Un biglietto di sola andata per due

La valigia era già quasi chiusa quando sentii il telefono vibrare sul comodino. Mia madre, per la terza volta in un’ora. «Tutto bene? Hai già fatto il check-in? Sei sicura di voler tornare da sola?». Cancellai la notifica senza rispondere e tornai a fissare il soffitto della stanza d’albergo. Aveva le travi di legno chiaro e una crepa sottile che correva da un angolo all’altro, l’avevo studiata ogni notte prima di addormentarmi. Domani sarebbe stata l’ultima.

Il viaggio in Sicilia doveva essere il nostro viaggio di nozze, ma le nozze erano saltate e io ero partita lo stesso, con un biglietto già pagato e un anello di fidanzamento infilato in fondo alla trousse dei trucchi. Fabrizio aveva detto che non era pronto. L’aveva detto a tre mesi dal matrimonio, davanti a un piatto di carbonara che si era raffreddato mentre io cercavo di respirare. Sua madre aveva già prenotato il ristorante per il ricevimento. La mia aveva già scelto l’abito per la cerimonia. Io avevo già detto «sì» e non serviva più.

Mazzara del Vallo era un posto che non c’entrava niente con la mia vita di Milano. Un paese di pescatori, case basse color ocra, strade che scendevano verso il mare e il silenzio di chi non ha fretta di niente. Mi ero scelta una sistemazione fuori dal centro, un bed and breakfast a gestione familiare vicino a una spiaggia di ciottoli dove di sera non passava nessuno. I primi tre giorni li avevo trascorsi camminando da sola lungo la battigia e mangiando pane cunzato su una panchina, contando le onde come se dovessi arrivare a un numero preciso per smettere di pensare a lui.

La cagna la incontrai il quarto giorno.

Era stesa vicino al cassonetto dietro l’unico bar della strada, con il muso appoggiato sulle zampe anteriori e una zampa posteriore piegata in un angolo innaturale. Il pelo era di un rossiccio sbiadito, pieno di croste e di polvere. Aveva le costole che sporgevano come gli steccati di legno che delimitavano la spiaggia. Quando mi avvicinai, non scappò. Non ringhiò. Rimase ferma, con gli occhi socchiusi, e solo quando fui a due passi da lei abbassò la testa ancora di più, come se aspettasse un calcio e avesse già imparato a non opporre resistenza.

– Da quanto sta qui? – chiesi al barista, un uomo sulla cinquantina con le mani segnate dalla salsedine.

Scrollò le spalle. – Mesi. La gente le dà da mangiare, poi se ne va.

Quella sera le comprai una scatoletta di tonno al supermercato del paese. La aprii con il coltellino che tenevo in borsa e la posai per terra, a distanza. Lei aspettò che mi allontanassi di almeno quattro metri prima di avvicinarsi. Mangiò in silenzio, senza alzare il muso dalla ciotola di plastica, e quando ebbe finito si leccò i baffi e mi guardò.

La chiamai Ruggine, per il colore del pelo, e perché mi sembrava un nome che contenesse già una storia. I giorni successivi iniziai a portarle da mangiare ogni sera. Lei cominciava ad aspettarmi allo stesso angolo del bar, seduta con la sua postura storta, e quando mi vedeva arrivare alzava la testa e muoveva la coda una volta sola, come se non volesse illudersi troppo presto.

Il sesto giorno mi seguì fino al cancello del bed and breakfast. Si fermò lì, seduta sull’asfalto ancora caldo, e io mi voltai a guardarla prima di entrare. Aveva l’espressione di chi ha già accompagnato troppe persone fino a un punto oltre il quale non era permesso andare.

La signora che gestiva la struttura, una palermitana dai capelli grigi raccolti in una crocchia, mi vide dalla finestra e uscì sulla veranda con un’espressione che conoscevo bene: la stessa di mia madre quando mi chiedeva come stavo.

– Lo sa che succede sempre così? – disse, senza cattiveria, mentre si asciugava le mani in un canovaccio. – I turisti le nutrono, le coccolano, poi ripartono e loro restano qui a cercarli per settimane. Una volta una coppia di tedeschi ne ha lasciata una uguale. È rimasta seduta davanti al cancello per dieci giorni, finché non l’hanno raccolta quelli del canile.

Rientrai in camera senza rispondere. La crepa sul soffitto quella notte mi sembrò più lunga del solito. Aprii il telefono e cercai: «adozione cane randagio Sicilia», «trasporto animali in aereo», «veterinario Mazzara del Vallo». Le dita mi si muovevano da sole sullo schermo, come se la parte razionale del cervello si fosse già arresa a quella che aveva preso la decisione senza consultarla.

Alle sette del mattino dopo ero già fuori. Ruggine era lì, al solito posto, con la zampa malandata piegata sotto il corpo e una lucertola che le passò davanti al muso senza che lei degnasse di uno scatto. Mi accovacciai accanto a lei, riducendo la distanza più di quanto avessi mai fatto, e le appoggiai una mano sul fianco. Sotto il pelo ruvido sentii il calore della pelle e il battito del cuore, regolare, più lento del mio.

– Tu vieni con me – dissi, e non era una domanda. Lei sollevò la testa, mi annusò le dita, e per la prima volta appoggiò il muso sul mio ginocchio.

Il veterinario del paese mi ricevette senza appuntamento. Un ragazzo giovane con le braccia piene di tatuaggi maori e un tavolo di metallo su cui Ruggine rimase immobile come se avesse capito che quello che stava succedendo era necessario. Vaccino, microchip, certificato di buona salute. Quando le toccò la zampa posteriore, lei guaì una volta sola, poi tacque e premette la testa contro il mio fianco.

– È un’anca lussata – disse il veterinario, senza smettere di scrivere. – Si è rimarginata male. Ha sofferto, questa qui.

Pagai in contanti, sessantacinque euro che mi sembrarono il miglior investimento della mia vita, e uscii con Ruggine al guinzaglio e un foglio di carta intestata in borsa.

La telefonata a mia madre la feci quella sera stessa, seduta sul letto con la finestra aperta e il suono delle onde in sottofondo. Le raccontai tutto, senza omettere niente: la cagna, la zampa, il veterinario, la decisione. Dall’altra parte rimase in silenzio per un tempo che mi parve interminabile. Poi disse solo: – Finalmente hai smesso di piangere. Si capisce dalla voce.

All’aeroporto di Palermo faceva un caldo feroce. Il trasportino l’avevo comprato in un negozio di articoli per animali a Marsala, l’ultimo disponibile prima di dover guidare fino a Trapani. Era di plastica rigida, con le fessure sui lati per far passare l’aria, e quando ci infilai Ruggine lei mi guardò attraverso la griglia con un’espressione che non saprei descrivere se non come fiducia assoluta. Era la stessa fiducia che io avevo smesso di provare la sera in cui Fabrizio aveva detto non sono pronto, spostando il piatto di carbonara come se fosse quello il problema.

Alla coda per l’imbarco la signora davanti a me si voltò a guardare il trasportino.

– Che bella. Anche la mia cugina ne ha adottata una l’anno scorso, a Lampedusa. Adesso dorme sul divano e non lo lascia più a nessuno.

Sorrisi senza rispondere, e quando fu il mio turno poggiai il trasportino sul bancone. L’addetta controllò i documenti, chiamò un collega per verificare le misure della gabbia, compilò un modulo con calma svizzera. Io rimasi in piedi con le mani strette intorno alla tracolla della borsa, le nocche bianche, la schiena irrigidita come una corda di violino. Se mi avessero detto che non poteva partire, se avessero trovato una virgola fuori posto su quel certificato, non so cosa avrei fatto. Probabilmente mi sarei seduta per terra e non mi sarei alzata più.

Il volo durò un’ora e quaranta, e per tutta la durata io tenni lo sguardo fisso sul display del telefono aspettando l’atterraggio. Non pensai a Fabrizio. Non pensai alla casa vuota di Milano, alle sue chiavi ancora nel cassetto dell’ingresso, ai regali di nozze che mia madre aveva già spedito indietro uno per uno. Pensai solo a Ruggine, nella stiva, e a come sarebbe stato vederla correre sul parquet del soggiorno.

Quando atterrammo, ritirai il trasportino al nastro bagagli speciali e aprii lo sportello per controllarla. Era acciambellata in un angolo, con il muso nascosto sotto la coda. Appena sentì la mia mano, alzò la testa e mi leccò le dita.

A casa la feci entrare piano. Il corridoio era ancora pieno di scatoloni del trasloco – dopo la rottura avevo cambiato appartamento, via dal bilocale che avevamo arredato insieme, via dai mobili che sapevano di noi due. La nuova casa era più piccola ma aveva una finestra in cucina che dava su un cortile con un albero di fico, e quando lo raccontai a mia madre lei disse «almeno non tocchi il quinto piano senza ascensore».

Ruggine esplorò ogni stanza con il naso incollato al pavimento. Si fermò in cucina, annusò il frigorifero, proseguì fino in camera da letto e poi tornò indietro e si sedette in mezzo al corridoio, proprio davanti alla porta d’ingresso, con la zampa malandata che sporgeva di lato.

Trovai in un cassetto il vecchio plaid di lana che usavo per le sere d’inverno e lo stesi in un angolo del soggiorno, vicino al termosifone. Quando lei ci si accucciò sopra, con un sospiro che sembrava quasi umano, capii che non si sarebbe più mossa da lì.

Mia madre venne a trovarci tre giorni dopo. Arrivò con una borsa di crocchette premium e una ciotola di ceramica con dei limoni dipinti sopra, roba da mercatino dell’artigianato. Si sedette sul divano, guardò Ruggine che dormiva sul plaid, guardò me che preparavo il caffè in cucina, e disse una cosa che non le avevo mai sentito dire in trentacinque anni di vita: – Hai fatto bene.

Non mi stava chiedendo come andava. Non mi stava dicendo che dovevo reagire. Lo diceva e basta, con la stessa naturalezza con cui si dice «piove» o «è tardi». E io mi resi conto che per la prima volta dopo mesi non sentivo il bisogno di rispondere con una bugia educata.

Quella sera, dopo che lei andò via, mi sedetti sul pavimento accanto a Ruggine e le misi una mano sulla pancia. Respirava piano, con un ritmo calmo che mi entrava dentro come l’acqua tiepida della doccia dopo una giornata di freddo. In casa non c’era più il silenzio di prima. C’era un respiro accanto al mio, un corpo caldo sul pavimento, una presenza che non faceva domande e non pretendeva spiegazioni.

Tre mesi dopo, il telefono squillò mentre stavo tornando dal parco con Ruggine al guinzaglio. Era Fabrizio. Non ci sentivamo dal giorno in cui avevo posato le chiavi sul tavolo e me n’ero andata senza voltarmi.

– Ho saputo che hai preso un cane – disse. – Forse possiamo vederci? Mi manchi.

Mi fermai in mezzo al marciapiede. Ruggine si sedette accanto a me, con la lingua di fuori e la coda che spazzava il cemento. Guardai il suo pelo, adesso lucido. La zampa che zoppicava ancora un po’ ma non le impediva più di correre dietro ai piccioni. Le croste erano sparite da settimane.

– Fabrizio – risposi, con una voce che non riconobbi, calma e priva di incrinature. – Io non scendo più dagli aerei per chi non è disposto a salirci.

Riattaccai e ripresi a camminare. Davanti a me il semaforo diventò verde. Ruggine tirò il guinzaglio verso casa, dove il plaid di lana era ancora steso al suo posto e la ciotola con i limoni dipinti aspettava di essere riempita. La inserii nella serratura, girai la chiave, e appena la porta si aprì lei entrò per prima, come se quella casa fosse sempre stata sua.

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