Per cinque notti una vecchia cagnolina aspettò davanti all’ospedale
La prima volta che Enrico la vide erano quasi le undici di sera.
Il parcheggio dell’ospedale San Matteo, alla periferia di Parma, era ormai quasi vuoto. Una pioggia sottile cadeva da ore, il vento trascinava foglie bagnate contro i marciapiedi e le porte automatiche dell’ingresso si aprivano soltanto al passaggio di qualche infermiere o di qualche familiare dal volto stanco.
La cagnolina era sdraiata proprio davanti al vetro.
Aveva il pelo color miele, ormai sbiadito dall’età, il muso quasi completamente bianco e una vecchia collare di cuoio consumato. Le zampe posteriori le tremavano leggermente, ma i suoi occhi erano vigili.
Non guardava le persone intorno a lei.
Fissava il corridoio illuminato oltre le porte.
Enrico lavorava come addetto alla sicurezza nel turno di notte. In dieci anni aveva visto famiglie aspettare per ore una notizia, pazienti fuggire dal pronto soccorso in preda alla paura e persone addormentarsi sulle sedie con il cappotto ancora addosso.
Ma non aveva mai visto un animale attendere con una tale ostinazione.
Uscì con una ciotola d’acqua e alcuni pezzi di pollo avanzati dalla mensa.
—Vieni, vecchietta —le disse piano—. Qui ti prenderai una polmonite.
La cagnolina sollevò la testa. Non ringhiò e non cercò di scappare. Lasciò che Enrico le accarezzasse il collo, poi si alzò lentamente e lo seguì verso una piccola tettoia laterale, al riparo dalla pioggia.
Enrico sistemò una coperta sul pavimento.
—Ecco. Qui almeno non ti bagni.
La cagnolina si accucciò.
Quando l’uomo tornò dentro, però, lei aspettò soltanto pochi secondi. Poi si rialzò, attraversò il marciapiede zoppicando e tornò davanti alle porte principali.
Si sdraiò esattamente nello stesso punto.
Al mattino non c’era più.
Enrico pensò che fosse tornata a casa.
La sera seguente, poco dopo le nove, la vide comparire dall’altra parte del parcheggio.
Camminava lentamente, con le zampe sporche di fango e il pelo ancora umido. Sembrava esausta, ma non esitò neppure un istante sulla direzione da prendere.
Raggiunse l’ingresso, fece un giro su se stessa e si stese davanti al vetro.
Ogni volta che le porte si aprivano, sollevava di scatto la testa.
Se usciva una donna, la osservava senza muoversi.
Se usciva un uomo giovane, rimaneva sdraiata.
Ma quando appariva un uomo anziano, la cagnolina si alzava immediatamente, avanzava di qualche passo e lo fissava in volto.
Poi si fermava.
La coda si abbassava.
E tornava lentamente al suo posto.
Chiara, un’infermiera del reparto di medicina, se ne accorse durante una pausa.
Si accovacciò accanto a lei.
—Chi stai aspettando, bella?
La cagnolina le annusò le dita e le appoggiò per un momento il muso sul ginocchio. Ma non distolse gli occhi dall’interno dell’ospedale.
La terza notte il vento divenne più freddo.
Enrico riuscì a convincerla a entrare nella guardiola. La asciugò con un vecchio asciugamano, le mise davanti dell’acqua e una ciotola con riso e carne.
La cagnolina bevve qualche sorso e mangiò appena due bocconi.
Poi le porte automatiche dell’ingresso si aprirono.
Lei si sollevò di colpo.
Cominciò a guaire e a graffiare delicatamente la porta della guardiola.
—Fuori c’è un freddo terribile —le disse Enrico—. Non puoi restare lì tutta la notte.
La cagnolina guardò lui, poi l’uscita.
Il suo sguardo era così pieno di inquietudine che Enrico non ebbe il coraggio di trattenerla.
Aprì la porta.
Lei tornò immediatamente davanti all’ingresso.
La quarta notte ormai quasi tutto il personale conosceva la vecchia cagnolina.
Un portantino le portò un’altra coperta. Il cuoco della mensa preparò del pollo senza sale. Una dottoressa lasciò una scatola di cartone sotto la pensilina, sperando che ci entrasse.
Lei accettava le carezze, beveva un po’ d’acqua, ma rifiutava di allontanarsi.
Poco prima di mezzanotte, un uomo anziano uscì dal pronto soccorso. Indossava un cappotto marrone e camminava appoggiandosi a un bastone.
La cagnolina balzò in piedi.
Per la prima volta abbaiò.
Fu un abbaio breve, quasi gioioso.
Corse verso di lui con tutta la velocità che le sue vecchie zampe le permettevano. Scivolò sul pavimento bagnato, si rialzò e continuò ad avanzare.
L’uomo si fermò.
—Ehi, piccola, mi conosci?
La cagnolina arrivò a pochi centimetri da lui. Annusò il bordo del cappotto, poi alzò lo sguardo verso il suo volto.
Rimase immobile.
Non era lui.
Le orecchie si abbassarono.
Senza accettare la carezza dell’uomo, si voltò e tornò davanti alle porte.
Chiara, che aveva assistito alla scena, si asciugò gli occhi.
—Non è qui perché si è persa —disse.
Enrico annuì.
—Ha visto qualcuno entrare. E aspetta che esca.
Al mattino del quinto giorno, prima di terminare il turno, Enrico si sedette accanto alla cagnolina.
Le sollevò delicatamente il vecchio collare, cercando un nome o un indirizzo. Sotto il pelo fitto trovò una piccola medaglietta annerita dal tempo.
Dopo averla pulita con la manica, riuscì a leggere:
Nina.
Sotto il nome c’era un numero di telefono quasi cancellato.
Enrico fotografò la targhetta e ingrandì l’immagine. Alcune cifre erano poco chiare, così provò diverse combinazioni.
Il primo numero non esisteva.
Al secondo non rispose nessuno.
Alla quarta chiamata, dopo molti squilli, una voce maschile disse:
—Pronto?
—Buongiorno. Mi chiamo Enrico e lavoro all’ospedale San Matteo. Da diversi giorni c’è qui una cagnolina anziana. Sulla medaglietta c’è scritto Nina.
Dall’altra parte cadde il silenzio.
Enrico pensò che la chiamata fosse caduta.
—Pronto? Mi sente?
L’uomo inspirò profondamente.
—Ha detto Nina?
—Sì. Pelo color miele, muso bianco, collare marrone.
La voce dell’uomo si spezzò.
—Dio mio… È viva.
Enrico guardò la cagnolina.
—È stanca, infreddolita e mangia pochissimo. Ma è qui.
—Dove esattamente?
—Davanti all’ingresso principale. Torna ogni sera e guarda dentro. Sembra aspettare qualcuno.
L’uomo non rispose subito.
Quando parlò di nuovo, stava piangendo.
—Aspetta mio padre.
Si chiamava Andrea. Nina apparteneva a suo padre Vittorio, un vedovo di settantanove anni che viveva da solo in un piccolo appartamento a quasi sei chilometri dall’ospedale.
Cinque giorni prima Vittorio aveva avuto un grave malore mentre preparava il caffè. Una vicina aveva chiamato l’ambulanza.
—Nina ha cercato di salire con lui —raccontò Andrea—. I soccorritori non potevano portarla. Quando l’ambulanza è partita, lei ha iniziato a correre dietro al mezzo. La vicina ha provato a fermarla, ma è scappata.
—Quindi ha seguito l’ambulanza fino a qui?
—Probabilmente sì. Abbiamo cercato in tutto il quartiere. Pensavo fosse stata investita o che qualcuno l’avesse presa.
Enrico abbassò la voce.
—Suo padre è ancora ricoverato?
Seguì un lungo silenzio.
—È morto tre giorni fa.
Enrico chiuse gli occhi.
Nina era arrivata davanti all’ospedale quando Vittorio era ancora vivo. E aveva continuato a tornare anche dopo la sua morte, convinta che prima o poi lui sarebbe uscito da quelle porte.
—Lei non lo sa —mormorò.
—No —rispose Andrea—. Per lei mio padre è entrato lì dentro e non è più tornato.
—Deve venire.
—Parto subito.
Andrea arrivò poco più di un’ora dopo.
Scese da un’auto grigia con la barba incolta, il volto pallido e gli occhi gonfi. Tra le mani stringeva una sciarpa di lana blu.
Appena vide la cagnolina, si fermò.
—Nina…
Lei sollevò la testa.
Riconobbe la voce.
Si alzò e gli andò incontro lentamente. Gli annusò le mani, lasciò che lui le accarezzasse il muso e mosse appena la coda.
Poi tornò a guardare le porte.
Andrea si inginocchiò sul pavimento bagnato.
—Papà non uscirà, piccola.
Nina inclinò la testa.
—Lo so che non capisci. Nemmeno io riesco ancora a capirlo.
La cagnolina guardò di nuovo il corridoio.
Andrea posò a terra la sciarpa.
—Questa era sua. La portava quella mattina.
Nina si avvicinò.
Appena sentì l’odore, tutto il suo corpo cambiò.
Affondò il muso nella lana, respirò profondamente e cominciò a tremare. Poi emise un lamento basso, spezzato, diverso da qualsiasi guaito Enrico avesse mai sentito.
Sembrava il suono di qualcuno che finalmente comprendeva una perdita troppo grande.
Andrea la abbracciò.
—Lo so —ripeteva tra le lacrime—. Mancava anche a te. Tu eri la sua ombra.
Chiara si voltò per non farsi vedere mentre piangeva.
Dopo qualche minuto Andrea chiese:
—Possiamo portarla nella stanza in cui era mio padre?
Enrico esitò.
Gli animali non potevano entrare nei reparti senza autorizzazione. Ma il primario, informato della situazione, fece un’eccezione.
—Cinque minuti —disse—. E tenetela vicino.
Salirono al terzo piano.
Nina camminava accanto ad Andrea con la sciarpa stretta tra i denti. Non tirava, non si guardava intorno. Sembrava seguire una traccia invisibile.
Quando arrivarono nella stanza, il letto era già stato rifatto.
Il comodino era vuoto.
Non restava nulla di Vittorio.
Eppure Nina entrò senza esitazione.
Annusò il pavimento, le gambe della sedia e il bordo del letto. Poi si fermò nel punto in cui, secondo Chiara, per ore era rimasto il cappotto dell’uomo.
La cagnolina si accucciò.
Guardò a lungo il cuscino.
Andrea le si sedette accanto.
—Negli ultimi momenti chiamava il tuo nome —le confidò—. Diceva che dovevamo ricordarci di venire a prenderti.
Nina appoggiò la testa sulla sciarpa.
Nella stanza nessuno parlò più.
Rimasero così per quasi mezz’ora.
Alla fine Nina si alzò da sola. Fece un ultimo giro intorno al letto, appoggiò per un istante il muso sul materasso e uscì nel corridoio.
Quando raggiunsero l’ingresso principale, si fermò nel punto in cui aveva trascorso le ultime notti.
Le porte si aprirono.
Un uomo anziano uscì appoggiandosi al braccio della moglie.
Nina lo guardò.
Fino alla sera precedente gli sarebbe corsa incontro.
Questa volta rimase ferma.
Andrea aprì lo sportello posteriore dell’auto e mise la sciarpa sul sedile.
—Vieni con me —le disse—. Io non sono lui. Ma anch’io sento la sua mancanza. Possiamo prenderci cura l’uno dell’altra.
Nina guardò ancora una volta l’ospedale.
Poi raggiunse l’auto e si lasciò aiutare a salire.
Si sdraiò sulla sciarpa.
Le prime settimane furono difficili.
Nell’appartamento di Andrea, Nina dormiva davanti alla porta d’ingresso. Ogni volta che l’ascensore si fermava al piano, si alzava e tendeva le orecchie.
A volte, nel cuore della notte, Andrea la trovava seduta nel buio ad ascoltare i passi sul pianerottolo.
Lui si sedeva accanto a lei.
—Anch’io penso ancora che papà possa suonare il campanello —le diceva.
Nina gli appoggiava il muso sulla gamba.
Poco alla volta, entrambi cominciarono a cambiare.
Nina iniziò a seguire Andrea in cucina. Lo aspettava davanti al bagno, lo accompagnava a comprare il pane e dormiva accanto alla sua scrivania mentre lavorava.
Andrea, che dopo il funerale non voleva più vedere nessuno, ricominciò a uscire.
Portava Nina lungo il fiume, nello stesso parco dove Vittorio la conduceva ogni domenica. Si fermavano vicino a una panchina sotto un grande platano e Andrea raccontava alla cagnolina episodi della sua infanzia.
—Papà mi portava qui quando avevo dieci anni —diceva—. Non era bravo a parlare, ma sapeva sempre quando avevo bisogno di lui.
Nina lo ascoltava in silenzio.
Cinque mesi dopo tornarono all’ospedale.
Nina camminava più lentamente, ma il suo pelo era pulito e lucido. Quando vide Enrico, gli andò incontro e gli posò il muso nella mano.
Andrea portava una scatola di dolci per il personale e una fotografia incorniciata.
Nell’immagine Vittorio era seduto su una panchina, con Nina appoggiata alle sue ginocchia. Entrambi guardavano l’obiettivo con un’espressione serena.
Sotto la fotografia Andrea aveva scritto:
“Grazie per non averla lasciata sola mentre aspettava chi non poteva più tornare.”
Nina si avvicinò alle porte di vetro.
Rimase nel punto in cui aveva trascorso cinque notti sotto la pioggia, il freddo e la paura.
Le porte si aprirono.
Lei osservò il corridoio per alcuni secondi.
Enrico trattenne il respiro.
Poi Andrea la chiamò:
—Andiamo a casa, Nina.
La cagnolina si voltò.
Questa volta non esitò.
Gli camminò accanto fino all’auto.
Nina non aveva dimenticato Vittorio. Continuava a riconoscere il suo nome, a cercare il suo odore nella sciarpa e a fermarsi ogni volta che vedeva da lontano un uomo con lo stesso modo di camminare.
Ma aveva smesso di aspettarlo davanti a una porta.
Perché anche gli animali, come le persone, non superano davvero la perdita dimenticando.
La attraversano lentamente.
Prima restano fermi nel luogo in cui tutto si è spezzato. Poi qualcuno si siede accanto a loro, condivide il silenzio e tende una mano.
E un giorno trovano la forza di rialzarsi.
Non perché l’amore sia finito.
Ma perché hanno capito che chi ci ha amato davvero non torna sempre a prenderci.
A volte ci lascia qualcuno con cui continuare il cammino.
