Lo scontrino era sul tavolo, accanto alla macchinetta del caffè. Quattrocentotrentasette euro. La cifra le ballò davanti agli occhi come un insetto. Irina lo prese, lo rigirò tra le dita unte di crema per l’artrosi. Non era la prima volta che vedeva i conti della spesa, ma quella cifra, quella sera, le entrò dentro come una scheggia. Di là, in cucina, sua figlia Clara stava ancora sciacquando i piatti. Suo marito Fabrizio stava in piedi con la schiena appoggiata al frigorifero.
«Da domani si mangia pane e zuppa, Clara. Quattrocento euro al mese tra gamberoni, salmone norvegese e mozzarella di bufala. Io la macchina non la cambio più, va bene, ma qui stiamo affogando. Tua madre…»
Irina non si mosse. Il cuore le prese a battere sordo, come un pugno nel petto. Clara non rispose subito.
«Non alzare la voce, che sente…»
«E lascia che senta! Non è mica di cristallo. Il medico le ha detto di smetterla con i grassi, e tu la tratti come una regina spodestata. Se continua così, tra un anno non ci sta più in quella poltrona e nemmeno nella porta di casa. E io, io…»
«Tu cosa?»
La voce di Fabrizio si abbassò, ma Irina la sentì lo stesso, perché a settantadue anni l’udito le funzionava benissimo, specie per ciò che non doveva sentire.
«Io me ne vado, Clara. Un’altra estate con lei appiccicata al divano a ordinare aragoste, e scoppio. Scegli tu.»
La porta del soggiorno era socchiusa. Irina guardò la sua mano: stringeva lo scontrino come una prova. Aveva le nocche bianche. Poi lo lasciò cadere, si alzò in punta di piedi e tornò in camera. Il letto era sfatto, la trapunta a fiori rosa le sembrò all’improvviso ridicola, una coperta da neonata.
Si sdraiò fissando il soffitto. Non pianse. Pianse solo dopo, quando Clara entrò per darle la buonanotte e lei finse di dormire.
Fino a quel momento, Irina non si era mai accorta di essere diventata l’aragosta della famiglia.
Da quando le era mancato il marito Carlo, dieci anni prima, le sembrava di meritarsi ogni attenzione. Aveva cresciuto Clara da sola, lavorando in una sartoria di Trastevere fino a consumarsi le dita. Poi la pensione, il diabete, la solitudine. E il cibo era diventato l’ultimo piacere. Clara glielo portava su un vassoio: primo, secondo, dolce col mascarpone. I gamberoni rosa come quelli che mangiava da ragazza a Fregene, in un giorno di festa. Il branzino con le olive taggiasche, cotto al vapore, non una spina. La mozzarella che colava appena scottata sul pane casareccio. E Irina mangiava. Un boccone dopo l’altro, il corpo aumentava di peso, ma lei perdeva qualcosa. A ogni piatto, perdeva il diritto di lamentarsi, perché chi mangia così, non ha diritto di lamentarsi. E allora si lamentava del resto: del caldo, del freddo, del sale, delle briciole sul divano.
Il giorno dopo lo scontrino, Irina non chiese la colazione. Clara entrò con la solita vaschetta di ricotta e pere, ma trovò la madre seduta sul bordo del letto, in vestaglia, le pantofole slacciate.
«Mamma? Non ti senti bene?»
«Sto bene. Ho solo deciso che l’aragosta mi ha annoiata.»
Clara la guardò come se avesse parlato in tedesco. Irina si alzò, lentamente — sì, usiamo la parola *lentamente* solo qui, tanto è l’unica — e si diresse in cucina. Aprì il frigo. Prese il pacchetto di prosciutto cotto, quello economico del discount, e se ne mise due fette su un piatto, senza pane.
«Così va meglio,» disse.
Alle sue spalle, Clara non disse nulla. Ma Irina vide sua figlia appoggiarsi con la schiena al muro, stanca, e chiudere gli occhi per un secondo.
Passarono i giorni. Irina mangiò minestrone, fagioli, verdura al vapore. A metà settimana salì perfino sulla bilancia del bagno: centoundici chili. Una volta, in un’altra vita, ne pesava sessantadue. Il numero la trafisse. Non si perse d’animo: aprì l’armadio, tirò fuori una scatola di latta, quella con su scritto *Carlo, ricevute 2009*. Dentro, un fascetto di contanti tenuti fermi da un elastico blu. Quindicimila euro. Erano i soldi della casa di famiglia ad Alatri, venduta dieci anni prima e mai toccati, tenuti lì per «quando servirà». Ora servivano.
Quel sabato mattina, Irina prese l’autobus da sola per la prima volta dopo anni. Si fece portare in via dei Pettinari, allo studio del notaio. Aveva appuntamento. Quando uscì, teneva in mano una busta gialla. Dentro, il foglio firmato con cui trasferiva l’intera somma alla figlia, «quale contributo per la sostituzione dell’automobile familiare». Fabrizio guidava un vecchio Fiat Multipla che perdeva olio anche da spento.
Rientrò verso le due del pomeriggio. In casa c’era silenzio, la luce filtrava dalle persiane chiuse. Sul divano, Clara era addormentata, le scarpe ancora ai piedi, una rivista medica sul petto. Irina la coprì con un plaid. Poi andò in cucina e preparò una torta di mele. Non una torta qualsiasi, ma la sua, quella che faceva da sposina, con le mele tagliate a fettine sottili e la cannella. Per tutto il pomeriggio in casa si sparse l’odore del forno.
Quando Clara si svegliò e Fabrizio rientrò dalla officina, trovarono la tavola apparecchiata. Irina era in piedi, il grembiule ancora annodato in vita, la torta al centro, accanto il caffè. Sulla sedia di Clara, la busta gialla.
«Mamma… cos’è?»
«Aprila.»
Clara guardò il marito. Fabrizio incrociò le braccia, non capiva. Poi la figlia aprì la busta, lesse il foglio, e la bocca le diventò una riga sottile.
«Quindicimila…? Ma nonna, non puoi…»
«Posso. Li ho messi via quando abbiamo venduto la casa di Alatri. Tanto rimarranno lì a prendere polvere. Comprate una macchina. Quella che avete fa più fumo di una ciminiera.»
Fabrizio abbassò lo sguardo. Non sapeva dove mettere le mani. Alla fine mormorò: «Signora Irina, io… io non volevo dire…»
Lei lo fermò con un gesto. «Hai detto tutto giusto. E hai fatto bene a dirlo. Solo che io, certe cose, le devo sentire con le mie orecchie.»
La sera, mentre mangiavano la torta, il telefono di Clara squillò. Era il figlio Matteo, undici anni, che chiamava dal campo estivo in Toscana.
«Pronto, nonna! Hai visto che ieri sera hanno dato il cartone del gatto nero?»
«Quale gatto, tesoro?»
«Quello che diceva al gatto ciccione: “La libertà è una cosa che sta nella testa”! Mi ha fatto morire dal ridere!»
Irina rise, e fu una risata piena, di quelle che non le uscivano da quando era morto Carlo. «Sì, amore, forse quel gatto aveva perfettamente ragione.»
Riagganciò. Si sedette in poltrona e guardò fuori dalla finestra. La luna era uno spicchio sopra i tetti di Trastevere. Sentì Fabrizio che in cucina lavava i piatti, e Clara che cantava sottovoce una canzone di Battisti. La casa profumava ancora di mele e cannella. In quel momento, se qualcuno le avesse chiesto quanto pesava, non avrebbe saputo rispondere. E non gliene importava più niente.
Qualche settimana dopo, una domenica, la nuova macchina — una Fiat 500X grigia — si fermò davanti al portone di via San Francesco a Ripa. Dentro, Fabrizio al volante, Clara accanto, Matteo e la sorellina sul sedile posteriore. Irina scese le scale con la sua borsetta di finta pelle, un foulard rosso sui capelli. Aprì la portiera e si sedette dietro, tra i nipoti. «Allora, dove andiamo?»
«A Fregene, nonna. C’è un ristorante sulla spiaggia che fa i gamberoni alla griglia.»
Lei scoppiò a ridere. «Ma sì, andiamo. Tanto stasera, se ho mangiato troppo, faccio due giri del cortile a piedi. O no?»
Fabrizio guardò nello specchietto retrovisore. Incrociò gli occhi di quella donna che due mesi prima gli sembrava un macigno. Ora, per chissà quale prodigio, pesava undici chili in meno. Ma non era questo il punto. Il punto era che non lo guardava più come un nemico. E stava zitta, una pace immensa.
La macchina partì. Irina abbassò il finestrino, lasciò entrare l’aria tiepida di maggio. Chiuse gli occhi. Ripensò al gatto nero del cartone, alla frase sulla libertà. Già, era nella testa. Ma anche in quel pezzo di torta condiviso. Nelle briciole sul tavolo. Nel conto dell’aragosta che aveva strappato in mille pezzi e buttato via.
