L’avvocato del boss che la lasciò andare e poi la passò a cercare

L’ho visto firmare con lo stesso sollievo di chi butta un pacco di cui non ricorda il contenuto. Luca Rossi, trentaquattro anni, un impero costruito fra Reggio Calabria e Milano, e nessuno in quella stanza di via Condotti che osasse respirare troppo forte. Io tenevo i documenti. Poche righe. Fine di un matrimonio, inizio di un vuoto di cui lui non aveva ancora misurato le dimensioni.

Lei si chiamava Elena Ferro. Aveva ventisei anni, un vestito grigio troppo largo per le spalle, e la mano che non tremava nemmeno mentre firmava Elena e basta, senza il cognome di lui, come se lo avesse già gettato via la notte prima. L’unica cosa che sapevo del suo corpo era che custodiva un segreto: l’avevo intuito dal modo in cui aveva abbassato gli occhi sul contratto, dalla busta dell’analisi medica che spuntava per un centimetro dalla borsa. Poi le vidi un frutto secco nella tasca del cappotto, una di quelle bustine di albicocche che vendono al supermercato sotto casa, e mi parve la cosa più triste che avessi visto in trent’anni di professione.

Luca piegò la penna sul tavolo di mogano, si alzò, si abbottonò la giacca gessata. «Avvocato, il bonifico lo faccia entro quarantotto ore.» Lo disse senza guardare Elena. Lei prese le sue cose e uscì. L’arancia che qualcuno aveva lasciato sul bordo della scala rotolò giù per i gradini, finì contro il muro. Elena non la raccolse. Io sì, per istinto. Un portiere mi fissò. Rimasi lì con quel frutto in mano, mentre lei saliva su un autobus diretto alla stazione Tiburtina. Non l’avrei più vista per quasi nove anni.

Nei mesi che seguirono pensai molte volte a quella donna, alla sua schiena dritta e a quel gesto assurdo di lasciare un’arancia dove altri avrebbero lasciato una minaccia. Poi arrivò la telefonata di Luca. Era alla clinica Gemelli, un pomeriggio di pioggia. «Avvocato, mi serve un favore. C’è una bambina. La figlia di Elena.» La voce non era quella che conoscevo: gli mancava l’impianto di sicurezza, il tono da capobastone. «Che ne sa?» chiesi. «Che ha partorito tre settimane dopo il divorzio. Che si chiama Chiara. Che si è nascosta, come se io fossi la peste.» Tacque. «Lo sono stato, forse.»

Mi misi a cercare per conto suo, anche se non avevo idea di cosa volesse farne, una volta trovata. Incaricai un ex maresciallo dei carabinieri che conoscevo dai tempi del sequestro Moro, frugammo anagrafi, ospedali, affitti. Niente. Elena aveva bruciato ogni traccia meglio di certi latitanti che avevo visto sparire in Aspromonte. Luca intanto peggiorava. Pancreas. Stadio quarto. Quando la malattia lo costrinse su una sedia a rotelle, fu allora che decise di comportarsi per la prima volta come un padre. «Mi aiuti a incontrarla» mi disse. Erano le undici di sera, nella sua villa di Fiesole. Il giardino puzzava di gelsomino e di terra bagnata. Io avevo in mano il fascicolo che il maresciallo aveva messo insieme dopo che un suo uomo aveva individuato Elena in un bed & breakfast di Trastevere. Chiara aveva nove anni, un caschetto castano e uno zainetto viola con un drago stampato sopra. Glielo dissi. Lui guardò il soffitto. «I draghi. Sua madre leggeva romanzi fantasy fino all’alba.»

Organizzammo l’appuntamento a Villa Borghese, un venerdì pomeriggio. Luca arrivò con un’ambulanza schermata e io lo accompagnai fino alla panchina vicino al laghetto. Ero lì, a quindici metri. Vedevo Elena con la ragazzina, vedevo lei che tirava fuori un foglio a quadretti con una lista scritta a mano. Il vento sollevava polvere e petali secchi. Luca, sotto il plaid, sembrava già una fotografia sbiadita. Lei lo guardò, e non arretrò. Lo interrogò come si fa con un estraneo a cui non devi nulla: colore preferito, cibo, com’era da piccolo. Io presi appunti mentali. Lui rispose blu, bistecca al sangue, un padre che picchiava. Glielo disse così, senza proteggerla. E quando lei chiese alla madre «l’hai amata?», lui rispose: «Ho sbagliato tutto. Lei mi dava pace, e io l’ho scambiata per noia.»

Un’ora. Fu il tempo che la mafia e il cancro concessero a quell’uomo. Poi lui estrasse dalla tasca una fede nuziale con una minuscola incisione, *finché non ci rivedremo*, e la diede a Chiara. Lei la mise in tasca. Io riportai Luca in ambulanza. Lungo viale delle Magnolie mi chiese di fermarmi un attimo, abbassò il finestrino e rimase a guardare due bambine correre dietro un pallone. Non parlò. Tossì, e un filo di sangue gli rigò il mento.

Tre giorni dopo la bambina scomparve. Fu un uomo di Giuseppe Natale a prelevarla nottetempo, mentre Elena dormiva nella casa affittata a Ostia. Il letto caldo, la finestra forzata con un tagliavetro, e sul tavolo della cucina un re di picche. Corsi da Luca, all’hospice di Frascati. Aveva le flebo staccate, una camicia scura addosso e due occhi che non erano più quelli di un malato. «Andiamo» mi disse. Preparai le mappe. Natale si era acquartierato in un casolare fortificato vicino al lago di Bracciano. Sapevo che cosa voleva: i dossier sulle spedizioni di armi che Luca gli aveva rubato dieci anni prima. Sapevo che a mezzanotte, se Luca non avesse dato il codice, quelle carte sarebbero finite alla Procura e ai giornali. Sapevo anche che non avevamo abbastanza uomini per un assalto, e che il cuore di Luca non avrebbe retto neanche mezz’ora in piedi. «Avvocato, lei ha fatto il servizio militare?» mi chiese. «Sissignore, alpino.» «Allora, se mi regge il braccio, ce la faccio a scendere dalla macchina.»

Nell’atrio del casolare io ero dietro di lui, a due passi. L’aria sapeva di umido e di polvere da sparo. Natale era in cima allo scalone, teneva Chiara per un polso, un coltello da caccia nell’altra mano. Luca chiese di liberarla. Natale rise. Disse che l’avrebbe segnata sul viso, una riga sottile, per ricordarsi. Poi Luca parlò del dossier. Io vidi la paura cambiargli i lineamenti, mentre le luci di emergenza si accendevano a intermittenza e i cani abbaiavano nel cortile. Trattarono. Dieci minuti, forse meno. Alla fine Chiara venne spinta verso Elena, che era accorsa con un’auto dei nostri. Io li aiutai a uscire. Poi tornai dentro. Trovai Luca seduto sullo scalino più alto, il plaid che gli scivolava dalle ginocchia, e Natale in manette, circondato dai carabinieri che erano entrati dopo la telefonata anonima partita dal mio telefono. Il cuore di Luca si fermò qualche minuto dopo. Il medico legale annotò le 23:57. Morì prima di consegnare il codice a mezzanotte, quindi il dossier partì lo stesso, come lui aveva programmato. L’ultimo gesto di un uomo che per una volta non trattava.

Io restai per mesi a mettere ordine tra scartoffie e testamenti. L’eredità, quaranta milioni di euro tra liquidi e immobili puliti, andò per intero a Chiara. La bambina non volle toccarli. Poi, a venticinque anni, mi convocò nel mio studio di piazza Navona. Sul tavolo posò il rogito di un ente appena costituito: Fondazione Rossi. «Voglio che quei soldi vadano ai figli dei criminali, ai bambini che devono scappare, a quelli che non sanno se il padre li ama o li userà. Voglio porte, non gabbie.» Io annuii senza parlare. Quella volta non c’era bisogno di verbali.

Una sera di ottobre, quasi per caso, le chiesi che fine avesse fatto la fede. Lei sorrise (ecco, l’unico sorriso di tutta questa storia, lo concedo al resoconto). «L’ho buttata nel Tirreno, avvocato. All’altezza dell’Argentario.» Poi aggiunse: «La scritta diceva *finché non ci rivedremo*. Ma non voglio rivederlo. Mi basta averlo conosciuto.»

Io vivo a Roma, difendo ancora qualche cliente scomodo, ma ogni volta che passo per via Condotti mi fermo davanti al palazzo dove tutto cominciò. L’arancia che rotolò dalle scale l’ho conservata per anni nel cassetto della scrivania, finché non si è seccata ed è diventata dura come un sasso. L’ho buttata solo la settimana scorsa. Mi sembrava che tenere una cosa fragile per così tanto tempo fosse ormai un gesto inutile. Elena, invece, ha ricominciato a farsi chiamare con il nome che aveva prima di incontrare Luca. L’ha scritto su un cartello della cassetta della posta, in una casa a Sperlonga, e mi ha mandato una fotografia. Sotto, solo due parole: «Ancora qui.» Ecco, questo per me è stato il finale. Non un perdono. Non un riscatto. Solo la prova che una donna capace di sparire sa anche restare.

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