Il profumo dei nontiscordardimé

Leonardo appoggiò la chiave della Porsche sul bancone in granito nero della nostra nuova cucina a Porta Romana. Un gesto distratto, regale. Era appena stato nominato socio dello studio di architettura più importante di Milano, e festeggiava da tre giorni. Cene con i clienti, brindisi con i soci, pacche sulle spalle. Io giravo per casa in ciabatte, raccogliendo calzini e bicchieri vuoti.

— Senti, Chiara. — Si versò un dito di whisky senza guardarmi. — Ho parlato con mia madre. Dice che al nido i bambini si ammalano sempre. Forse è meglio se lasci perdere.

— Lasciare perdere cosa?

— Il corso. Il rinnovo del portfolio. Sta roba da freelance. — Fece ruotare il liquido nel bicchiere. — Tanto con i miei numeri stiamo bene per tre generazioni. Puoi dedicarti alla casa, ai ragazzi. Fare la spesa al mercato coperto, portarli ai giardini. Cosa ti manca?

Mi mancava l’aria. Dieci anni prima disegnavo l’identità visiva per startup della Silicon Valley, gestivo campagne per marchi di moda. Poi due maternità, un trasloco da Bologna a Milano, cinque anni fuori dal giro. E adesso, a trentaquattro anni, ero diventata una specie di factotum silenzioso che passava le domeniche a stirare camicie su misura e a prenotare tavoli da Cracco per suo marito. Il mio MacBook era sepolto in un cassetto sotto pile di bollette e disegni di Tommaso, nostro figlio di quattro anni. La piccola Nora, due anni, dormiva con un mio vecchio foulard di seta annodato come copertina.

La sera prima avevo trovato per caso un corso di specializzazione in UX design al Politecnico. Niente di clamoroso: un weekend al mese, due sere a settimana online. Un modo per rimettermi in pista, riallacciare i fili. Glielo dissi il mattino dopo, mentre preparavo i pancake. Leonardo posò la forchetta.

— Sei impazzita? — Non alzò la voce, ma il tono mi gelò il sangue. — Chi sta dietro ai bambini mentre tu giochi al computer? Mia madre? La babysitter? E con quale coraggio chiedi duemila euro per uno schermo nuovo quando c’è da pagare la retta della materna?

— Non ti sto chiedendo soldi. Ho ancora da parte i risparmi del progetto con il gruppo Benetton.

— Ah, i tuoi risparmi. — Sorrise storto. — E la babysitter la paghi con quelli? Il corso? E quando finiscono?

— Trovassi due lavoretti, anche piccoli, potrei contribuire.

— Contribuire? — Scoppiò a ridere. — Chiara, il mio commercialista fattura in un mese quello che guadagneresti tu in un anno con le tue “consulenze”. Non prendermi in giro. Lascia stare. Ho bisogno di una moglie, non di una studentessa stressata che lascia bruciare la cena.

Si alzò e se ne andò nello studio con la sua tazza di caffè, chiudendo la porta a vetri. Io rimasi a fissare lo sciroppo d’acero che colava sul piatto. Fuori, il tram 9 sferragliava sui binari in viale Montenero.

Fu la settimana dopo che trovai la scatolina.

Leonardo era andato a correre al Parco Ravizza. Pioveva, una di quelle piogge milanesi fitte e grigie che sanno di smog e asfalto bagnato. Nora dormiva, Tommaso guardava i cartoni animati. Andai in lavanderia a prendere l’ammorbidente. E sul ripiano, seminascosta da un accappatoio, vidi una scatolina di velluto blu navy con il logo di un gioielliere di via della Spiga. La aprii. Un bracciale rigido in oro rosa, con un piccolo diamante incastonato a goccia. All’interno, un bigliettino scritto a mano: *“Alla mia musa ispiratrice. Perché tu illumini ogni mio giorno. L.”*

Non era per me. In dieci anni di matrimonio Leonardo mi aveva regalato un ferro da stiro professionale e, l’ultimo Natale, un frullatore. Il mio polso non vedeva un bracciale dalla luna di miele. Richiusi la scatolina esattamente come l’avevo trovata. Niente lacrime. Mi sedetti sul bordo della vasca da bagno, il respiro corto, e contai mentalmente i pezzi del puzzle. Il rifiuto del corso. La necessità di tenermi a casa, senza un mio reddito, senza una mia vita. Non era solo pigrizia o maschilismo. Era una gabbia. E quel bracciale ne era la prova definitiva: fuori dalla gabbia c’era un’altra donna, e io dovevo restare dentro a fare da balia.

Quella sera Leonardo tornò euforico. Aveva portato un mazzo di ortensie e due pasticcini dalla pasticceria Marchesi.

— Sabato si va a Portofino! — annunciò togliendosi il giubbotto tecnico ancora bagnato. — Ho prenotato una suite vista mare. I bambini dalla nonna a Bergamo. Ci meritiamo un weekend romantico.

Lo guardai versare il vino. Nello stesso istante sentii il mio telefono vibrare nella tasca posteriore dei jeans. Non era una notifica qualunque. Era la mail di conferma del corso. L’avevo pagato in segreto, con i risparmi, due giorni prima.

— Non posso. — La mia voce era calma.

Leonardo si bloccò con il cavatappi a mezz’aria.

— In che senso?

— Sabato inizia il mio corso. Ho già pagato la retta. Ho trovato una tata, una studentessa di Scienze dell’Educazione, abita qui in zona. Viene a conoscere i bambini venerdì.

Nella stanza calò un silenzio pieno solo del ronzio del frigorifero. Il volto di Leonardo cambiò colore, una sfumatura di rosso cupo che partiva dal collo. Buttò il cavatappi sul bancone con un clangore metallico.

— Stai scherzando, vero? Ti ho detto di no. Ti ho detto come stanno le cose.

— E io ti sto dicendo come stanno *le mie* cose. Ho un curriculum. Ho degli ex clienti che mi stanno già ricontattando. Appena aggiorno il portfolio—

— Curriculum? — esplose. — Quale curriculum? Sei rimasta indietro di dieci anni! Il tuo computer non si accende neanche più! Chi ti prende, scusa? Amazon come magazziniera?

— Non ti ho chiesto un’opinione. Ti sto informando.

Leonardo attraversò la cucina in tre falcate. Mi si piazzò davanti, gli occhi ridotti a due fessure.

— Senti bene, Chiara. Se domani chiami quella ragazza e la mandi via, io dimentico questa pagliacciata. Se invece insisti, io blocco la carta di credito. Stacco la wi-fi. E vediamo quanto ti dura il “portfolio” senza una lira. Tanto, senza i miei soldi, non sei nessuno. Rimani qui, in questa casa, senza niente. Hai capito?

Restai immobile. Non arretrai di un millimetro. Presi la mia tazza di tè e ne bevvi un sorso. Lo guardai diritto in faccia e dissi, piano:

— Provaci.

Lui sbatté le palpebre, interdetto.

— Ho già parlato con un avvocato, Leonardo — continuai, con la stessa calma con cui si snocciola una lista della spesa. — Ho le foto dei bonifici con cui pagavi il gioielliere di via della Spiga. Ho il nome del ristorante dove hai portato la tua “musa” due venerdì fa, quando dovevi essere a un meeting a Londra. E ho la ricevuta del Bracciale d’Oro. Se blocchi una sola carta, se solo provi ad alzare la voce davanti ai miei figli, domani mattina parte l’istanza per l’addebito della separazione. Sai come funziona per un architetto con tre quarti del portafoglio clienti in società quotate? Una causa per infedeltà, con un giudice donna del Tribunale di Milano, ti costa la poltrona. E voglio vedere, senza studio, chi paga i mutui per la Porsche.

Non avevo mai visto Leonardo ammutolire. Aprì la bocca, la richiuse. Tra noi c’erano adesso i tre metri di distanza che separano chi ha il coltello dalla parte del manico da chi lo ha dalla parte della lama. Non mi toccò. Girò i tacchi, afferrò il giubbotto e uscì sbattendo la porta.

Mi tremavano le gambe. Però ero in piedi.

L’anno seguente fu una centrifuga. Il corso si rivelò durissimo; passavo le notti a ricostruire mockup, a studiare i nuovi Adobe, a contattare vecchi colleghi su LinkedIn. La tata, Lucia, si rivelò una benedizione. I bambini, lentamente, smisero di cercare il papà nei weekend. Lui, dopo quella sera, si chiuse in un silenzio gelido. Dormiva nello studio, parlava con me solo a monosillabi. Io non mollai. Ogni mattina accompagnavo Nora all’asilo nido comunale e Tommaso alla materna, poi aprivo il computer al tavolo di un coworking in via Sciesa. Non avevo uno studio, non avevo una scrivania, ma avevo la mia testa.

Il primo contratto arrivò a novembre. Una piccola azienda vinicola delle Langhe voleva rifare il sito e-commerce. Poi uno studio legale del centro. Poi una vecchia conoscenza di Bologna mi passò un progetto per una campagna digitale sulla mobilità sostenibile. I soldi non erano molti, all’inizio. Ma erano miei.

A febbraio, con il secondo bonifico, andai in banca e aprii un conto corrente solo a mio nome. Il giorno dopo, su quel conto, arrivarono i primi tremilaottocento euro. Li guardai per venti minuti, la schermata dell’home banking aperta sul telefono. Poi andai alla Rinascente. Non comprai un bracciale. Comprai un profumo. Qualcosa di agrumato e verde, che sapeva di foglie di fico e di libertà. Lo spruzzai sui polsi prima di andare a prendere i bambini.

Leonardo la sua battaglia legale la perse. Senza scenate, senza rumore. La mattina dell’udienza in via San Barnaba, lui arrivò con il suo legale in doppiopetto blu; io con la mia avvocata e una chiavetta USB piena di estratti conto. Dimostrammo i redditi non dichiarati, i regali extraconiugali, le pressioni psicologiche. La sentenza di separazione fu rapida. Niente alimenti per me — non ne avevo bisogno. Affido condiviso. La casa andò venduta. A giugno, con la mia parte, presi in affitto un trilocale in via Orti, con i soffitti alti, il parquet scricchiolante e una stanza tutta per me. La mia stanza dipinta di verde salvia. Sulla parete, una stampa di Bruno Munari. Sulla scrivania, un Mac nuovo e una pianta grassa.

Stamattina ho accompagnato i bambini a scuola. Tommaso aveva dimenticato lo zainetto con la merenda; siamo tornati indietro a prenderlo, ridendo. Poi, invece di andare al coworking, sono tornata a casa. Avevo una call con un cliente svizzero. Ho fatto il caffè con la moka, mi sono seduta alla scrivania. Dalla finestra vedevo l’edicola all’angolo e, più in là, i tetti di Porta Romana. La luce era quella grigia e morbida delle dieci del mattino a Milano. Il telefono squillò. Era l’ennesima richiesta di preventivo. Ho sorriso, mi sono sistemata i capelli dietro l’orecchio e ho risposto.

Nell’ingresso, vicino alle chiavi di casa, c’è ancora il vecchio foulard di Nora. L’ho annusato distrattamente: odora di talco e dei biscotti del forno sotto casa. Il mio profumo al fico, invece, è già quasi finito. Dovrò comprarlo di nuovo. Con i miei soldi.

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