Lavoro come infermiera al Niguarda di Milano da quasi quattordici anni. Terzo piano, medicina generale. Ne ho viste di ogni — persone che si aggrappano alla vita con le unghie e persone mollate sul ciglio della strada dai loro stessi figli come sacchi della spazzatura. Ma la storia della signora Aniello me la porto ancora addosso. Non perché sia la più tragica. Per come è finita.
Era arrivata una mattina di gennaio con un’ambulanza da Corsico. Ottantadue anni, una vestaglia color lavanda con i bottoni stinti sul davanti. I capelli bianchi raccolti in una treccia che evidentemente si era fatta da sola, perché il nastro era annodato storto, un dettaglio che mi colpì subito. La ricoverarono per una broncopolmonite che non voleva mollare.
La signora Aniello non parlava molto. Ringraziava sempre, per tutto — la flebo, il cuscino sistemato, il termometro. Un “grazie” detto piano, quasi sottovoce, come se ogni volta temesse di disturbare. Io preparavo il carrello delle terapie e la sentivo bisbigliare: «Scusi il disturbo». Per un’iniezione. Mi veniva da piangere.
Nei primi dieci giorni non si presentò nessuno. Non un parente, non un vicino. Niente fiori, niente telefonate al centralino. Solo il televisore in corridoio che trasmetteva la pubblicità del pandoro a metà mattina, e il rumore delle flebo che gocciolavano.
Fu lei a dirmelo, un pomeriggio che avevo finito il giro e mi ero fermata qualche minuto in più. Le stavo cambiando la traversa e lei guardava fuori dalla finestra il cortile interno dell’ospedale, con i cassonetti e i piccioni appollaiati sui cornicioni bagnati di pioggia.
«Ho un figlio, sa. Roberto. Fa l’agente immobiliare. Sua moglie si chiama Daniela.»
Lo disse con una dolcezza che stringeva lo stomaco. Poi aggiunse, guardandosi le mani: «Sono molto indaffarati».
Non serviva essere un genio per capire che non era vero. La signora Aniello aveva il telefono sul comodino, un vecchio Nokia con i tasti consumati. Ogni sera lo controllava, ogni sera lo rimetteva giù con il dito indice tremante.
Roberto telefonò due volte in ventisette giorni. La prima per sapere se la madre avesse firmato non so quale documento per la casa. La seconda per chiedermi, testuali parole: «Senta, ma lei quanto pensa che possa durare ancora?».
Rimasi con la cornetta in mano a fissare il muro bianco dell’infermeria. Non risposi. Lui sbuffò e riattaccò.
Quella sera portai alla signora Aniello una tazza di tè caldo, quello che bevevamo noi infermiere durante il turno di notte, roba da supermercato in offerta. Glielo allungai, lei lo prese con tutte e due le mani come fosse la cosa più preziosa del mondo e mi disse: «Sa, dottoressa, quando Roberto era piccolo, ogni sera gli preparavo la camomilla con un cucchiaino di miele. Diceva che senza non riusciva a dormire».
Sorrise. Io appoggiai una mano sulla sua e rimasi lì, con la flebo che gocciava, e il silenzio denso di chi sta già salutando qualcuno senza saperlo.
Morì di notte. Erano le due e un quarto. Non c’era la luna, c’era il ronzio dell’aspiratore nell’altra stanza. Ero io con lei, insieme alla caposala. La signora Aniello aprì gli occhi, mi guardò, poi guardò la porta semichiusa della stanza. Strinse appena le dita attorno alla mia mano e disse: «Il mio bambino… è venuto?».
Non risposi. Glielo lesse in faccia. Chiuse gli occhi e smise di respirare con un sospiro leggerissimo, come chi spegne la luce prima di uscire.
Il mattino dopo chiamai Roberto. Dovetti comporre il numero tre volte perché le dita mi tremavano.
«Pronto?» rispose con una voce piatta, una specie di condominiale della voce.
«Sono l’infermiera del reparto. Sua madre è mancata questa notte.»
Pausa. Sentii in sottofondo il suono di una macchinetta del caffè, rumore d’ufficio. Frecciarossa che passava su un video pubblicitario.
«Ah», fece. Poi, dopo un secondo: «Va bene. Domani passo a prendere la sua roba».
Nessun “grazie per averla assistita”, nessun “dov’è adesso”, nessun “com’è successo”. Niente. Solo un affare da sbrigare.
Riattaccai. Mi tremavano le mani. Mi appoggiai al bancone dell’infermeria respirando piano, con l’odore del disinfettante che mi faceva bruciare le narici.
Non riuscii più a muovermi per qualche secondo. Poi mi alzai, andai nel retro, e aprii l’armadietto della signora Aniello.
E lì, in mezzo a due golfini di lana e un paio di pantofole consumate sul tallone, trovai una busta gialla con su scritto “DOPO DI ME”. L’aveva nascosta tra le cose personali che le avevamo portato dal suo appartamento il giorno del ricovero.
La aprii con il batticuore.
Dentro c’erano due fogli. Il primo era un testamento olografo, scritto a penna stilografica con una grafia minuta, precisa. Diceva che la casa di Corsico, un trilocale in via Curiel con le persiane verdi, non andava a Roberto. Andava all’associazione “Casa di Anna”, una onlus di Milano che da trent’anni ospita ragazzi usciti dalle comunità e madri sole con bambini sotto i tre anni. Sul foglio c’erano già timbro e firma del notaio.
Il secondo foglio era una lettera per il figlio.
La lessi con la gola che mi faceva male.
«Roberto, quando leggerai questa lettera io non ci sarò più. Ho aspettato ogni giorno per trenta giorni. La finestra dava sul parcheggio delle ambulanze. Ho contato i fari che entravano. Speravo ogni volta che uno di quei fari portasse te. Lo sai cosa si prova a morire contando le auto degli sconosciuti? La casa l’ho venduta il giorno prima del ricovero. I soldi, centottantamila euro, sono già sul conto di Casa di Anna. A te ho lasciato un bonifico di cento euro. Per comprare un mazzo di fiori. Così hai qualcosa da portare. Per la prima volta. Tua madre.»
Il mattino dopo Roberto arrivò che non erano ancora le nove. Lo riconobbi subito, anche se non l’avevo mai visto prima: giacca blu, borsello in pelle, passo svelto da chi è abituato a contare i metri quadri con il dito sulla planimetria.
Si avvicinò al bancone battendo le nocche sul ripiano. «Sono il figlio di Aniello. Devo ritirare le cose di mia madre.»
Lo guardai. Sentii il sangue che mi saliva, quel calore che ti parte dallo stomaco e arriva fino alla punta delle dita. Presi la lettera e il testamento dal cassetto.
«Sua madre le ha lasciato questo.»
Lui afferrò la busta gialla con foga, la aprì. I suoi occhi correvano veloci sulle righe. Poi, quando arrivò alla cifra — centottantamila — il suo sorrisetto si accese per un secondo. Durò lo spazio di un respiro.
Perché subito dopo lesse “Casa di Anna”. E qualcosa gli si spense in faccia.
«Che cosa significa?» balbettò.
«Che la casa non le appartiene più.» Glielo dissi tenendo la voce ferma, con quella calma che ti dà la verità quando è dalla tua parte. «Sua madre l’ha venduta prima di entrare in ospedale. Il ricavato è di un’associazione. A lei ha lasciato cento euro.»
Lui rimase immobile, con la lettera che gli tremava tra le dita. «Cento… cosa?»
Presi una busta più piccola dal fascicolo della signora Aniello. Dentro c’era un assegno circolare. Glielo posi sul bancone.
«Per il mazzo di fiori.»
Roberto fissò l’assegno come se fosse una bestia velenosa. Aprì la bocca. La richiuse. Era il volto di chi ha appena scoperto di aver perso tutto senza nemmeno aver combattuto. Peggio: di non essere mai stato in battaglia. Di aver perso nel silenzio, nel niente di quei ventisette giorni.
«Questo non è legale» provò a dire. «Io sono il figlio. Io posso impugnare—»
«È tutto registrato, signor Aniello. La data del rogito è dell’undici gennaio.» L’undici gennaio era il giorno prima del ricovero. Lei lo aveva saputo. Aveva atteso non so più che cosa. Forse una telefonata. Forse una visita. E poi aveva preso la penna, l’aveva appoggiata sul foglio, e aveva deciso.
Roberto rimase in piedi in mezzo all’ingresso del reparto, con l’assegno in mano. Aveva la fronte imperlata di sudore nonostante il riscaldamento fosse appena tiepido, e lo sguardo di chi si rende conto che la sua furbizia non valeva niente. Niente.
Io mi voltai e andai al carrello delle terapie. Avevo l’adrenalina che mi martellava nelle tempie, ma continuai a preparare le flebo. Sul vassoio di plastica appoggiai anche la bustina di tè che avevo comprato per la signora Aniello il giorno prima che morisse. Una bustina che non aveva più bevuto.
La misi nel taschino del camice. Non so perché.
Dieci minuti dopo vidi Roberto uscire dalla porta del reparto. Aveva ancora l’assegno in mano. Se ne andò senza voltarsi, con la coda dell’occhio che batteva forte, verso l’ascensore che dava sul parcheggio — quello stesso parcheggio dove sua madre aveva contato i fari delle macchine, una notte dopo l’altra, sperando di vedere i suoi.
