La mano che mi schiacciò la schiena

Il dolore ancora lo sento. Un colpo secco di pala, in pieno pomeriggio. Stavo attraversando il campo incolto dietro il bosco di Cerro, dalle parti di Varese, quando quell'uomo mi ha vista. Avrà pensato a chissà quale minaccia. Un grido, un movimento brusco, e la lama mi ha centrata sul dorso. Il mondo è esploso in una fitta che mi ha tolto il respiro. Non riuscivo più a strisciare. Riuscivo a malapena a sollevare la testa.

Il mio corpo, un tempo un perfetto nastro nero che scorreva silenzioso tra l'erba, era diventato un peso morto, una cosa spezzata. Sentivo il sangue caldo colare sulla terra secca, impastarsi con la polvere. Ero lì, immobile, sotto il sole di giugno che mi cuoceva le squame, aspettando che tutto finisse. Non avevo più forza nemmeno per aver paura. Solo il rumore assordante dei grilli che martellava l'aria ferma.

Poi sentii i passi. Leggeri, svelti. Un odore diverso: non terra, non fumo di motore, ma qualcosa di dolce, fiori di campo e polvere di gesso. Un'ombra minuscola mi coprì dal sole. Era una bambina.

La guardai dal basso, con l'unico occhio che riuscivo a muovere. Avrà avuto sì e no otto anni, con due trecce bionde mezze disfatte e le ginocchia sbucciate. In mano stringeva un mazzetto di margherite. Pensavo sarebbe scappata. Urlano sempre. Invece no.

Si chinò piano. Le sue ginocchia nude affondarono nella terra a un palmo dal mio muso. Sentii il suo fiato, un alito di merendina alla marmellata. Non c'era odore di paura addosso a lei.

«Poverina…» mormorò. La sua voce era un filo, quasi glielo vedevo il groppo in gola. «Ti fa tanto male, è vero?»

Poi fece una cosa che nessun umano aveva mai fatto per me. Aprì il suo zainetto rosa, quello con l'adesivo di una fatina staccato per metà, e tirò fuori una bottiglietta d'acqua. Mi versò l'acqua sulla ferita. Un bruciore freddo che mi fece sibilare piano, ma qualcosa in me capì che quel bruciore era pulito. Poi estrasse una garza, un rotolo di cerotto. Le sue dita, cicciottelle e piene di inchiostro blu della penna, mi toccarono con una cautela che non credevo possibile. Di nuovo nessuna paura nelle sue mani. Solo un calore strano, un formicolio che dalla schiena mi risaliva fino al cervello. Mentre mi fasciava, mi parlava. «Non ti muovere, ecco, brava… così. La mamma mi ha insegnato a medicare le ferite. Domani starai meglio, vedrai.»

Non capivo le parole, non nel senso umano del termine. Ma coglievo il suono. Il tono. Quella vibrazione del petto che non era una minaccia, ma una carezza. Quando ebbe finito, mi guardò soddisfatta. Poi, con una decisione improvvisa, mi prese in braccio. Io, un serpente nero adulto, sollevata da un batuffolo di otto anni che ansimava per lo sforzo. Mi fece scivolare dentro una scatola di cartone, quella del pandoro della scorsa Vigilia. Sentii odore di zucchero vanigliato. Mi coprì con un asciugamano ruvido, e mi portò via.

Il viaggio fu un sobbalzo continuo. Sentii l'abbaiare lontano del cane del vicino, il cancello che cigolava, le scale di una casa fresca. Mi posò sotto un letto. L'odore qui era di ammorbidente Fabuloso e di sugo di pomodoro che sobolliva. Sentivo passi pesanti in lontananza, un uomo e una donna che parlavano nella stanza accanto, senza sospettare nulla.

La bambina, che sentii chiamare Bianca da una voce femminile, mi mise accanto un tappo di bottiglia pieno d'acqua.

«Stai qui e fai la brava,» sussurrò al buio. «Domani ti riporto nel bosco, promesso.»

Io rimasi immobile. Non per strategia. Non avevo semplicemente la forza di fare altro. Il dolore pulsava, ma il mio corpo stava processando un'altra informazione, un comando primordiale che saliva da sotto le fasce strette: debito. Un essere vivente si era preso cura di me. Nessun mio simile mi aveva mai toccata senza essere un compagno o un rivale. L'aria in quella scatola sapeva di cartone e di un calore che non era il sole.

Sprofondai in uno stato di dormiveglia. I rumori della casa divennero una mappa nella mia testa. Il bollore del sugo. La televisione con il festival di Sanremo in replica. Il trapano del padre in garage. Poi, il silenzio della notte. Ogni tanto, il rotolio di un temporale lontano, verso il Lago Maggiore.

Fu nel cuore del silenzio, verso le due del mattino, che percepii la vibrazione sbagliata.

Non era un suono, all'inizio. Era un graffio nella struttura della casa. Un feromone freddo, chimico, arrivava dalla fessura della porta d'ingresso. Tabacco scadente, sudore acido, adrenalina estranea. Un predatore.

Sentii la lama di un piede di porco infilarsi tra stipite e serratura del portone principale, giù al piano terra. Un clic metallico, soffocato. Il mio corpo, nonostante la ferita che urlava, reagì. Il dolore si spense. Una scarica di calore mi attraversò il ventre. Strisciai fuori dalla scatola. Il pavimento di parquet era liscio sotto le mie squame, un percorso dritto attraverso il corridoio buio.

Il portone cedette con uno schiocco secco. Un'ombra alta e curva si stagliò nel vano della porta, incorniciata da un lampo lontano. L'odore chimico invase l'ingresso. Il predatore si mosse, un passo felpato sulle piastrelle.

Io mi disposi al centro del corridoio. Mi sollevai. Fino a quel momento ero stata un animale ferito, braccato e rassegnato. Ora ero un confine. Aprii le fauci e soffiai.

Un sibilo che non era solo un suono. Era una vibrazione che faceva tremare l'aria, una promessa di veleno e di denti, un urlo ancestrale che diceva: se fai un altro passo, muori.

L'uomo si bloccò. Sentii la sua scarpa strisciare sulle piastrelle mentre faceva un passo indietro. Poi il rumore di un oggetto metallico che cadeva a terra. La sua mano tremava così forte che aveva perso la presa sul piede di porco.

«Che caz…» ansimò, la voce rotta dal terrore.

In quel momento, si accese la luce del corridoio del piano di sopra. Sentii il tonfo dei piedi di un uomo, il padre, che balzava giù dal letto.

«Chi è là?!» ruggì una voce maschile.

L'intruso non ci pensò due volte. Urtò il mobiletto dell'ingresso, inciampò nello zerbino e si gettò fuori, nella pioggia che aveva appena cominciato a cadere fitta. Il padre accese la luce esterna. Il fascio giallo illuminò un uomo che scappava a gambe levate attraverso il vialetto, scivolando sull'asfalto bagnato, con il pastore tedesco del vicino che abbaiava furioso.

Dieci minuti dopo, la casa era un alveare. Luci accese ovunque. La signora, in vestaglia, parlava concitatamente al telefono con un carabiniere. Il padre, con il ferro da stiro della camicia in mano per difesa, stringeva la spalla della moglie. Dalla finestra aperta sentivo le sirene della gazzella che si avvicinavano e le voci concitate dei condomini del residence sul retro.

Io ero ancora lì, ferma, con il corpo ancora sollevato in una posa di guardia. Tremavo. Per lo sforzo, per la ferita che pulsava di nuovo.

Poi, in mezzo a tutta quella confusione, la vidi.

Bianca era scesa dal letto, in camicia da notte, con l'orsacchiotto spelacchiato in una mano. Si fermò a un passo da me. I suoi occhi, pieni di sonno, passarono dalla porta aperta a me, al mio dorso dove la fasciatura era ancora al suo posto. Capì subito. Non ebbe bisogno di spiegazioni. Il labbro inferiore le tremò.

Si inginocchiò sul pavimento freddo. Ero troppo stanca per ritrarmi. Allungò una mano. Questa volta, però, non mi toccò. Posò la mano sul pavimento, accanto alla mia, con il palmo all'insù. Un gesto di offerta.

«Sei tornata,» sussurrò. La sua voce era piena di pioggia e di stupore. «L'hai fatto per noi.»

L'aria sapeva di notte, di ozono e di un filo di sangue rappreso che colava dalla mia fasciatura. La guardai. Poi, in un gesto che era solo suo ed era mio, le poggiai la testa piatta sul dorso della mano, un solo battito. La mia pelle nera contro il suo palmo bianco e liscio. Sentii il suo cuore accelerare attraverso le dita.

Mi rialzai lentamente, ogni muscolo era fuoco liquido. Mi girai e strisciai verso la finestra lasciata aperta dal padre. L'erba alta del campo incolto mi chiamava. L'aria esterna, carica di umidità e di terra, mi accarezzò il muso. Mentre passavo il davanzale, sentii la madre di Bianca, alle sue spalle, che diceva con un filo di voce: «Un serpente… è stato un serpente ad avvertirci. È quella di cui parlava Bianca…»

Non mi voltai. Scomparvi nell'oscurità del campo, sotto la pioggia che ora cadeva a dirotto, portando con me il peso di un cerotto rosa e il sapore dolce di una merendina alla marmellata che avevo sentito nel fiato della bambina. L'ultima cosa che udii, portata dal vento tra i fulmini, fu la risata di Bianca dietro di me, un suono di pura gioia che si mescolava al rombo del tuono.

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