La porta dell’ascensore era ancora bloccata con il solito cartello scritto a pennarello: *Guasto*. Da tre settimane lo stesso pezzo di cartone appeso con lo scotch. Marta arrivò al terzo piano con le gambe molli e un crampo alla spalla destra. Dieci ore in clinica veterinaria, due cesarei su una bulldog francese, un gatto investito e un padrone che le aveva urlato contro perché «la colpa era del destino e del Comune». L’ultima cosa che voleva sentire, salendo le scale, erano voci sconosciute che filtravano dal suo appartamento.
Posò la borsa di tela sul pianerottolo e rimase in ascolto. Risate, tintinnio di bicchieri, il tono nasale della futura suocera che sovrastava tutto. Non era previsto nessun invito, nessuna cena, nessun preavviso. Infilò la chiave nella toppa e aprì la porta senza fare rumore, con la lentezza di chi sa già che sta per calpestare una mina.
L’appartamento l’aveva ereditato dal nonno due anni prima. Pavimenti a graniglia con venature rosse, soffitti alti, una terrazza che d’estate diventava una giungla di basilico e pomodorini. Il nonno, professore di storia antica, aveva lasciato anche un pappagallo cenerino di nome Temistocle, che ormai ripeteva solo frasi sconnesse. Marta lo vide subito, appollaiato sulla sua gruccia, con le piume del collo arruffate per il chiasso. L’unico segno di casa sua, in mezzo a quella scena.
Nel salotto, attorno al tavolo allungabile che lei aveva restaurato a mano, c’erano quattro donne. Clelia, la madre di Federico, reggeva un calice di prosecco come fosse uno scettro. Accanto a lei tre signore che Marta non aveva mai visto: una con i capelli cotonati biondi, un’altra con un rossetto fucsia sbavato, la terza con un vistoso foulard di Hermès, probabilmente tarocco. Sul tavolo, accanto a un vassoio di grissini e a una confezione di crudo di Parma semivuota, troneggiava la scatola di cartone con i barattoli di paté per cuccioli. L’avevano tirata fuori dal mobile della dispensa e piazzata lì, come un soprammobile offensivo.
Clelia poggiò il calice e allargò le braccia in un gesto di finta accoglienza. «Marta, cara! Finalmente. Potresti spostare quelle scatolette? Giù, sul ripiano più basso. A Federico viene la nausea solo a vederle.»
Marta chiuse la porta alle spalle. Il clic della serratura risuonò forte. Posò la borsa per terra con calma, si tolse il giacchetto e lo appese all’attaccapanni. Poi si avvicinò al tavolo e infilò un dito nella confezione del crudo, prendendone una fetta. Se la mise in bocca e la masticò fissando la suocera.
«Sono barattoli per cuccioli operati» disse. «Paté dietetico. Li porto domattina in clinica. Sono sigillati, non c’è odore. L’appetito di Federico, Clelia, a giudicare dai contenitori di Just Eat che svuota ogni sera, sta benissimo.»
La signora dal foulard tarocco rise sommessamente e si coprì la bocca. Clelia serrò le labbra, riducendole a una fessura sottile come la piega di un portafoglio vuoto. La donna bionda, quella con i capelli cotonati, intervenne: «Ah, lavori in un canile?». Il tono era quello di chi chiede se raccogli cartone per strada.
«In una clinica veterinaria» rispose Marta. «Oggi ho operato un gatto, due cani e un coniglio nano. E no, non faccio volontariato: ho uno stipendio. Pago io questo appartamento, le bollette e anche l’anticipo del ristorante per il matrimonio. Duemila euro, versati lunedì.»
Nella stanza accanto, oltre la porta semichiusa, si sentiva il martellamento di un joystick e le imprecazioni di Federico contro un compagno di squadra immaginario. PlayStation, ovviamente. La colonna sonora della loro vita di coppia da sei mesi a quella parte.
Clelia alzò il mento. «Non c’è bisogno di essere isterica, Marta. Federico vive qui, questa è casa sua quanto tua. Io sono sua madre e posso venire quando voglio. Oggi ho invitato delle amiche, non ti pare di esagerare?»
Marta prese una sedia, la girò e ci si sedette a cavalcioni, appoggiando le braccia allo schienale. Le tre ospiti la guardarono come se avesse tirato fuori un machete. Invece lei indicò la scatola di barattoli. «Vedete quelle scatolette? Dentro c’è fegato di pollo e riso. Costa otto euro e novanta al pezzo. Le ho comprate con i miei soldi. Questa casa, i mobili, il lampadario, il frigorifero, tutto è mio. Federico ha traslocato qui a gennaio con uno zaino e la PlayStation. Non ha mai pagato un centesimo di affitto. E lei, Clelia, oggi ha usato la mia cucina, i miei bicchieri e il mio prosecco — sì, quello nella credenza — senza nemmeno un messaggio. Non è casa sua. Non è casa di Federico. È casa mia.»
La stanza piombò in un silenzio spesso, rotto solo dalla voce di Federico che gridava «Dai, scarica a destra!».
La signora dal rossetto fucsia tossì e posò il bicchiere. «Forse dovremmo andare, Clelia.» Ma Clelia non si muoveva. Piantò i pugni sul tavolo e si alzò in piedi. «Io non mi faccio cacciare dalla fidanzata di mio figlio. Sei una ragazzina maleducata. Ti do due settimane al matrimonio, e poi chi ti prende più? Con quella puzza di canile addosso.»
Marta non batté ciglio. Si alzò, andò alla porta della stanza dei videogiochi e la spalancò. Federico era sprofondato nel divano, cuffie in testa, gli occhi incollati allo schermo. «Federico.» Lui alzò appena la mano, senza voltarsi, per chiedere un attimo di tregua. «Federico, togliti quelle cuffie.» Lei gliele sfilò personalmente, trattenendo il filo con due dita.
Lui sbuffò. «Che c’è?»
«C’è che tua madre ha organizzato un rinfresco a casa mia con tre sconosciute. C’è che io torno da dieci ore di sala operatoria e trovo il mio cibo per cani sul tavolo come se fosse spazzatura. Voglio che mi aiuti a svuotare la stanza. Devi prendere la tua roba e andare via. Tu e tua madre. Adesso.»
Federico si girò finalmente. Aveva la barba di due giorni e gli occhi gonfi. «Non fare scenate davanti a tutti. Ci mettiamo d’accordo domani.»
Marta scoppiò a ridere. Una risata secca, amara, di quelle che spaventano più di un urlo. «Non c’è nessun domani, Federico. Non c’è nessun matrimonio. Fine della corsa.»
Clelia emise un suono strozzato, come un bollitore che va in blocco. «Sei impazzita! Mio figlio è residente qui, io chiamo i carabinieri!»
«Prego» disse Marta, estraendo il telefono dalla tasca. «Io ho il rogito, le bollette e la residenza solo a nome mio. Voi avete un tappeto di briciole e una confezione di prosecco da recuperare. Quindi o ve ne andate da soli, o chiamo io. Scelga lei.»
Le tre signore avevano già preso le borse e stavano indietreggiando verso l’ingresso. La signora dal rossetto fucsia balbettò qualcosa su un impegno improvviso. Clelia rimase inchiodata, il viso chiazzato di rosso. Federico si alzò dal divano come un sonnambulo, lanciò un’occhiata alla madre e poi a Marta.
«Sei sicura?» chiese, con un filo di voce in cui sperava ancora di trovare una crepa.
Marta andò in camera da letto, prese uno zaino dall’armadio — il suo, di quando andava a camminare sui colli bolognesi — e lo lanciò ai suoi piedi. «Comincia dalla roba nel cassetto delle mutande.»
Tempo dieci minuti, la porta si chiuse alle loro spalle. Le voci svanirono giù per le scale, insieme al ticchettio dei tacchi di Clelia e al silenzio ostinato di Federico. Marta si appoggiò allo stipite della porta d’ingresso e rimase lì, in ascolto. Il battito rallentava. Il ronzio del frigorifero le parve quasi musica.
Tornò in salotto, si versò un calice di quel prosecco avanzato e uscì sulla terrazza. Bologna era un mare di tetti rossi sotto il cielo blu scuro. Le due torri si stagliavano in lontananza, la Garisenda un po’ inclinata, come sempre. Da qualche cortile saliva l’odore di ragù della trattoria qui sotto. Avevano riaperto la cucina per la cena.
Dentro casa, Temistocle si riscosse dalla sua quiete. Allungò il collo, la testolina pelata di lato, e gracchiò con la voce roca del nonno: «Brava, brava!»
Marta rientrò, prese uno dei barattoli di paté dalla scatola e lo aprì, annusando il profumo di fegato e riso. Lo versò in una ciotolina pulita e la mise vicino alla gabbia. Il pappagallo saltò giù dalla gruccia e cominciò a becchettare, soddisfatto.
Lei rimase a guardarlo, le spalle finalmente sciolte. Non c’era nessun cartello *Guasto* nella sua vita, quella sera. Solo una porta chiusa. E un silenzio tutto suo.
