sui tetti rossi. Avevo comprato quella casa da sola, con i primi lavori seri. Una cucina piccola ma piena di luce, il balcone dove coltivo basilico e menta.

Una sera di novembre suonò il telefono. Lui. La voce roca: «Silvia, scusa se chiamo. Sono in un momento complicato. L’attività è fallita, ho perso tutto. Non ho un posto dove andare. Posso stare da te qualche settimana?»

Avrei dovuto riattaccare. Avevo cinquantadue anni, una vita ricostruita con fatica, un lavoro che amavo e un gruppo di amiche con cui andavo a camminare sui colli la domenica. Invece no. Dentro di me scattò qualcosa di antico, una molla che credevo arrugginita. Il bisogno di essere utile. Di salvare qualcuno. Di sentire di nuovo che qualcuno aveva bisogno di me. I miei figli erano grandi, fuori casa. Le sere erano lunghe.

«Vieni», dissi.

Arrivò due giorni dopo. Una valigia sgangherata e l’aria del cane bastonato.

I primi tre mesi furono impeccabili. Massimo preparava la colazione, rigovernava, portava fuori la spazzatura. Diceva grazie ogni giorno. Come un inquilino modello. La sera guardavamo vecchi film in bianco e nero e io pensavo: forse a sessant’anni si può ricominciare. Forse il tempo ha smussato i suoi angoli.

Poi, lentamente, cominciò a scavare.

Prima una battuta. «Silvia, quel maglione non ti dona più, non ti sembra?». Lo gettai via. Poi un’altra. «Le tue amiche sono tutte così lamentose, non ti stancano?». Smisi di uscire con loro. Poi ancora: «Ridi troppo forte, sembri una gallina.» Cominciai a ridere coprendomi la bocca.

Era un lavoro da certosino. Un colpo al giorno, senza fretta, nel punto giusto. Io ero tornata quella di vent’anni prima, la donna che cercava di accontentarlo per non sentirlo sbuffare. E intanto lui non cercava lavoro. Non contribuiva a una bolletta. Non chiedeva mai scusa. La spesa la pagavo io. Il suo telefono squillava spesso, lui andava in terrazzo a rispondere. Io facevo finta di niente.

Quella notte di luglio, dopo che trovai il profilo, rimasi sveglia fino all’alba. Non piansi. Non urlai. Aprii altre due chat. Una con Giulia, trentun anni, impiegata a Modena. Una con Marta, ventotto, studentessa fuori corso. A tutte e tre ripeteva lo stesso copione: il lavoro che stava per ripartire, la voglia di viaggiare, l’appartamento che avrebbe comprato in centro. A tutte e tre chiedeva foto in costume.

Mi alzai e andai nell’ingresso. L’armadio a muro era ancora pieno di scatole che non toccavo da anni. In fondo, una cassa di legno. La aprii. C’erano i vinili. La sua collezione dei Beatles. Prime stampe italiane, le copertine consumate negli angoli. Un valore. Me li aveva lasciati vent’anni prima, «tanto torno a prenderli». Non era mai tornato. E io li avevo conservati come una reliquia, senza sapere perché. Forse perché in fondo restava un pezzo di casa che era stata anche sua. Forse per paura.

Per paura. Già.

Li fotografai con il telefono. Alle sei del mattino avevo già una stima da un negozio di dischi in via Oberdan. A mezzogiorno incontrai il proprietario, un ragazzo con la barba e gli occhiali spessi. Mi offrì cinquemila euro in contanti. Dissi di sì. Tornai a casa con una busta gialla piena di banconote e un peso sul petto che si era sciolto del tutto.

La sera dopo Massimo mi disse che sarebbe uscito. «Un vecchio socio, forse una proposta di lavoro.» Profumato, la camicia stirata. Probabilmente andava da una delle tre.

«Buona fortuna», dissi senza alzare lo sguardo dal computer.

Appena la porta si chiuse, feci una telefonata. Venticinque minuti dopo un fabbro stava già lavorando alla serratura. Gli diedi settanta euro. La nuova chiave scivolò nella toppa con uno scatto morbido. Poi presi le sue cose. La valigia sgangherata con cui era arrivato, più due sacchi di vestiti e la trousse del bagno. Appoggiai tutto sul pianerottolo. Sopra la valigia misi un foglio scritto a mano.

*Ho venduto i tuoi Beatles. Cinquemiladuecento euro. Abbiamo pareggiato l’affitto. La tua stanza da questa notte è su quel sito, con le tue foto di vent’anni fa. Se vuoi, puoi sognare anche lì.*

Poi rientrai. Chiusi la porta. Arturo miagolò strofinandosi sulle caviglie.

Verso mezzanotte sentii i passi sulle scale. L’ascensore era rotto da giorni, dannato condominio. Passi pesanti. Si fermarono davanti alla porta. Poi bussarono. Tre colpi. Silenzio. Altri tre colpi, più forti.

«Silvia? Silvia, apri! Cosa significa questo foglio?»

Non risposi. Ero in cucina. Sul tavolo, aperto, il Portatile acceso sul sito dell’agenzia di viaggi. Stavo prenotando un biglietto aereo per il Portogallo, partenza il mese prossimo. Accanto, la busta gialla con i contanti. Il gatto dormiva sulla sedia accanto.

Lui bussava ancora. Poi cominciò a chiamare al telefono. Lasciai vibrare il cellulare sul tavolo, senza rispondere. La suoneria insistente, poi il silenzio.

Dopo mezz’ora i passi si allontanarono. Sentii la porta del portone che sbatteva al piano terra. Il rumore di una valigia trascinata sui sanpietrini bagnati. Fuori pioveva piano. Bologna a luglio puzza di asfalto bagnato e di gelsomino. Lasciai la finestra socchiusa. Presi la tazzina blu, quella con il bordo scheggiato che tengo per me. Versai l’ultimo goccio di caffè della moka.

Arturo aprì un occhio, poi lo richiuse. Non bussava più nessuno.

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